In questo periodo, la futura elezione del difensore civico è al centro dell'attenzione sulla stampa locale e non solo; come cittadini siamo tutti interessati agli sviluppi della vicenda. Naturalmente, la problematica più dibattuta è quella riguardante il rapporto fra il governo cittadino e il difensore civico in quanto espressione della cosiddetta "società civile". A tal proposito, registriamo alcune osservazioni del Sindaco che ci lasciano alquanto perplessi. Egli ha infatti asserito: "La società civile non può prevaricare sulla politica; la scelta (del difensore civico) non può essere vincolata da un organismo; occorre salvare le prerogative del civico consesso". Credo sia abbastanza evidente che tale visione dualistica del rapporto tra società e politica è deleteria per quel che riguarda la concezione e la gestione del potere, che non è chiamato a fagocitare tutto ciò che è altro da sé, ma a porre le scelte decisionali che da esso derivano al servizio della collettività. Ma tale concezione è soprattutto fragile dal punto di vista filosofico, in quanto si rivela un'autentica aporia, nella misura in cui le conclusioni alle quali si intende pervenire sono già logicamente inaccettabili in partenza, perché palesemente contraddittorie. La società civile non può prevaricare sulla politica per il semplice motivo che è quella che genera questa, e, secondo le leggi della normale dialettica democratica, deve non soltanto controllarla ma addirittura orientarla. Non c'è bisogno di scomodare Popper, spero, per ricordare che non c’è democrazia se i governati non sono posti in condizione di vigilare sull'operato dei governanti, per impedire "che governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno". La società civile non esprime la politica perché questa poi si ponga, come un antico maniero, su una rocca inaccessibile e impenetrabile: non è certo questa la prerogativa del civico consesso, ma dar conto e ragione ai cittadini del proprio operato, sempre e in ogni circostanza. Mi ha inoltre assai meravigliato l'osservazione del capogruppo dei democratici di sinistra, persona assai distante da me politicamente, ma che stimo per la sua preparazione, il quale asserisce essere penoso il fatto che ci siano delle candidature marcatamente politiche. Non condivido le osservazioni del Prof .Barone, non perché non sollevino un fatto che di per sé è certamente vero, ma perché o sono l'espressione di un pensiero distorto e confuso di ciò che s'intende col termine politica o sono la manifestazione di un uso strumentale di un dibattito che meriterebbe sicuramente maggiore attenzione. Poiché ritengo che la prima ipotesi sia poco probabile, considerata l'intelligenza e la cultura del nostro, non resta che dar credito alla seconda. Barone contrappone a un difensore civico espressione delle forze politiche una figura che "dovrebbe invece essere competente nell'area giuridica": come dire, dunque, che tali competenze metterebbero il futuro difensore civico al riparo da pericolose contaminazioni politiche. Si invoca, insomma, un professionista a-politico, il che mi sembra paradossale, considerato che ciò è sostenuto proprio da un professionista che fa politica e per giunta attiva; dannoso, perché ci ritroveremmo con un difensore civico privo di orientamento politico e dunque qualunquista; utopistico, infine, giacché è impensabile, soprattutto oggi che la politica si annida, talvolta a sproposito, in tutti i gangli della società civile, invocare una figura super-partes, categoria che appartiene più al mito che alla realtà. Ritengo che tutte le opinioni che sono state espresse, alcune condivisibili, altre criticabili, difettino tutte d'un vizio d'origine, che è quello di guardare al dato oggettivo della questione (la nomina del difensore civico), in termini filosofici diremmo al fenomeno, mentre occorrerebbe, per dirla con Schopenhauer, squarciare il famoso velo di Maya, per cogliere ciò che il fenomeno nasconde, quel che si cela e non appare: il degrado della politica; il trasformismo che la corrode e la inquina, l'arroganza che la svilisce e la involgarisce, l'opportunismo che la rende inetta e mediocre.
