L’indigenza e l’ottimismo

Non calpestiamo i principi democratici nel nome della Democrazia

Riprendiamoci  la  citta’

Liberare Modica dai mediocri è un inderogabile dovere morale

 

 

 

 

L’indigenza e l’ottimismo

La Pagina  28 Dicembre 2004

 

Abbiamo seguito con interesse, e, nello stesso tempo, con un profondo senso di scoramento, la polemica tra l’Associazione”La Danza della Luna” e la Cooperativa”La Bottega Solidale”. Ci sembra opportuno, innanzitutto, ricordare ai nostri lettori i fatti che l’hanno determinata. L’iniziativa dell’Associazione, infatti, il cosiddetto “Progetto sponsor Natale 2004”, ha suscitato la polemica reazione della Cooperativa, la quale ha intravisto in quel progetto una pura operazione di marketing. Citiamo da Il Giornale di Sicilia dell’8 Dicembre : “ Grazie alla collaborazione della Conad, infatti, in sette supermercati dislocati sul territorio comunale, gli utenti potranno donare un prodotto nella cesta che troveranno vicino alla cassa(…)L’associazione “Danza della Luna” invita i modicani a collaborare con un piccolo ma grande gesto di solidarietà, perché anche le famiglie più bisognose possano preparare un dignitoso pranzo di Natale”. Non c’è dubbio, come ha fatto rilevare la “Bottega Solidale”, che tale operazione – fatta salva la buona fede degli organizzatori – avrà comunque come risultato quello di far circolare il nome e il marchio dei prodotti e dei supermercati coinvolti, con l’inevitabile conseguenza d’incrementare il loro volume di affari, che, in questo periodo natalizio, è già di per sé abbastanza elevato. Si corre davvero il rischio, come ha fatto osservare Sara Ongaro, responsabile Educazione della Cooperativa Solidale,”di un uso strumentale della solidarietà”. Come si è facilmente capito, questo genere di iniziative non ci piace, per due ordini di motivi: il primo di natura filosofica, il secondo di carattere sociale. Non ci sono mai piaciuti  quelli che Marx, collocandoli nell’ambito del “Socialismo conservatore o borghese”, classificava come “filantropi, umanitari, organizzatori di beneficenze, protettori degli animali, fondatori di società di temperanza”; noi possiamo certamente credere alla bontà dell’intenzione, ma il rischio insito in queste iniziative è quello che si esauriscano in una dimensione meramente psicologica, gratificante per gli organizzatori, assolutamente infruttuosa per coloro i quali dovrebbero trarre vantaggio dalle loro iniziative. Il rischio è quello di un appagamento delle momentanee istanze altruistiche del proprio io, del soddisfacimento di un bisogno, una sorta di mistica ascesi del sé, che rimuova i nostri tormenti e i nostri sensi di colpa, confinandoli nell’innocua dimensione dell’oblio.  Si tratta, ovviamente, di dinamiche inconsce e per tale motivo non intendiamo colpevolizzare nessuno: ciò non toglie però la realtà del loro esserci. Quanto finora detto  ci dà lo spunto per riflettere su una problematica che trascende le locali associazioni di volontariato e la questione oggetto del nostro articolo: si tratta della nostra profonda avversione per l’ipocrisia che troppo spesso avvolge il mondo della tolleranza apparente, del buonismo farisaico, dell’accoglienza menzognera, e della nostra riprovazione per coloro, ad esempio, che vogliono che lo Stato accolga  tutti gli sventurati che approdano sulle nostre coste, purchè naturalmente se ne stiano lontani dalle loro case spaziose ed eleganti, per quelli che ogni tanto trascorrono la notte in compagnia dei cosiddetti “barboni”, nelle fredde stazioni delle nostre città; d’altronde, non possiamo certo pretendere che ne portino qualcuno a casa loro: così sporco e trasandato rischierebbe di sporcargliela. Ci ricordano, costoro, un signore dalla erre moscia, che veste all’inglese, che guadagna qualcosa come  trenta milioni di lire al mese, che frequenta i salotti dell’alta borghesia romana, e in quei salotti, fra caviale e champagne, il nostro parlamentare proclama la sua lotta per il riscatto dei poveri, dei diversi e degli immancabili proletari. Per quel che riguarda il  motivo che abbiamo definito di carattere sociale, non condividiamo queste iniziative per la palese incongruenza che le caratterizza. Il risultato ottenuto, infatti, è assolutamente inadeguato al fine perseguito: per gli indigenti della città un dignitoso pranzo di natale – come se la dignità potesse essere confinata nello spazio temporale di un giorno -  per i proprietari dei supermercati qualche decina di migliaia di euro in più nelle loro tasche già colme. Alla beneficenza preferiamo di gran lunga la solidarietà:  quella sostanziale, costante e vera; per tali motivi riteniamo che le critiche sollevate dalla “Bottega Solidale” siano giuste e fondate. Nessuna delle due associazioni, tuttavia,  nella polemica che le ha viste protagoniste, ha sollevato il vero problema che rende tutti gli altri poco rilevanti e che dovrebbe provocare non solo l’indignazione ma la ribellione di tutti: che all’alba del terzo millennio si debba ancora parlare di beneficenza e di solidarietà economica per i poveri della città. Alla luce di tutto ciò, e di tanti altri problemi che da tempo denunciamo, molti, probabilmente, capiranno il perché delle nostre reiterate critiche all’Amministrazione che governa Modica. Essa, ovviamente, non ha alcuna colpa se l’indigenza colpisce ancora alcune fasce della popolazione modicana: la responsabilità è dell’egoismo insito nelle politiche neoliberistiche perseguite dall’attuale governo nazionale e della incapacità, di chi ha governato prima, di costruire un autentico Stato Sociale, che rimane l’unica alternativa a quello nato dalle aberranti tesi del socialismo scientifico e a quello edificato dal ripugnante classismo dell’ideologia capitalistica.

