IL MEDIOEVO SICILIANO

 

Le recenti elezioni hanno purtroppo confermato quanto temevamo: è crollata ogni speranza di vedere risorgere la nostra terra, “bellissima e disgraziata”. C’è un dato che tante persone non riescono a scorgere, frastornate come sono da un caotico vortice di chiacchiere, di sondaggi e percentuali e dalle solite alchimie dialettiche per rendere storiche le vittorie e per nascondere le sconfitte. Il dato è che la Seconda Repubblica, su cui tanto hanno discusso giornalisti, politologi e sociologi, non esiste, per il semplice motivo che non è mai nata. Una Seconda Repubblica che sarebbe sorta sulle ceneri della prima, travolta da scandali, tangenti, concussioni e corruzioni. Evidentemente, come italiani, siamo destinati ad essere di pessimo esempio per le nazioni serie e civili: quel che abbiamo combinato nel XX secolo, infatti, resterà una macchia indelebile nella nostra storia, complessa e travagliata. Nel primo conflitto mondiale, alleati con gli uni, entrammo in guerra con gli altri; per quanto riguarda il secondo, lo iniziammo – a torto o a ragione – con un alleato e lo finimmo insieme a coloro che fino al giorno primo erano stati nemici nostri e del nostro alleato. Per quel che concerne la Prima Repubblica, sorse probabilmente da un inganno e sempre da un inganno – sebbene di altra natura – è sorta la presunta Seconda. E’ vero che l’operazione tangentopoli nacque dalla complicità fra il Partito Comunista e  certi settori della Magistratura per demolire la Democrazia Cristiana e il partito di Craxi, ma ciò non toglie che la scomparsa della vecchia balena bianca suscitò in noi la speranza che l’Italia potesse finalmente liberarsi di un partito corrotto, connivente, in ampi suoi settori, con la malavita organizzata, clientelare, nepotistico e ipocrita, considerato che inalberava il vessillo cristiano all’ombra del quale compiva le più abiette nefandezze morali e politiche. Il dato preoccupante, già da tempo emerso, e che queste elezioni hanno confermato in modo ancora più netto e inequivocabile, è che l’Italia e la Sicilia, soprattutto, sono ancora in mano alla Democrazia Cristiana, che non è affatto defunta, ma, come si suol dire, ancora viva e vegeta. La situazione è tale non soltanto perché molti protagonisti di questo partito si sono abilmente riciclati nelle nuove formazioni politiche, con una prevalenza in quelle di centro destra, ma soprattutto perché è democristiano il  modo di intendere e di fare politica dei vari Berlusconi, Fini, Casini, Rutelli, Veltroni, Marini, Mastella e tanti e tanti altri. L’essere democristiano, infatti, è un modo ben preciso di pensare e di agire: è quello di accettare i compromessi, di compiere le scelte non sulla base dei principi ma a seconda della convenienza del momento, è il non prendere posizioni chiare, nette e quando è il caso anche irrevocabili, è il saper dare un colpo al cerchio e uno alla botte; è, insomma, l’arte di essere disposti a tutto pur di conquistare una poltrona.
E’ la capacità di dichiararsi cristiani, frequentare le sagrestie e nel contempo – quelli della mia generazione lo ricordano bene – andare sottobraccio coi figlioletti di Marx e di Mao o coi sostenitori – come fanno adesso con Fini e Berlusconi – del capitalismo selvaggio ed egoista che la Chiesa, al pari del Comunismo, da molto tempo ha condannato. Per quanto riguarda la Sicilia, il dato allarmante è che questa, al contrario di quanto accade in altre Regioni, dove l’eterogeneità delle forze politiche consente una dialettica che è essenziale per la vita democratica,
