GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA E GIUSTIZIA SOCIALE

 

 

La realizzazione di un commercio equo e solidale è sicuramente un’iniziativa lodevole, soprattutto in un contesto economico come quello nel quale viviamo e che è caratterizzato dalla sempre crescente affermazione dei processi di globalizzazione e da un capitalismo selvaggio, frutto di uno sfrenato e diffuso liberismo. Per quanto riguarda la globalizzazione, si tratta di un fenomeno talmente vasto che in questa sede può essere solo accennato. Basti pensare che non è una realtà  univoca ed omogenea: esiste infatti una globalizzazione culturale, giuridica ed economica: mi soffermo su quest’ultima che è la più attinente al tema del commercio. La globalizzazione economica è, a mio avviso, drammaticamente negativa per quanto riguarda la produzione e la commercializzazione dei beni per i consumi di massa: si pensi alle varie multinazionali che detengono le chiavi per decidere le scelte economiche di un intero pianeta o alle grandi industrie, che, nel sistema produttivo, utilizzano a piacimento le varie parti del mondo a seconda delle materie prime che vi si trovano e del costo della manodopera. Può addirittura accadere che una nave, ad esempio, carichi componenti di apparecchiature elettroniche, perché poi siano assemblate a bordo: il tal modo l’imprenditore aumenta, tramite un atto moralmente disdicevole, il proprio vantaggio economico; gli operai a bordo, infatti, trovandosi in acque extraterritoriali non godono dei diritti sindacali. Il mercato globale è un volgare sfruttamento degli esseri umani. Non lo caratterizza alcuna forma di Umanesimo; non lo qualifica alcun rispetto per l’attività lavorativa dell’uomo. Il lavoro – come direbbe Marx – non è più il soddisfacimento di un bisogno (quello di realizzarsi), ma è lo strumento per soddisfare un bisogno( quello di poter vivere ). Diceva Marcuse: “ Io auspico che i popoli possano rifiutare le regole del gioco che viene giocato con carte truccate contro di loro, che possano rifiutare la vecchia strategia della pazienza e della persuasione, la fiducia nella buona volontà dell’Establishment, le sue false e immorali comodità, la sua crudele opulenza”.  La dimensione globale dei mercati finanziari offre, è vero, grandi possibilità di espansione economica, ma comporta, allo stesso tempo, dei gravi rischi: la disponibilità di una manodopera globale, se da un lato consente di decentrare la produzione nei paesi dove il costo del lavoro è più basso – Europa orientale, Asia, America latina – dall’altro, determina anche la diffusione di nuove drammatiche forme di sfruttamento. Nei primi giorni di Marzo, Modica è stata al centro dell’attenzione nazionale e per certi aspetti internazionale. Nonostante i tanti e gravi problemi che l’affliggono, da qualche anno sembra che i nostri destini e il nostro futuro dipendano da quante volte e per quanto tempo la nostra città sta sui teleschermi. Non insisto su questo argomento, giacchè non ritengo opportuno, in questa sede, dar vita a polemiche di carattere politico.  La città è stata dunque sommersa da tonnellate di cioccolato; abbiamo avuto anche l’incontro dei paesi produttori di questa prelibatezza: ma siamo sicuri che nella produzione del cacao – in America Latina, per esempio – le attività lavorative avvengano nel rispetto della persona e dei suoi diritti civili e sindacali? Stiamo attenti, perché in un’ economia globalizzata, dove non è sempre facile scoprire la provenienza di un prodotto, capire chi lo ha lavorato, intuire dove sarà smerciato, è facile nascondere  scandalose situazioni di sfruttamento, soprattutto minorile. Per quanto riguarda il secondo punto, quello relativo al capitalismo selvaggio, voglio ricordare che la globalizzazione economica è figlia del libero mercato. Il Mercato: una sorta di divinità nel cui nome  si può compiere qualunque tipo di misfatto. Ciò non significa che il mercato – con le sue leggi della domanda e dell’offerta – sia oggettivamente un male. Il male, a mio parere, sta in un mercato senza regole e pertanto dominato e determinato dal più forte; dunque dalle grandi lobby finanziarie e dalle grandi holding industriali: va da sé che