Dialogo: 20 Aprile 2003
“Osservando gli uomini che allora si dedicavano alla vita politica, e le leggi e i costumi, quanto più li esaminavo, tanto più mi sembrava che fosse difficile partecipare all’amministrazione dello Stato, restando onesto”
(Platone: dalla Lettera VII)
Queste parole di Platone esprimono il suo acceso risentimento per l’ingiusta condanna di Socrate, nella quale egli intravede la dissoluzione delle leggi e dei costumi di Atene. La condanna di un giusto è sempre un evento traumatico, ma, nella fattispecie, assume una valenza moralmente ancor più deprecabile, giacchè la condanna di Socrate fu decisa da un governo democratico, sebbene, ovviamente, il concetto di democrazia nell’antica Atene avesse un significato ben diverso dall’attuale. Tale vicenda, come gli stesso ricorda, lo indusse a ritenere estremamente difficile fare politica e, nel contempo, mantenersi onesti. E’ l’inizio di una vicenda culturale travagliata e complessa, che si snoda lungo tutto il percorso evolutivo del pensiero occidentale, con esiti eterogenei e talvolta contrastanti: mi riferisco alle riflessioni che, nel corso dei secoli, filosofi, politologi e storici hanno elaborato intorno al problematico rapporto tra politica e morale. A tal riguardo, credo non sia condivisibile la posizione del Machiavelli e del Croce: l’idea della politica come evento a-morale non mi convince, in quanto pone i presupposti di uno scadimento della politica a fatto meramente”tecnico”, privandola, pertanto, di quella dimensione umanistica senza la quale la politica perde la sua stessa ragion d’essere. Ci sono, certamente, nel far politica, aspetti che poco si conciliano con la categoria della moralità, basti pensare agli strumenti utilizzati ai fini del consenso. L’uomo politico, dallo statista all’assessore comunale, vive la difficoltà di saper coniugare l’attività politica con lo spirito di servizio, la coerenza con la carriera, il potere col senso del dovere. E’ una difficoltà comprensibile. L’uomo politico, infatti, per il fatto di essere tale, non si è certo spogliato della sua umanità: la parzialità ontologica, la fallibilità sono caratteristiche strutturali dell’essere umano; sostanziano pertanto la politica, si annidano nei suoi angoli più reconditi, facendo emergere l’opportunismo, la sete di potere, l’incoerenza ideologica. La politica, pertanto, cessa di esistere come attività al servizio di una comunità, perde i connotati del fine per assumere quelli del mezzo. Da essenza diventa fenomeno, apparenza. Non è allora importante ciò che occorre fare, ma l’immagine che la politica deve dare di sé. Le drammatiche vicende internazionali legate all’invasione dell’Iraq stanno lì a provarlo: l’America di Bush deve “mostrare” al mondo, qualunque sia il prezzo, che il più forte ha il diritto di ridisegnare il volto geopolitico del pianeta. Il nostro governo nazionale si regge sul culto dell’ottimismo ad ogni costo, che, non supportato da veritieri riscontri, altro non è che un mito, un’immagine; un’apparenza, appunto! Anche la nostra città, nel suo piccolo, conferma la teoria che ho esposto: vive un’esperienza politica fondata non sull’essere ma sull’ ”apparire”. Gli episodi a conferma di quanto detto non mancano; si pensi all’utilizzo del Duomo di S. Giorgio per la partecipazione, a dir la verità poco edificante, ad un programma andato in onda qualche tempo fa sulla RAI o all’esperienza, non proprio esaltante, della “Domenica del Villaggio”, programmino nazional-popolare delle reti Mediaset, o, infine, alla cittadinanza onoraria al”Commissario Montalbano”. Un governo cittadino sempre alla ribalta, non c’è dubbio; ma la politica, quella vera, che rinsalda e fa crescere il tessuto morale e civile di una città, e non soltanto quello economico, appare latitante. La spasmodica ricerca dell’ “apparire” soffoca i contenuti pregnanti e reprime i progetti di ampio respiro. In conclusione, credo che in questo caso abbia ragione Kant e non Hegel: ciò che più conta non è che il bene sia compiuto ma che sia voluto. Io non credo che la peggiore disonestà in politica stia nelle omissioni, nelle scelte sbagliate, nel cercare il proprio tornaconto o nell’opportunismo; non lo credo per i motivi filosofici che ho già esposto.Tutto ciò è biasimevole, certo, ma purtroppo difficilmente evitabile. Non lo credo perché sono convinto che la disonestà più deplorevole non risieda nell’agire; non è legata insomma alla morale, ma all’Etica. L’oggetto sul quale occorre veramente indagare è la motivazione che spinge un uomo a fare politica. E’ la bontà dello scopo che segna il confine tra onestà e frode, tra rettitudine e inganno. Ma qui il discorso si apre a problematiche nuove che meriterebbero uno specifico approfondimento.
Giuseppe Ascenzo
Dialogo: 20 Aprile 2003