La causa di tutto ciò risiede nel fatto che la politica, da un pezzo, ha cessato di configurarsi come servizio alla collettività e con esso più non costituisce un binomio indissolubile e virtuoso, per diventare il luogo ove s'incontrano e si fondono, in un abbraccio perverso e letale, sete di denaro e di potere, ambizioni e voglia di riscatto sociale. Poiché la politica vive la situazione di degrado che ho sopra descritto e poiché è in grado d'inquinare le coscienze, anche le più cristalline, il vero problema nella nomina del difensore civico non è che sia fazioso o super-partes, che sia competente nell'area giuridica o in quella della promozione e della tutela dei diritti dei cittadini, esso è piuttosto nel creare le condizioni perché le candidature scaturiscano dal desiderio autentico di servire la cittadinanza. Ridurre il compenso previsto (ci auguriamo che quella dei sessantamila euro annui sia soltanto una voce infondata e che pertanto tale scandalo non abbia a verificarsi), ridimensionare l'apparato di potere (si parla di un ufficio con tre impiegati alle sue dirette dipendenze); insomma puntare di più sul ruolo del servizio ai cittadini che sul conseguimento di un conveniente obiettivo politico e soprattutto economico: tutto ciò potrebbe essere un valido strumento per non indurre in tentazione e perché anche in occasioni poco eclatanti, come le vicende politiche di ambito locale, la questione morale sia sempre considerata un dato qualificante e soprattutto imprescindibile.
Giuseppe Ascenzo
Franco Antonio Belgiorno ha scritto sul Giornale di Sicilia del 16 Novembre: "E tuttavia il retaggio del "baciolemani" sopravvive nei nipoti di quei contadini che oggi si trova a dirigere le sorti della città: forse compie senza volerlo lo stesso gesto del padrone di un tempo, che sfruttava e prometteva". E' un'osservazione che mi ha fatto riflettere, inducendomi a delle considerazioni che voglio sottoporre ai nostri lettori. Non v'è dubbio che i nipoti hanno molte colpe da farsi perdonare, non ultima, credo, quella d'aver tradito gli avi, nel senso d'aver posto nell'oblio il retaggio di una cultura antica e genuina, intrisa d'una sapienza arcana che sgorgava dalla vita e d'una concretezza sana ed efficace; una cultura che s'apriva alla solennità dei gesti e alla sacralità della parola. Molti di quei nipoti, oggi, sono al governo della città. In tutto ciò, ovviamente, non ravvisiamo nulla di esecrabile, giacché il desiderio dell'affermazione personale e l'aspirazione al riscatto sociale sono dati accettabili e condivisibili. Ciò che invece non condividiamo affatto è la costante cancellazione delle proprie radici, sepolte fra le ragnatele della dimenticanza e dell'indifferenza, ormai scomparse nei meandri della nuova civiltà in cui viviamo: industrializzata, consumistica, massificante. Noi riteniamo che Modica, oggi come non mai, abbia l'improrogabile necessità di attingere dalle sue campagne, d'incomparabile bellezza, il seme della sapienza e il profumo della genuinità. Non si tratta, ovviamente, è quasi superfluo ricordarlo, di riportare la città in una dimensione che non le può più appartenere, giacché sarebbe paradossale e assurdo; ma di recuperare valori e modalità d'essere che, pur guardando al futuro, le consentirebbero di crescere in modo ordinato e non caotico, decoroso e non volgare, semplice e non arrogante. Credo che le scelte di questa Amministrazione, e soprattutto le modalità della loro realizzazione, stiano infliggendo un colpo mortale all'anima - quella vera, non quella che appare- di questa città. Ciò che Modica ha ereditato dalla cultura iblea, in termini di tradizione contadina, e che ha saputo per tanti anni conservare, oggi viene disinvoltamente dilapidato proprio da quei "nipoti" che più d'ogni altro avrebbero dovuto custodire e preservare. La concretezza è quotidianamente offesa e lacerata dalla cultura dell'apparenza; sull'argomento ho già scritto abbastanza e non credo sia il caso di ripetermi, ma certo questa Amministrazione non fa nulla per smentirci. Non parliamo poi della sovraesposizione mediatica di sindaco e assessori, che, soprattutto in quest'ultimo periodo, è diventata intollerabile e della spropositata pubblicità riservata anche agli eventi più inutili e insignificanti: si pensi alla stampa locale che con cadenza quasi quotidiana ci ha costantemente ricordato di sintonizzarci tutti quanti su Canale 5, alla mezzanotte del 14 Dicembre, perché per ben "cinque minuti" la nostra città sarebbe stata alla ribalta nazionale. Per tale motivo è stato legittimo chiedersi: Per la storia dell'antica Contea? Per lo splendore dei suoi palazzi barocchi? Per la musica del Floridia? Per la filosofia dell'Ottaviano? Nossignori! Per il cioccolato e il pane casereccio!