era e rimane un feudo della vecchia DC. Non pensavamo, davvero, che sarebbe arrivato per noi il giorno in cui ci saremmo vergognati di essere siciliani; di far parte di un popolo che due anni fa ha rieletto Cuffaro alla presidenza della Regione e che oggi vi spedisce il democristiano Lombardo: un uomo buono per tutte le stagioni, amico di “ Totò vasa vasa ” e soprattutto esponente di spicco del “cuffarismo”, ovvero della politica delle clientele e dei favoritismi. Alla luce delle nostre idee politiche, che i lettori sanno, giacché proprio su questo giornale le abbiamo chiaramente esposte, non possiamo certo essere sospettati di avere delle simpatie politiche per Anna Finocchiaro: gli steccati ideologici, però, non devono impedirci di valutare le situazioni in modo obiettivo e razionale. Per tale motivo, riteniamo che i siciliani, ancora una volta, hanno voltato le spalle alla trasparenza e alla correttezza e hanno dimostrato di voler continuare a vivere come servi della gleba, al servizio di nuovi vassalli, valvassori e valvassini, di protestare per la mancanza di lavoro e mandare a Palermo dei signori che considerano il lavoro non un diritto di tutti ma un privilegio riservato a parenti, amici e conoscenti; di indignarsi perché quest’Isola è prigioniera della mafia e non contenti di averlo rieletto Governatore spediscono Cuffaro a Palazzo Madama e a Palermo Lombardo, il quale non può parlare di rinnovamento e nello stesso tempo usufruire del consistente appoggio del suo predecessore. Ed è paradossale che il partito di Casini, che in questa campagna elettorale ha parlato incessantemente di valori e principi, lo abbia candidato al Senato e per giunta come capolista: d’altronde, i valori e i principi si innalzano e si sotterrano in base alle convenienze del momento, ma i voti portati da Cuffaro restano! Quanto accaduto nella nostra provincia conferma la sciagura che si è abbattuta sull’Isola. Drago, che in questa campagna elettorale ha condannato i cambia casacca, come se lui la casacca non l’avesse mai cambiata, transitando disinvoltamente da un partito laico a uno dichiaratamente cattolico, è stato naturalmente rieletto; ed eletto è stato Nino Minardo, del quale aspettiamo ancora di conoscere, in modo dettagliato, le capacità e le competenze che gli hanno consentito, in pochissimi anni, di eccellere su tutti, a tal punto da poter passare, con una versatilità che ha dello straordinario, dal turismo alle autostrade e infine alla Fondazione Federico II, sempre ai posti di comando, naturalmente. Adesso che ha raggiunto Montecitorio, aspettiamo di vederlo all’opera come ministro della Repubblica! Lo zio, invece, ha pensato, furbescamente, di puntare a Palermo e ovviamente ci è arrivato: anch’egli premiato per aver cambiato casacca più d’una volta, fino a scoprirsi autonomista: il tutto, ovviamente,  per il bene nostro e della sua città. Naturalmente  Minardo va a Palermo in buona compagnia: vanno con lui Ragusa, Incardona, Leontini, Di Giacomo e Ammatuna. Fra i non eletti non possiamo non ricordare Carpentieri che raccoglie a Modica oltre duemila preferenze e soprattutto  i 4700 modicani che hanno voluto ringraziare Torchi per avere abbondato la città nel momento più delicato della sua storia amministrativa. Come dire la Sicilia che guarda al futuro e vuole rinnovarsi! Ci lamentiamo della politica perché non sa più guardare ai problemi veri delle persone e perché è incapace d’interpretare e orientare la storia, e quando ci è data la possibilità di rinnovarla ridiamo le leve del comando a una classe politica – ci riferiamo ai vecchi democristiani e ai loro eredi di oggi – che non ha nulla da dire, perché non ha progetti culturali ed è priva di passione. Saremo anche intelligenti e geniali noi siciliani, ma politicamente apparteniamo ancora al Medioevo.