L’assenza della colpa , tuttavia, non può rendere tollerabili alcuni atteggiamenti assai frequenti nella coalizione di maggioranza della nostra città. Ci sono quartieri di Modica dimenticati e degradati, dove alcune famiglie, ancora oggi, sono costrette a fare i conti con l’indigenza, e, in taluni casi, con situazioni di vera povertà: non ci sembra rispettoso verso coloro che vivono tali difficili situazioni che coloro i quali sono stati chiamati ad amministrare la cosa pubblica debbano utilizzare gran parte del loro tempo per annunciare con toni trionfalistici anche ciò che riguarda l’ordinaria amministrazione, per pianificare la carriera politica di amici e di parenti, per creare, sulla falsariga del governo nazionale, un artefatto clima di ottimismo, per dare sfogo alle proprie ansie di protagonismo e di esibizionismo. Se, come abbiamo visto, ci sono ancora oggi dei nostri concittadini che non possono permettersi un dignitoso pranzo di Natale, riteniamo che nulla possa giustificare l’ottimismo e il trionfalismo: da qualunque parte essi provengano sono sicuramente inopportuni, ma se giungono dal Palazzo sono anche indecorosi.Giuseppe Ascenzo

 

 

 

 

Non calpestiamo i principi democratici nel nome della Democrazia

La Pagina    12 Dicembre 2004

Abbiamo letto con molta attenzione l’articolo “Riflessioni sui disperati delle carrette del mare” apparso sullo scorso numero de “La Pagina”e ne abbiamo condiviso gran parte delle osservazioni.