Se l'apparenza ha soppiantato la concretezza, la volgarità sembra aver distrutto il decoro e la semplicità. Basti per tutti la recente Festa dei sapori. Gli atri degli antichi palazzi profanati dal tumazzu e dalle fave (A tal proposito vorrei ricordare all'Amministrazione comunale che ogni antico palazzo trae la sua denominazione dal cognome di chi lo ha edificato e non di chi ne è entrato successivamente in possesso, per acquisto o eredità; sarebbe dunque ora che il governo cittadino si attivasse per rimettere le cose al loro posto); l'anonimo sciamare degli ignari modicani, i cosiddetti "artisti di strada" che hanno offerto uno spettacolo della cui mediocrità ci siano tutti accorti, e, infine, l'uscita dal palazzo del potere, con successiva sfilata in pieno centro, dell'assessore regionale, del sindaco e di qualche assessore comunale, una scelta in cui non ravvisiamo, davvero, né stile, né signorilità. Tutto ciò ha defraudato Modica della sua dimensione aristocratica e cittadina, per conferirle i tratti di un volgare paesotto di provincia, con le famigliole vestite a festa, i bambini coi palloncini, e gli adulti a masticar tumazzu e fave cottoie.
Se i nipoti di quei contadini avessero più riguardo per quel mondo di affetti e di valori che hanno ormai dimenticato, potrebbe nascere a Modica una speranza nuova: le prospettive di lavoro per i nostri giovani, il recupero della religiosità nel suo significato più ampio, la politica per la famiglia, il sostegno ai bisognosi, il rilancio della cultura. Insomma, la politica del fare e non del dire, dei gesti concreti e non delle promesse demagogiche. Leggo su "La Sicilia" dell'8 Dicembre quanto dichiarato dai segretari dell'attuale maggioranza: "E' innegabile che oggi la città è assurta all'attenzione nazionale e internazionale, uscendo dall'anonimato in cui l'avevano relegata dieci anni di amministrazione di centrosinistra". Ecco, io ritengo che tale asserzione sia davvero illuminante ai fini della comprensione di quale sia il gigantesco limite di chi attualmente governa la città: la convinzione che far politica sia portare Modica alla ribalta nazionale. E' la politica della forma e non dei contenuti, e, come tale, è una politica inconsistente e vuota. Ciò che conta non è che Modica sia alla ribalta, ma le motivazioni che ve la conducono. Si continui pure a propagandare tumazzu e fave cottoie, ma si abbia il buon gusto di relegare tutto ciò nella dimensione che gli compete; e si sappia, soprattutto, che sono tanti i modicani che sanno guardare oltre le interviste e i riflettori, al di là dei proclami e delle feste e che sono in grado, pertanto, di appurare se dietro tutto questo c’è l'essere o il nulla!
Giuseppe Ascenzo
“Agisci in modo da considerare l’umanità,sia nella tua persona,sia nella persona di
ogni altro,sempre come scopo e mai come mezzo”
Kant “Critica della Ragion Pratica”
In quest'ultimo periodo, sulla stampa locale, più d'una volta, ci è stata propinata
una notizia che, sinceramente, avremmo volentieri fatto a meno di leggere, una notizia che ha suscitato in noi un duplice sentimento: un bonario sorriso, prima, e un senso di sgomento, poi, al subentrare dell'analisi attenta e ponderata dei fatti: intendo riferirmi all'insediamento del sindaco, assessori e consiglieri "baby" e alla successiva protesta dei genitori per presunte irregolarità nelle votazioni. Premetto che ho sempre nutrito molte perplessità sulla bontà dell'iniziativa, non soltanto per il suo carattere intrinsecamente demagogico, ma soprattutto per i suoi risvolti pedagogici che considero altamente nocivi. Ho scritto,sulle colonne di questo stesso giornale, che le mie ripetute critiche a questa amministrazione non nascono da una ostilità preconcetta, ma dal desiderio che Modica sia governata con competenza ed equilibrio. Giacché quest'ultimo, soprattutto, appare sempre più latitante nella quotidiana amministrazione della città, sono costretto, mio malgrado, a ripetermi, ed a sottolineare, ancora una volta, che questa amministrazione continua, imperterrita, a proporci la politica dell'apparire e non dell'essere.