Giuseppe Ascenzo
                 

                                            LA PATTUMIERA D’EUROPA


Il grande filosofo Soren Kierkegaard sosteneva che il vero problema con cui deve  misurarsi ogni uomo è quello di scegliere che cosa vuole essere, nel senso di decidere che tipo di esistenza intende condurre.  Abbiamo sempre ritenuto che la politica, se vuole essere seria e propositiva, deve interiorizzare quanto sostenuto dal filosofo danese, operando, ovviamente, una trasposizione dall’ambito soggettivo – che è quello preso in considerazione da Kierkegaard – a quello oggettivo, e chiedersi che tipo di società vuole edificare. Si tratta, naturalmente, e ne siamo consapevoli, di un impegno culturale profondo e di un progetto politico complesso, ma riteniamo che la sua mancata  realizzazione sia la causa della crisi che avvolge la politica italiana, dal piano nazionale a quello locale. La politica, infatti, da nobilissima arte è diventata volgare ricettacolo delle meschine debolezze umane: uno strumento per fare soldi e carriera; un mezzo per coltivare clientele e, troppo spesso, un comodo rifugio per ignoranti, falliti e disoccupati. Modica, naturalmente, non fa eccezione e difatti, anche durante quest’ultima campagna elettorale – in cui coloro che hanno deciso di “sacrificarsi” a Palermo o a Roma per il bene della città, e che ci hanno guardato sorridenti e ammiccanti dai manifesti elettorali affissi senza regole e senza alcun rispetto per la città che dicono di amare – non uno di questi “martiri”, sia di quelli eletti sia di quelli che han dovuto rinunciare al martirio, si è degnato di dirci che tipo di Stato e di Regione vuole costruire; nessuno si è preoccupato di comunicarci quale sia la sua visione del mondo – ammesso che ne abbia una – entro cui collocare poi il suo progetto politico. Non c’è alcuno che si sia reso conto che la politica non è soltanto prassi. Se non è sostenuta da un progetto culturale chiaro, definito e complessivo è come una nave che naviga a vista e basta un po’ di nebbia perché vada a sfracellarsi sugli scogli. Quanto detto è facilmente riscontrabile in quello che sta accadendo in questi giorni a Modica: sembra, infatti, che il destino di questa città dipenda dal “famigerato” Eurochocolate. La programmata edizione del 2008, infatti, è stata per parecchi giorni al centro di quotidiane polemiche, e la città, nell’attesa di ingurgitare chili di cioccolato,  intontita e frastornata, fra le minacce di Guarducci, le pretese del Consorzio di tutela e le rassicurazioni di Provincia e Comune, ha vissuto il suo dramma: si farà o no la grande kermesse? Vivremo o no la mirabile ed emozionante notte fondente?
A questi interrogativi vogliamo aggiungerne un altro: ma i modicani si sono resi conto o no di quanto la città è caduta in basso? Ma è possibile che il problema dei problemi in questa martoriata città è quello di una manifestazione che crea soltanto caos, sporcizia e frastuono e che non è utile a nessuno, come dimostrano le recenti dichiarazioni degli albergatori, che, per la fine di Aprile, registrano il tutto esaurito, senza che questo abbia alcuna relazione con la kermesse del cioccolato !
Ma davvero dovremmo perdere il sonno per una sagra paesana istituita al solo fine di ottenere consensi? Ci chiediamo, costernati, se c’è ancora una speranza, anche piccola, che i modicani si possano ravvedere, e possano capire che coloro che, in questi anni, hanno amministrato la città li hanno usati ed hanno trattato Modica come un mercato, dove sono state vendute finte promesse, impegni solenni poi miseramente naufragati sulla polvere della falsità e pomposi proclami stracolmi di retorica. Noi riteniamo che sia giunto il  momento che i nostri concittadini si rendano conto che le sagre e le fiere sono uno strumento per non farli pensare, affinché la loro attenzione sia dirottata verso ciò che è futile e inutile. Per tale motivo, li esortiamo a porre, a coloro che grazie al loro voto sono stati eletti, alcune domande e di pretendere delle risposte chiare e inequivocabili: cosa vogliono fare di questa Regione e di questa città? Chiedano loro se e come intendono porre fine alla vergogna del lavoro come privilegio di pochi e non come diritto di tutti; se e come vogliono debellare la piaga del nepotismo e del clientelismo; se e come intendono farla finita  con le connivenze mafia-politica. Domandino loro se e come ritengono di liberare la sanità siciliana dalla sudditanza alla politica, affinché i cittadini siano sicuri che un primario sta in quel posto grazie alle sue competenze e non perché figlioccio di qualche padrino politico o mafioso. Ci dicano, costoro, che adesso andranno a “sacrificarsi” a Roma e a Palermo, se e come credono di liberare la nostra terra da una situazione infrastrutturale da terzo mondo. Siamo certi, purtroppo, che queste domande resterebbero senza risposta, e il nostro pessimismo nasce da un’amara considerazione. E’ in atto, ormai da tempo, un perverso connubio per ottenebrare le menti dei cittadini: da un lato, li si stordisce con le sagre e le feste di paese – a Modica abbiamo quella del cioccolato, e per tale motivo ne abbiamo parlato, ma ognuno ha ovviamente le proprie –  dall’altro, si fa in modo di intontirli facendo loro credere che la politica sia soltanto l’arte di provvedere a illuminare una strada, a coprire una buca, a invertire un senso di marcia. E di tutto questo il popolo discute nei bar, nelle piazze, come faceva col calcio il lunedì mattina, quando questo era il protagonista della Domenica, prima che anch’esso fosse stravolto dall’umana idiozia. Il decadimento della politica non è in verità che la fine della politica. Il capitalismo sfrenato, che si è ormai impadronito anche della nostra terra, crea delle disuguaglianze inaccettabili; il dominante liberismo ha posto il mercato e le sue leggi al di sopra di tutto e lo Stato, non potendo intervenire, si fa complice di questo attentato, vile ed egoista, verso i meno abbienti e i meno fortunati; le nostre frontiere sono state rese inutili da una politica demagogica che accoglie tutti, anche coloro che andrebbero rispediti subito al mittente;
assassini e stupratori stanno ai domiciliari o in permesso premio, e tornato a delinquere, e un giudice, che impiega otto anni per depositare le motivazioni di una sentenza di mafia - consentendo, nel frattempo, a sette condannati di essere scarcerati – viene mantenuto in servizio dal Consiglio Superiore della Magistratura; i grandi Enti sono stati quasi tutti privatizzati, col risultato che il servizio al cittadino non conta più nulla, sacrificato sull’altare degli affari e del profitto; la Campania è sommersa dai rifiuti e il suo Presidente rimane tranquillamente al suo posto: i cittadini devono vivere in mezzo alla sporcizia e respirare veleno, e nessuno paga per le colpe commesse; il Parlamento accoglie indagati e condannati che i partiti ricandidano e che il popolo regolarmente rielegge. Ma a questi autentici disastri che inquinano la politica – e che in un popolo civile provocherebbero una incontenibile repulsione – il popolo italiano, purtroppo, sembra essersi abituato. La politica è finita perché questo popolo  non ha la dignità di mandare a quel paese, per sempre, una classe politica che ha fatto dell’Italia, dal punto di vista morale, la pattumiera d’Europa. L’ex sindaco di Modica fece scrivere in suo manifesto elettorale: un futuro da raccontare.
Ma gli italiani, e i siciliani in particolare, hanno ancora un futuro?

 

Giuseppe Ascenzo