in un mercato senza regole le grandi multinazionali possono fagocitare le piccole imprese e la grande produzione può stritolare la piccola. Permettere un mercato senza regole vuol dire innalzare  un tempio allo sfruttamento, alla disoccupazione e all’ ingiustizia sociale. Tutto ciò è figlio delle politiche neoliberistiche che fanno si che il Nord del pianeta diventi sempre più ricco e sempre più volgarmente opulento, e il Sud sempre più indebitato e povero. Io ritengo che alla base di questa venerazione per il liberismo vi sia un inganno colossale: estromettere lo Stato dal mercato, non consentirgli di controllarlo,  in nome della libertà, significa concedere a pochi il controllo dell’economia di un Paese, e dunque non si garantisce affatto la libertà, ma la si annulla. Se i prezzi salgono alle stelle erodendo il potere d’acquisto del denaro, e non si interviene in nome del libero mercato, si mettono in crisi le famiglie: ed io non riesco ad immaginare, con tutta la buona volontà, che la famiglia valga meno della legge della domanda e dell’offerta. Il libero mercato produce l’oligarchia: i pochi che decidono la situazione economica dei molti. Per quanto riguarda i guasti prodotti da un mercato senza regole basta rileggere con attenzione certe vicende italiane degli ultimi anni, come i fallimenti della Cirio e della Parmalat, che hanno rovinato migliaia di piccoli risparmiatori, o gli immorali intrallazzi economici, effettuati da certa finanza “allegra” (chiamiamola così), che hanno caratterizzato certe scalate degli ultimi tempi. L’altra faccia non meno nociva del liberismo è la morbosa attenzione al privato, che sottintende, ovviamente, il disinteresse per il pubblico. In Italia, ad esempio, tutto questo ha determinato ingenti regali alle scuole private ( che in molti casi sono dei veri e propri diplomifici) a scapito della scuola statale che ha visto riduzioni di mezzi e investimenti. O gli interventi sulla sanità: basti pensare alla Sicilia, dove c’è un’ impressionante proliferazione di cliniche private – che sono dieci volte più numerose di quelle lombarde! - che tutti noi finanziamo, ma dove tutti, poi, non possiamo andare. Quanto abbiamo detto, naturalmente, non significa riproporre soluzioni di tipo collettivistico, già condannate dalla storia, ma vuol dire riscoprire e dar forza al Welfare-State, cioè a quello Stato Sociale che ancora oggi, a mio avviso, è l’unica strada da percorrere per non cadere nel totalitarismo comunista o nello sfrenato capitalismo, egoista e ingiusto. L’idea che il mercato possa spontaneamente produrre l’equilibrio fra domanda e offerta è un’utopia. Bisogna che lo Stato intervenga nel dirigere la produzione – lasciando ovviamente spazi di libertà – e soprattutto nella distribuzione della ricchezza, per evitare la formazione di gigantesche fortune da un lato, di povertà e di miseria dall’altro. Chi ha paura che lo Stato gli faccia i conti in tasca non ha timore  per una mera questione di principio – la violazione della sua libertà – ha solo paura di perdere i suoi privilegi, poco importa se costruiti sulle disgrazie altrui. Ben venga dunque uno Stato, che, pur garantendo la proprietà privata e il mercato, non venga mai meno  al suo dovere, che è quello di garantire non solo la libertà ma anche la giustizia sociale. Gli esempi, nella Storia, non mancano: basti pensare al New Deal (Nuovo Corso) realizzato negli Stati Uniti d’America dal presidente Roosevelt nel 1932, per far fronte alla grande crisi del ’29; nella consapevolezza, ovviamente, della diversità del contesto e delle mutate condizioni dei processi economici. Ritengo, per concludere, che sarebbe quanto meno opportuno chiudere con il mito del liberismo  ad ogni costo ( che non fà che perpetuare la differenza tra ricchi e poveri) e rivalutare Keynes  e la sua critica all’osservanza dogmatica dei principi del liberalismo economico. Senza la giustizia sociale, la libertà rischia di diventare soltanto uno slogan: a nessuno è concesso di utilizzare un ideale così grande per nascondere l’infamia dell’umano egoismo, che produce ingiustizia all’interno dei popoli e inaccettabili disuguaglianze tra le nazioni che abitano questo nostro pianeta.