Scriveva Erich Fromm: "Essere significa dare espressione alle proprie facoltà e ai propri talenti, alla molteplicità di doti che ogni essere umano possiede; significa rinnovarsi, crescere, amare, trascendere il carcere del proprio io". Significa dunque affrancarsi da una visione gretta ed egoistica della vita, andare verso l'altro con la consapevolezza che tale incontro può sempre costituire occasione di reciproco arricchimento. Sarebbe davvero qualificante per gli amministratori e salutare per gli amministrati, se la politica facesse suo il grande insegnamento kantiano di considerare gli altri sempre il fine e mai il mezzo delle nostre azioni. Ritengo che la politica, quella vera, che sa farsi interprete delle istanze dei cittadini e sa proporre validi progetti per la loro risoluzione, abbia abbandonato i vicoli, le strade e i quartieri della città, coi loro mille problemi e con le loro mai sopite speranze, e si sia smarrita nella dimensione aleatoria dell'immagine; che si sia persa tra le prelibatezze del nostro cioccolato e il profumo del nostro vino, tra emozioni barocche e sagre culinarie, nelle quali, l'unico odore che riusciamo a sentire è quello malsano della propaganda e della demagogia. Ma quali reconditi e nobili significati dovremmo scorgere in questa fanciullesca competizione, che proietta i nostri figli in una realtà virtuale e pertanto alienante, e che propone loro ruoli immaginari e li catapulta in un mondo che non gli appartiene. Tutto ciò avrebbe potuto anche avere qualche aspetto positivo, se avesse assunto le sembianze rassicuranti di una dimensione fiabesca; purtroppo, però, ai bambini modicani nessuno si è premurato di spiegare che trattasi di un gioco come un altro, anzi, al contrario, s'è fatto di tutto per ungere l'evento col crisma della massima ufficialità. Evidentemente non bastano i danni che il duo Berlusconi-Moratti sta drammaticamente infliggendo agli alunni della scuola elementare, si pensi alla famigerata triade inglese-internet-impresa, che nel tempo finirà per rubare i sogni ai nostri figli, depredandoli del loro mondo, ch'è giusto sia fatto di giochi e fantasie, per farne dei manager in miniatura e domani dei solerti funzionari al servizio del mercato e dell'economia globale. Davvero non sentivamo il bisogno che il nostro governo cittadino desse il suo contributo al devastante itinerario pedagogico perseguito dal governo nazionale. Ma c'è un secondo aspetto della vicenda che non è meno preoccupante del primo. Non mi riferisco ai presunti brogli elettorali: bastano e avanzano quelli veri! Mi riferisco al ruolo dei genitori che hanno lamentato procedure poco chiare nell'espletamento delle votazioni e che hanno ritenuto opportuno far sentire la loro protesta. Insomma, anche loro, come i figli, son stati travolti da questo clima da competizione elettorale, e son partiti, lancia in resta, come fossero nuovi crociati, a liberar le sacre urne da trappole ed imbrogli. C'è da rimanere sbigottiti e sgomenti! Fiumi di immagini bugiarde e di parole mistificanti ci travolgono quotidianamente, e trasformano in eroi degli onesti lavoratori in divisa (della cui morte ci rammarichiamo ovviamente come tutti) e la base di Nassiriya in un simbolo di pace. In Molise crollano le scuole e con queste, tra le macerie, i sogni e le speranze di quelle piccole vittime innocenti. Da due anni sopportiamo l'intollerabile retorica dell'11 Settembre: ancora una volta, il cosiddetto mondo civile, non contento delle discriminazioni sulle quali fonda la propria nauseante opulenza, si cimenta persino nella incivilissima arte della discriminazione post-mortem. Dovremmo chiederci, infatti, per quale arcano mistero tre mila morti americani debbano cambiare il mondo, che però può tranquillamente rimaner se stesso se a morire sono quei poveri cristi che disperatamente si abbracciano alle nostre coste nella speranza di sfuggire alla miseria che li opprime o quei poveri diavoli dei curdi senza più una Patria e senza identità. Dovremmo chiederci qual è l'arcano mistero che fa commuovere Bush per la sorte del popolo iracheno a tal punto da scatenare l'inferno che vediamo pur di liberarlo dal despota che l'opprime, ma, nel contempo, lo rende glaciale e impassibile dinanzi alle non meno atroci sofferenze del popolo ceceno. Drammi mondiali, si dirà, ma questo non ci esime dal sentircene tutti responsabili. Anche perché tutto ciò, lo si voglia o no, condiziona il nostro vivere quotidiano. Il mondo non è più lo stesso non perché tremila americani muoiono tra le macerie di un grattacielo (dico questo ovviamente nel massimo rispetto delle vittime). Il mondo è cambiato, e per sempre, sessant'anni fa, dopo Hiroshima e Nagasaki. E' cambiato perché abbiamo edificato la società del diritto sulle macerie del dovere, perché abbiamo insegnato ai nostri figli l'importanza dell'avere e non dell'essere, della competizione e non della solidarietà; perché abbiamo smarrito il senso dell'equilibrio e della misura.
Per tale motivo, se su questa vicenda della civica assise in grembiule calasse il sipario, e dunque si recuperasse il perduto senso della misura, credo che potremmo dare ai nostri ragazzi una lezione di stile e un messaggio altamente educativo
Giuseppe Ascenzo