Una, però, ci ha lasciati alquanto perplessi; a nostro parere, infatti, rischia di sottovalutare una questione di primaria importanza:” E’ normale, logico – scrive l’autore dell’articolo – che fra i tanti che arrivano ci scappa dentro il malavitoso, ma qualcuno di questi non era anche tra i nostri emigranti?”. Siamo d’accordo sul fatto che ci vorrebbe maggiore comprensione “ per quegli sventurati che approdano sulle nostre coste”, purchè la comprensione e la solidarietà non si traducano in complicità, certamente non voluta, ma non per questo meno pericolosa. E’ quasi superfluo ricordare – ma a scanso d’equivoci lo facciamo lo stesso – che la solidarietà e la comprensione non sono, per noi, soltanto un dovere morale, ma un sentimento sincero, frutto delle nostre convinzioni culturali e religiose; tuttavia, un argomento come quello dell’immigrazione non può essere affrontato con l’esprit de finesse, come direbbe Pascal: occorre mettere da parte l’approccio emozionale, per esaminare la questione in termini razionali, col rigore della logica e con la freddezza dell’analisi. E’ inevitabile che l’immigrazione extracomunitaria debba essere controllata; un afflusso selvaggio di immigrati potrebbe avere, nel tempo, effetti destabilizzanti, da diversi punti di vista, per i paesi che li accolgono. Il quadro complessivo in Europa è allarmante, ma non c’è dubbio che l’Italia, e la Sicilia soprattutto – e pertanto anche le coste della nostra provincia – sono fra le zone maggiormente esposte. L’autore  dell’articolo ci è sembrato, in verità, alquanto ottimista:  non si tratta, infatti,  di qualche malavitoso che di tanto in tanto inquina il flusso migratorio; il suo tasso delinquenziale non è poi così marginale, anche se, ad onor del vero, ciò riguarda soprattutto l’immigrazione dalla ex Yugoslavia e dall’Albania(l’articolo,invece, si riferiva  a quella nordafricana)In quest’ultimo caso, non possiamo negare che l’immigrazione è stata e continua ad essere, troppo spesso, uno strumento attraverso il quale la criminalità organizzata di quel paese si è infiltrata nel nostro, coi suoi loschi affari, come lo sfruttamento della prostituzione, le rapine e la violenza legata alle lotte tra i clan. Molto spesso sono stati i nostri connazionali a farne le spese, come quelli lasciati morire sull’asfalto da delinquenti senza pietà, in preda ai fumi dell’alcol o della droga, quegli stessi che riducono in schiavitù le loro connazionali, attratte in Italia con l’inganno, con la promessa di una vita agiata e serena e poi trascinate per strada a vendere il loro corpo e a perdere il loro futuro. Dinanzi a questa immigrazione non ci sentiamo di praticare l’accoglienza: ci sono zone nel nostro Paese, si pensi alla  Sicilia o alla Campania( dove proprio in questi giorni i morti ammazzati non si contano più)che hanno pagato e continuano a pagare un prezzo altissimo alla criminalità, organizzata e non, per poterci permettere anche quella d’importazione. Per quel che riguarda l’immigrazione dai paesi di religione islamica, la questione è più complessa e richiederebbe argomentazioni molto più articolate e approfondite, quali non è possibile sviluppare nella dimensione e nello spazio di un articolo; tenteremo, comunque, di esprimere sinteticamente il nostro punto di vista. Quando questi sventurati hanno la fortuna di arrivare, stremati e infreddoliti, sulle nostre coste, non c’è dubbio che essi vadano accolti e rifocillati, ma, in seguito, riteniamo sia inevitabile separare il loglio dal grano, giacchè, sebbene in misura minore rispetto al primo, anche in questo caso i malavitosi sono certamente presenti. La pietà e il dovere della solidarietà non devono impedire allo Stato, dopo aver accolto i disperati in cerca di fortuna, di espellere con fermezza – ove naturalmente ve ne sia la certezza – chi è sbarcato sulla nostra terra per inquinarla ancora di più con le sue azioni criminali. Un’ultima considerazione: noi riteniamo giusto che in Italia– così come recita la nostra Costituzione – sia concesso alle minoranze religiose di professare liberamente il loro culto, tuttavia non dobbiamo cadere in quella che a noi sembra una paradossale contraddizione: quella di calpestare i principi democratici nel nome della democrazia. Questa impone, certamente, il rispetto delle minoranze(etniche, religiose, linguistiche) ma in nome di questo principio non è possibile snaturare l’essenza della democrazia, nella quale una minoranza non deve mai poter imporre alla maggioranza le proprie idee e i propri interessi. E’ indiscutibile che gli italiani, al di là di quanti frequentino o meno le nostre chiese, si riconoscono nel pensiero e nella tradizione cattolica, e vorremmo, pertanto, non assistere più a vicende come quella della scuola abruzzese, in cui un signore di religione islamica pretendeva che fosse tolto il crocifisso dall’aula scolastica del figlio. Noi non abbiamo alcuna preclusione verso i musulmani,  purchè non pretendano di imporre a coloro che li ospitano il loro credo religioso e le loro tradizioni culturali e purchè manifestino, sempre, il dovuto rispetto per le convinzioni religiose della maggioranza, che, in questo Paese, a tutt’oggi, preferisce le chiese e non le moschee.

