UN GRANDE, FREDDO E ANONIMO MERCATO
Esattamente un anno fa, in un nostro articolo, denunciammo la crisi in cui versava l’Istituto Musicale che ha sede presso Palazzo Grimaldi, evidenziando il fatto che la professionalità dei docenti era stata mortificata dal mancato pagamento degli stipendi da parte dell’amministrazione comunale. A distanza di un anno, prendiamo atto, con rammarico, che il problema si ripropone con la cooperativa”Città del sole”, i cui dipendenti prestano servizio presso la comunità alloggio per disabili psichici e con la cooperativa”Santa Rita”, che garantisce il servizio di trasporto degli studenti tramite gli scuolabus. Entrambe lamentano il mancato pagamento delle spettanze maturate. Nel primo caso, ancora una volta, è il Comune ad essere inadempiente, nel secondo, lo apprendiamo da una nota della CISL, sindacato al quale sono iscritti alcuni operatori della cooperativa, ad essere inadempiente è la stessa cooperativa, “che, pur avendo ricevuto 120 mila euro dall’amministrazione comunale negli ultimi due mesi, non ha remunerato i propri dipendenti”.Il centrosinistra, tuttavia, fa rilevare che “ tali eventuali responsabilità non possono servire per nascondere le inadempienze di un’amministrazione che, ormai, sta affogando nei debiti e che ha reso ancora più precario il lavoro dei dipendenti non riuscendo a garantire nemmeno un contratto pari almeno alla durata dell’anno scolastico”. Per quanto riguarda l’amministrazione comunale di Modica, non possiamo non stigmatizzare una gestione a dir poco allegra delle sue risorse finanziarie e non ci pare che il modo migliore d’incrementarle sia quello d’imporre nuovi balzelli, come quello sull’acqua. Se i nostri amministratori, in questi anni, avessero guardato meno al facile populismo e alla propaganda (fiere, sagre e innumerevoli viaggi legati al cioccolato e ad altre diavolerie gastronomiche), se avessero evitato di compiere atti insensati( si pensi all’inutile acquisto del palazzo delle Poste, la cui inutilità deriva dall’aver deciso poi di non poterlo abbattere) forse, se tutto ciò fosse stato evitato, oggi come ieri le casse comunali sarebbero meno vuote e si sarebbe nella condizione di poter onorare gli impegni. Sulle responsabilità della cooperativa “Santa Rita” ne sappiamo poco, ma il mancato pagamento degli stipendi ai suoi dipendenti è un fatto altrettanto inquietante e grave. Entrambi gli episodi, comunque, sono come la punta di un iceberg, sono l’espressione di un mondo sommerso, di una realtà sfuggente, che difficilmente appare nella sua reale consistenza e nella sua drammaticità, sapientemente celata da coloro che in Italia detengono le chiavi del potere mediatico e politico. Ciò che accade a Modica, infatti, non è lo straordinario negativo e deplorevole di una realtà locale che inficia l’ordinario positivo e lodevole di quella nazionale; ciò che accade in questo estremo lembo meridionale della nostra penisola è lo specchio di quel che sta avvenendo sull’intero territorio nazionale da quando Berlusconi e la sua armata brancaleone si sono impadroniti delle leve di comando. Tutti ritengono che il grande problema legato alla sua avventura politica sia quello del conflitto d’interessi: noi non intendiamo certo sottovalutarlo, ma ci pare che la vera questione sia molto più profonda, anche se in qualche misura legata a quel conflitto, perché riguarda le idee, la mentalità e la manipolazione delle coscienze. Renè Guenon, nel suo scritto “Riflessioni a proposito del potere occulto”, pubblicato su una rivista cattolica francese nel 1914, scrisse: “Un altro punto da tenere presente è che i Superiori Incogniti di qualunque ordine siano e qualunque sia il campo in cui vogliono agire non cercano mai di creare dei movimenti. Essi creano solo degli stati d’animo, ciò che è molto più efficace, ma forse un poco meno alla portata di chiunque”. Egli si riferiva agli Ordini esoterici, nella fattispecie a quello Martinista, ma noi crediamo che le sue osservazioni possano essere illuminanti per comprendere ciò che oggi sta accadendo in Italia: è incontestabile che la mentalità degli individui e delle collettività può essere modificata da un insieme sistematico di appropriate suggestioni. Il nostro capo del governo non si stanca di