 

 

 

     

                                              LE BANDIERE AMMAINATE

 

Con le recenti elezioni si è conclusa una campagna elettorale, in occasione della quale abbiamo toccato con mano l’ipocrisia e il decadimento ideale del nostro Paese. Entrambi, sia chiaro, ci erano già noti, avendoli constatati da un pezzo nei tanti ambiti che costituiscono la complessa struttura di uno Stato e dunque anche del nostro. Non sentivamo ovviamente alcun bisogno che tali tratti, fra i più deleteri della nostra storia nazionale, andassero ad inquinare persino una campagna elettorale: come non vedere il crollo dei grandi ideali in una politica che sa parlare, ormai, solo il linguaggio della merce, delle percentuali e del profitto; convinta che il nostro sguardo non sappia più vedere oltre la siepe delle aliquote e delle tasse, convinta di poter costruire col denaro persino la ricchezza spirituale del nostro futuro. Come non provare disgusto ed inquietudine per l’ipocrisia che ha invaso anche il più piccolo anfratto di quel mondo mediatico, già di per sé complesso e poco trasparente: come potremmo altrimenti definire, in occasione di quest’ultimo confronto elettorale, i continui appelli alla concordia e il costante, pressante invito ad abbassare i toni dello scontro? Chiarito che non mettiamo certamente in dubbio la legittimità della tolleranza e del rispetto reciproco, ci sembra però naturale che un’ importante e decisiva competizione elettorale non possa prescindere dallo scontro dialettico e da una situazione d’inevitabile conflittualità, per la diversità delle opinioni e dei programmi, e per la differente visione della vita. Gli estenuanti appelli alla concordia ci sono sembrati una riedizione, sotto altre vesti e con diverse forme, di quel farisaico atteggiamento democristiano – che tanto abbiamo odiato nei nostri anni giovanili e che ancora disprezziamo – che nel nome della mediazione attuò meschini compromessi e nefandezze d’ogni tipo. La confusione dei ruoli, la nebbia dell’indeterminato, l’artefatta armonia conducono, per dirla con Hegel, alla famosa notte in cui tutte le vacche sono nere: e nel buio, si sa, è facile nascondere le azioni più abiette e i più miserabili progetti. Noi rifiutiamo la logica del consociativismo che ha prodotto nel nostro Paese danni irreparabili. La logica degli schieramenti contrapposti che si battono per ideali irriducibili non è odio e nemmeno violenza; fondata sul dato irrinunciabile della reciproca tolleranza, essa produce delle identità forti e consapevoli, in grado di affrontare la vita con onestà e coerenza. La logica consociativa, al contrario, ha annegato la coscienza consapevole nel rovinoso mare della confusione: questa melma indistinguibile ha uniformato le coscienze, generando uomini politici che hanno fatto della furbizia e dell’incoerenza la bandiera della loro vita. Quanto detto è certamente preoccupante, ma il dato ancora più allarmante è rappresentato dall’apatia e dal disinteresse ampiamente diffusi nella stragrande maggioranza dei giovani. La nostra generazione – quella che compì gli studi liceali e universitari negli anni Settanta – commise certamente molti errori: ci riferiamo a coloro che per scelta o per mera casualità finirono tragicamente nella spirale del terrorismo, ma non v’è dubbio che il sogno di cambiare il mondo con la forza dei propri ideali, il desiderio di squarciare il velo del conformismo e della falsità, l’aspirazione a costruire un domani migliore,  ci hanno permesso di sopravvivere quando la fine delle ideologie ha consegnato il mondo a un padrone avido e sanguinario, che si nasconde e che manovra, come fossero burattini, gli Stati e le Nazioni. E’ il denaro il principe di questo mondo: lo è sempre stato, ma oggi è diventato un despota invincibile; chi sapeva contrastarlo è uscito di scena: le bandiere, all’ombra delle quali percorremmo chilometri di lotte e di speranze, sono state ammainate e il tiranno ha trionfato. Confessiamo che un brivido ci assale ogni qualvolta, nelle adunate di Forza Italia, scorgiamo schiere di giovani osannanti davanti al grande imbonitore, e, con grande rimpianto per ciò in cui abbiamo creduto e per cui abbiamo combattuto, ci chiediamo come possano dei giovani, nell’età dei sogni e dell’intransigenza, aspirare al quel mondo che viene loro proposto, che ha le sembianze di un universo gelido e inanimato: un mondo di aziende e di computer, fatto di aliquote e percentuali, governato dalle leggi del mercato e dalla logica di un egoismo bieco ed immorale. Ci chiediamo cosa sia questo tarlo malefico, che si è insinuato nelle menti e nei cuori di questi ragazzi, e che corrode in modo inesorabile l’anelito ad una società libera e giusta, facendo germogliare il seme dell’inganno: come se la libertà la si potesse imprigionare nell’angusta dimensione dell’utilitarismo e della concezione edonistica della vita. La libertà non è l’illusoria convinzione che l’io possa agire senza freni e inibizioni: la libertà la si conquista quando l’io agisce e pensa in totale autonomia, quando non ha padroni, quando è disposto ad accettare critiche, contrasti  e persino l’emarginazione pur di restar fedele ai suoi ideali e ai suoi convincimenti. Questa libertà, e la dignità che ne consegue, sono gli unici strumenti che possediamo per essere uomini seri, maturi e consapevoli, in questo Paese di banderuole e saltimbanchi d’ogni sorta.