Giuseppe Ascenzo

 

 

 

 

 

Riprendiamoci  la  citta’

Liberare Modica dai mediocri è un inderogabile dovere morale

Dialogo  20 Dicembre 2004

 

Da qualche tempo, a Modica, è in atto un movimento di opinione che lascia trasparire la volontà di non voler più subire, quasi con rassegnazione, il declino di questa città, e, nello stesso tempo, lascia intravedere il desiderio di riscatto, l’improrogabile necessità di voltare pagina e di poter dare connotazioni nuove alla politica modicana. Il dibattito svoltosi sullo scorso numero di Dialogo è soltanto un importante tassello di un mosaico più ampio, giacchè esprime un diffuso malessere che trascende gli stessi protagonisti di tale dibattito. Questo malessere è presente in tutti coloro che non amano l’ostentazione e che non fanno dell’apparire il fine ultimo della loro esistenza; per tale motivo la loro insofferenza non è facilmente percepibile: bisogna saperla cogliere e capire fra le pieghe della discrezione e della signorilità. E’ un malessere che scorre in silenzio, come un fiume: noi, e in questo sappiamo di non essere soli, vorremmo essere come la pioggia torrenziale, perché quel fiume, finalmente in piena, rompa gli argini e trascini nel fango la mediocrità che sta annientando Modica, compromettendone la crescita ed il futuro. Liberarci dai mediocri è divenuto un imperativo categorico, un inderogabile dovere morale. Ma chi sono costoro? Sono, innanzitutto, gli eterni voltagabbana, e ci piace descriverli con le parole con le quali furono qualificati da Nino Tripodi in un suo  libro del 1960, che fece letteralmente arrossire di vergogna molti protagonisti della vita politica nazionale di quegli anni:” Sono gli eroi del <tengo famiglia>, pronti a tutto pur di ottenere tutto; geni dell’<arte di arrangiarsi>, campioni del travestimento permanente, capaci di cambiare il doppio petto del borghese con la camicia nera, la camicia nera con quella rossa e quella rossa con la cotta bianca dei chierichetti”. Ma sono anche i portaborse senza dignità; coloro che barattano il decoro e l’onore persino col più infimo posto di sottogoverno; sono coloro per i quali la politica da fine è diventata mezzo: i mestieranti d’ogni colore, che troppo spesso nascondono, con la politica, i loro fallimenti umani e professionali. Sono coloro che non hanno scrupoli, che non sanno gettare il loro sguardo oltre il gretto orizzonte dei loro miseri interessi; sono quelli che non hanno avuto e non hanno il tempo di elevare il loro grado di cultura: lo studio e la lettura, infatti, sarebbero un’imperdonabile perdita di tempo, per chi il suo tempo lo impiega a genuflettersi innanzi all’onorevole di turno o ad organizzare intrighi di palazzo per sedere finalmente dietro l’agognata scrivania. Se questo bel campionario d’umanità si limitasse ad esistere susciterebbe in noi soltanto dileggio e compassione, ma così purtroppo non è. Abbiamo visto, infatti, che tale categoria, spinta dalla consapevolezza del proprio nulla, si getta a capofitto nella politica, con la disperazione del naufrago che intravede l’ultima riva, e, conquistatala, la inquina in modo irreparabile. Non c’è dubbio che l’affermazione dei mediocri nasce dalla diserzione dei migliori – tra i quali ovviamente noi non ci inseriamo, giacchè