ripetere che il nostro Paese sta cambiando e le coordinate di tale cambiamento vengono individuate nella nuova politica fiscale, nella maggiore agilità del sistema burocratico e nella realizzazione delle grandi opere pubbliche. Ma questa, riprendendo la precedente metafora, è la parte dell’iceberg che vediamo: sotto, negli abissi, la montagna di ghiaccio appare nella sua sconcertante tragicità: un intero Paese che sbanda paurosamente, perché lo si allontana, con una metodologia pianificata e subdola, dai binari lungo i quali, nel bene e nel male, ha percorso la sua storia millenaria, perché viene quotidianamente defraudato della sua cultura umanistica e cattolica. Stiamo assistendo al tentativo di realizzare nel nostro Paese una vera e propria rivoluzione culturale dagli esiti catastrofici: si pensi alla costante santificazione della tecnica che sta ormai perdendo le sembianze del mezzo per assumere quelle del fine; il mezzo diventa lo scopo primario e ad esso viene subordinato ciò che inizialmente ci si proponeva come fine. “Le grandi forze della tradizione occidentale – scrive Severino – si illudono dunque di servirsi della tecnica per realizzare i loro scopi: la potenza della tecnica è diventata in effetti o ha già cominciato a diventare, il loro scopo fondamentale e primario”. Il progetto tecnocratico è, ovviamente, soltanto uno degli obiettivi attraverso i quali si intendono cambiare i connotati di questo Paese: non bisogna dimenticare, infatti, l’auspicato rafforzamento di un capitalismo sempre più sfrenato, che, oltre all’egoismo sociale, inietta nelle vene del nostro Paese una mentalità calvinista che non gli appartiene. Il terzo e non meno importante obiettivo è quello della distruzione dello Stato Sociale, che, sebbene mai compiutamente realizzato in Italia, aveva in ogni caso garantito delle storiche conquiste alla nostra classe lavoratrice: un attacco compiuto nel nome di un neoliberismo che ci sta sempre più avvicinando all’altra sponda dell’Atlantico, ad una società, quindi, che ancora nel XXI secolo appare vergognosamente caratterizzata da gigantesche ingiustizie sociali ed economiche. In questo scenario, che a qualcuno potrà sembrare apocalittico, ma che noi consideriamo pienamente reale, l’uomo, e dunque il cittadino, con i suoi problemi e le sue speranze, diventa un atomo insignificante; stritolato fra gli ingranaggi della tecnica e annichilito dalla legge del mercato, egli perde la dignità e il senso del suo essere uomo. La tecnica, il mercato, il successo e il materialismo calvinista si ergono vittoriosi sulle ceneri dell’Umanesimo e dell’autentica spiritualità cristiana, e l’uomo sperimenta la sua avvilente precarietà. Ridotto a un mero ingranaggio del sistema, l’uomo non è più soggetto ma strumento e lo si può calpestare nei suoi diritti e nella sua dignità. Quanto finora detto è il background filosofico di una situazione psicologica, sociale ed economica che noi italiani stiamo vivendo, purtroppo, crediamo, con poca consapevolezza. La sovrastruttura, hegelianamente, sta determinando la struttura: i cambiamenti nella mentalità, che oscuri manovratori stanno realizzando nel nostro Paese, cominciano a far sentire i loro effetti malefici sui fatti concreti della vita. Crollato il rispetto per l’uomo e per il cittadino è conseguenziale che il governo non si preoccupi del Welfare State e non tenga in alcuna considerazione le forze sindacali e la concertazione e che pertanto, ancora oggi, non rinnovi a milioni di lavoratori contratti scaduti da anni; per lo stesso motivo rende il lavoro sempre più precario, infischiandosene se la precarietà del lavoro comporta la provvisorietà della vita. In quest’ottica, il mancato pagamento degli stipendi ai lavoratori delle due cooperative che operano a Modica e il deferimento alla prefettura, da parte dell’amministrazione comunale, per interruzione di pubblico servizio sono episodi che, sebbene non giustificabili, sono sicuramente comprensibili: la nostra città non è un’isola felice ma è parte integrante, ovviamente, di quell’Italia che qualcuno sta trasformando in un grande, freddo e anonimo mercato, nel quale non può certo trovare spazio il rispetto per l’altro e per il suo lavoro: tutto è stato mercificato, anche la vita umana!