 

 

 

 

                                  L’ULTIMA NEFANDEZZA PRIMA DELL’ADDIO

 

Con un decreto dello scorso 30 Marzo, il ministro Moratti – a tal proposito ci piacerebbe sapere se hanno validità giuridica tutti gli atti che la signora ha firmato in questi anni, considerato che ha utilizzato non il suo cognome, ma quello del marito – esce di scena compiendo l’ennesima nefandezza; 30 milioni di euro: a tanto ammonta il gentile regalo che il governo Berlusconi elargisce alle scuole paritarie del nostro Paese: un contributo che si aggira intorno a 300 euro a famiglia. I motivi per i quali giudichiamo tutto ciò un’autentica infamia sono molteplici, ma in questa sede ci soffermiamo su quei due che ci sembrano i più eloquenti e nello stesso tempo quelli sicuramente meno accettabili. Ci sembra evidente che una famiglia appartenente al ceto operaio e impiegatizio, soprattutto se monoreddito, non può permettersi che il proprio figlio – figuriamoci se più di uno – frequenti una scuola privata; essa non possiede, infatti, i mezzi finanziari per far fronte alle esorbitanti spese che ciò comporta: retta mensile, iscrizione e acquisto dei libri di testo. Quanto detto, naturalmente, vale per tutte le famiglie italiane che rientrano nella suddetta tipologia; nel nord del Paese, poi, dove il costo della vita è ancora più elevato, l’impossibilità diventa utopia. Questo tipo di famiglia, che l’euro, prima, e la dissennata politica berlusconiana,dopo, hanno posto di fatto ai margini della società e ridotto in condizioni economiche a dir poco allarmanti, pressata da problemi di vera e propria sopravvivenza, non soltanto non manda i figli nelle scuole private, che tanto piacciono a Berlusconi e alla signora Moratti, ma considera tutto ciò, giustamente, l’ultimo dei suoi problemi: un operaio o un impiegato, infatti, che manda avanti la sua famiglia col suo solo stipendio, non potrebbe certo trovare conforto, a fronte delle notevoli spese sostenute, nel misero contributo statale. La conclusione è talmente ovvia che non varrebbe neanche la pena di ricordarla; lo facciamo ugualmente a beneficio di chi si fosse distratto nella lettura e a vantaggio della chiarezza: le scuole private restano appannaggio delle famiglie benestanti della società italiana ed è giusto, allora, che tutti sappiano che sono queste le uniche beneficiarie del contributo statale. D’altronde, è stato proprio il grande manovratore di Arcore, in piena campagna elettorale, a ricordarci che non è giusto che il figlio dell’operaio abbia le stesse prerogative e le medesime opportunità del figlio del professionista: l’ormai precario inquilino di Palazzo Chigi, insomma, si fà paladino - nel XXI secolo ! – di una società classista che credevamo confinata in altri contesti e in altre epoche storiche. La volgarità e l’egoismo di simili affermazioni si commentano da soli ! Il decreto della Moratti – che è la logica conseguenza del liberismo berlusconiano – è di una scelleratezza senza fine: togliere a chi non ha per dare a chi ha è un atto che occupa il gradino più basso nella scala dell’azione politica e della correttezza morale. Non possiamo poi sottacere l’altra scandalosa situazione che il decreto della Moratti fà emergere in tutta la sua gravità: si tratta della scuola statale, che questo governo ha relegato tra le cose inutili e improduttive; come se la scuola fosse un’azienda e gli studenti una merce. In questo clima d’incontenibile esaltazione per tutto ciò che rientra nella categoria dell’economico,  i nostri ragazzi sono stati considerati alla stregua di un prodotto, che occorre ben confezionare, perché rientri nei canoni di quel mercato del lavoro voluto e imposto dai signori della confindustria. La nostra scuola è stata abbandonata sotto il profilo economico; ci sono problemi strutturali e infrastrutturali enormi: edifici in molti casi fatiscenti, difficoltà nell’acquisto del materiale didattico, e, nell’inverno appena trascorso, anche nella nostra provincia, si sono registrati gravi disagi nel garantire il riscaldamento delle aule. Dinanzi a tutto questo, che rappresenta soltanto una goccia nell’oceano delle difficoltà nelle quali di dibatte la scuola pubblica, trenta milioni di euro regalati ai diplomifici rappresentano un’offesa alla giustizia, un affronto a tutto il personale che opera nella scuola e un oltraggio a tutte le lotte che i docenti hanno fatto in questi anni per ottenere la dignità che è stata loro tolta in questi sessantanni di storia repubblicana. Se il termine diplomificio dovesse dar fastidio a qualcuno ce ne dispiace, tuttavia non possiamo che ribadirlo e non certo per sentito dire: quando gli esami di Stato costituivano ancora un momento serio ed importante nella carriera scolastica degli alunni e nell’esperienza professionale di noi docenti – prima che la signora Moratti li modificasse per fare l’ennesimo regalo alle scuole private – noi, come commissari esterni, provenienti dalla scuola statale, in più di un’occasione abbiamo avuto modo di constatare la differenza tra la scuola pubblica e quella privata: e ciò non ha fatto che rafforzare in noi l’idea di quanto sia giusto salvare la prima e distruggere la seconda.