non spetta a noi stabilire se ne facciano parte o meno – cui non difetta lo stile e la cultura, la coerenza e l’onestà. Sono coloro che non hanno mai accettato e mai accetterebbero i compromessi meschini, che mai baratterebbero i loro ideali politici con nessuna poltrona, che non farebbero del loro arricchimento personale l’obiettivo del loro impegno politico e che mai potrebbero inchinarsi alla volontà del potente di turno. Noi comprendiamo i motivi per i quali i migliori hanno scelto un’oscura latitanza: si tratta di persone pienamente realizzate nel loro lavoro e nella loro professione, che sanno guardare ai valori autentici della vita, che godono della stima delle persone oneste: come potrebbero mai coesistere con quelli della prima categoria? Di persone così , a Modica, per fortuna, ce ne sono tante, ed è naturale che la discrezione, l’onestà e la serietà le conduca verso un appartato isolamento, non per altezzosità, ma per una naturale repulsione verso tutto ciò che sa di opportunismo e di grettezza intellettuale. Poiché riteniamo che lo scadimento della vita politica locale abbia ormai raggiunto livelli allarmanti, crediamo sia giunto il momento di abbandonare le torri d’avorio ed affrontare la buona battaglia.  Siamo convinti che il coinvolgimento politico di queste persone potrebbe realmente cambiare il volto di questa città, infliggendo un duro colpo ai mestieranti della politica e all’arroganza del potere. La nostra città ha bisogno di fare  un salto di qualità, per liberarsi dal condizionamento di quei potentati politici ed economici  che la stringono in una morsa sempre più serrata e soffocante.  Noi auspichiamo che Modica non sia più governata dai mestieranti della politica – siano essi di destra, di centro o di sinistra -  i quali, per una questione che potremmo definire strutturale, non possono promuovere la crescita civile della città che amministrano: se la politica è il loro mestiere, è evidente che il loro precipuo obiettivo è la carriera politica e che a questa saranno indirizzati i loro sforzi e le loro azioni. Noi vorremmo, per la nostra città, il governo delle categorie sociali: una Modica delle professioni che soppiantasse quella dei politicanti. Una città amministrata da persone serie  ed oneste, che fossero espressione del mondo del lavoro, di coloro che danno il meglio di sé nella professione che svolgono. Un governo, dunque, libero dal condizionamento di onorevoli e senatori ed un consiglio comunale che non perdesse il suo tempo a verbalizzare gli abbandoni e i rientri dei suoi consiglieri. Un governo delle professioni, dunque, che certamente sarebbe in grado di essere autentico interprete dei concreti bisogni dei cittadini e delle loro legittime aspettative, e che potrebbe portare nel Palazzo il profumo della concretezza e della idealità, liberando quelle stanze dall’odore nauseabondo dell’aria fritta. Col vigore dell’onestà è possibile annientare i disonesti, col coraggio della coerenza si possono ridicolizzare le meschine banderuole, con la forza della cultura si possono emarginare gli ignoranti. Scendiamo a valle, dunque, e riprendiamoci la città, prima che i mediocri, con la rozzezza e la rabbia che li contraddistingue, salgano in massa per distruggerne l’ultimo baluardo. Giuseppe Ascenzo