Ho letto con molta attenzione ma anche con un certo senso di fastidio, lo dico senza acrimonia
ma con estrema sincerità, l’articolo di P. Nipoti apparso sullo scorso numero del nostro giornale. Non ho potuto fare a meno di osservare, infatti, che nell’articolo in questione, così come nelle sue frequenti lettere inviate al direttore, il nostro non perde occasione per parlar male della Sicilia e dei siciliani. Premetto, a scanso d’equivoci, che le argomentazioni che sto per sviluppare non nascono da atteggiamenti campanilistici e provinciali – sono categorie che grazie a Dio non mi appartengono – o, peggio ancora, dal sentirmi offeso nella dignità e nell’orgoglio della mia sicilianità. Le mie perplessità sugli interventi di Nipoti nascono esclusivamente da motivazioni di carattere storico-economico, del tutto assenti nelle sue osservazioni, che, a dir la verità, mi appaiono alquanto superficiali e molto fragili sotto il profilo culturale, poiché intrise di sterili luoghi comuni. Le sue critiche alla carenza d’infrastrutture in Sicilia e nel Meridione sono ovviamente condivisibili, altrettanto si può dire per il biasimo che egli esprime circa le responsabilità della classe politica siciliana; per quanto riguarda invece la mancanza di acqua potabile nei nostri paesi, mi pare che il signor Nipoti sia vittima di un’immagine della Sicilia di mezzo secolo addietro, quella dello scialle nero, dell’asino e delle coppole, che una televisione in malafede ha proposto e continua a proporre e nella quale molti, soprattutto nel nord, continuano ancora a credere:per tale motivo, una ventina d’anni fa, in uno sperduto paesino d’una sperduta valle del bellunese, un signore si meravigliò, ed anche molto, nell’apprendere dal sottoscritto che a Catania già da un pezzo avevano imparato a costruire i palazzi. Mi sembra poi del tutto inopportuno – mi riferisco in questo caso ad alcune sue lettere – denigrare la classe politica siciliana (che ovviamente mi guardo bene dal difendere) e nel contempo tessere le lodi di quella lombarda: dal consiglio comunale di Sondrio che a maggioranza decide di ridursi gli emolumenti del 7% agli amministratori del paesino dove egli vive “ che ha l’aspetto e i servizi di una elegante cittadina mentre Modica è una città che rassomiglia più a un paesone sgangherato che ad una città”. Anche se, da meridionale, egli non può fare a meno di sottolineare che dice tutto ciò “ con grande rincrescimento”. Il signor Nipoti ha ragione nel criticare la crescita disordinata dei nuovi quartieri, tuttavia ha torto nel suo modo di avere ragione: anch’io non mi stanco di evidenziare le pecche e le storture della mia città, l’importante è farlo con amore e soprattutto con eleganza, perché questa città – che il Nipoti definisce sgangherata– è stata fucina di autentica cultura, teatro di vicende di grandissima rilevanza storica ed oggi è patrimonio dell’umanità. Per quanto riguarda poi la classe politica meridionale, so bene quali sono state e quali sono le sue colpe: dalle connivenze con la mafia al suo deleterio immobilismo; ci risparmi, però, la santificazione di quella settentrionale che di danni al Paese non ne ha fatti di meno: come non ricordare che proprio la regione in cui egli vive è stata quella dove più d’ogni altra è attecchito il cancro delle tangenti? Tuttavia, nonostante io giudichi inefficaci le sue osservazioni, se egli si fosse limitato a criticare la Sicilia, avrei non giustificato ma capito; il fatto è che egli nelle sue reiterate critiche procede ad un sistematico attacco ai siciliani, e ciò non posso accettarlo, non perché noi siciliani non dobbiano essere criticati – ci mancherebbe! – ma perché i suoi giudizi sono frutto di luoghi comuni e non tengono conto delle condizioni storiche che hanno reso la Sicilia ciò che è e noi siciliani quel che siamo. Il Nipoti conclude il suo articolo auspicando che la classe politica siciliana possa seppellire l’apatia dei sessant’anni trascorsi. Da un lato egli dimostra di credere ancora alla favola dei siciliani apatici, dall’altro ci offende, attribuendoci una sorta di tara caratteriale: sono argomenti che ci ricordano le tristemente note elucubrazioni filosofiche del positivista Cesare Lombroso e le sue tesi di antropologia criminale. Le motivazioni storiche ed economiche non possono essere sottaciute se vogliamo capire la nostra splendida e tormentata isola. Tali motivazioni, come osservava giustamente Braudel, vanno guardate nella prospettiva della “lunga durata”. Io non posso, per ovvie ragioni di spazio, affrontarle in questa sede, posso però proporre al signor Nipoti degli spunti di riflessione. Il primo dato da tenere presente è la dominazione normanna con la sua opprimente politica di accentramento esercitata sulle campagne e soprattutto sulle città, che per tale motivo non conobbero l’esperienza comunale, con tutto ciò che questo ha significato in termini di sviluppo economico e culturale; la seconda considerazione riguarda la ben nota Questione Meridionale, dal periodo post-unitario all’età giolittiana: a tale proposito, è giusto non dimenticare i gravi danni che il ministro della malavita – secondo la celebre definizione del Salvemini – inflisse alla nostra terra, non disdegnando accordi con la criminalità organizzata e contribuendo più d’ogni altro a potenziare lo sviluppo economico del nord riservando le briciole al sud e lasciandoci in eredità la politica degli appalti truccati e la piaga del clientelismo. E, in ultimo, il secondo dopoguerra, quando lo Stato ha continuato ad usare due pesi e due misure nell’amministrazione del nord e del sud del Paese. Ricordo che negli anni Ottanta, in Veneto, due paesini sperduti tra le valli erano tra loro collegati da treni nuovi, lussuosi e confortevoli; nello stesso periodo, il treno che univa due città come Siracusa e Catania, aveva ancora i sedili in legno: persino le Ferrovie dello Stato hanno avuto ed hanno figli e figliastri. Se il triangolo industriale si trova dalla parti in cui vive Nipoti e non dalle mie è nella storia di questo Paese che egli deve cercare le sue risposte. Che lasci perdere, dunque, la nostra indole e il nostro carattere. Colpe ne abbiamo tante e non abbiamo difficoltà a prendercele, ma, nonostante certe manie di grandezza – abbiamo anche queste – non siamo così folli da ritenerci dominatori persino della Storia; questa sovrasta tutti: anche noi !