Gennaio 2004
Manca la dialettica democratica
Quando la politica viene correttamente realizzata, anche in ambito locale, essa si configura come un itinerario autenticamente democratico se si snoda lungo due imprescindibili percorsi:quello della maggioranza, che deve amministrare la città in modo produttivo e coerente, e quello dell’opposizione, chiamata a vigilare sull’operato di chi governa. E’ da questa dialettica, quando è correttamente interpretata ed eseguita, che dipendono lo sviluppo socio-economico e la crescita culturale di una città. Ma Modica, purtroppo, sembra fare eccezione, in quanto sia la maggioranza sia l’opposizione non stanno affatto interpretando il loro ruolo in modo corretto e dunque costruttivo.
L’amministrazione Torchi, sin dal suo insediamento, l’ho già scritto innumerevoli volte, si è resa protagonista di una esagerata sovraesposizione mediatica, che non è affatto legata, come qualcuno ha scritto, alla tutela della trasparenza: foto, interviste, viaggi e conferenze varie nulla hanno a che vedere col diritto del cittadino di poter conoscere e visionare gli atti amministrativi che riguardano la sua città.
L’attuale amministrazione, quotidianamente, e con l’insopportabile tendenza all’autoesaltazione,
ci ricorda le numerose attività svolte e le innumerevoli delibere approvate. L’opposizione, dal canto suo, svilisce il suo ruolo in una continua e sterile denuncia delle pecche e delle omissioni che caratterizzano la politica dell’attuale maggioranza, mentre dovrebbe, invece, esaminare con attenzione e obiettività le cause della sua ultima sconfitta elettorale, e, nel contempo, predisporre una valida piattaforma programmatica e giungere ad una completa sinergia tra le forze che la compongono, per tentare, alle prossime amministrative, di tornare al governo della città. E non credo che quanto finora detto sia l’unico elemento che rende vacua e superficiale l’attuale politica locale. Maggioranza e opposizione, a mio parere, sono vittime del medesimo inganno: mi riferisco alla dimensione quantitativa nella quale si muovono, ed è per tale motivo che gli uni elencano ciò che è stato realizzato e gli altri ciò che non è stato fatto. Entrambe le forze esprimono una visione materialistica e positivistica della politica; ma i fatti, ammoniva Nietzsche, sono “sempre stupidi”, e l’idolatria del fatto, che in questo frangente sembra essere ciò che più conta, rischia di annebbiare le idee e di rimuovere valori e ideali, privando così la politica della sua connotazione etica, riducendo i valori a obsoleti retaggi del passato. Ho letto con attenzione quanto esposto sull’ultimo numero di “Dialogo” dal segretario cittadino dei democratici di sinistra e la replica su “La Pagina” del 12 Gennaio di Domenico Pisana, in qualità di presidente dell’UDC, riguardante il declino o la crescita della nostra città. Conosco e apprezzo le forti idealità che caratterizzano l’impegno politico del collega Pisana, ma ritengo che, in quest’occasione, entrambi gli interventi abbiano espresso una visione, che personalmente non condivido, esageratamente pragmatica della politica. Non sono i fatti che determinano il declino o la crescita di una città, occorre guardare ai valori in nome dei quali si agisce. Non si tratta, ovviamente, di negare la dimensione fattuale della politica e di condurre la fantasia al potere, come qualcuno sostenne nell’ ormai lontano ’68; la dimensione reale e concreta della politica non è in discussione, ma tutti, in modo particolare coloro che della politica hanno fatto una professione, siamo chiamati a conferirle un sostrato assiologico, senza il quale i fatti compiuti e le azioni svolte sono come corpi senz’anima e senza vita. Vittime di un costante e deleterio condizionamento che ci giunge dall’altra sponda dell’Atlantico, coltiviamo sempre più, come sostiene Ernst Nolte, la civilizzazione, perseguendo modelli di sviluppo che arricchiscono le nostre tasche ma impoveriscono il nostro spirito, e dimentichiamo la Kultur, cioè le nostre radici, il senso della nostra appartenenza, l’adesione a quei modelli antropologici e sociologici che ci fanno essere ciò che siamo, la ferma volontà di preservare un patrimonio di idee nelle quali tutti dovremmo riconoscerci, perché è difficile dare alla propria città una dimensione comunitaria se non ci si riconosce, come diceva Hegel, nell’ Ethos della società e del popolo in cui si vive. Leggo sul “Giornale di Sicilia” del 14 Gennaio della crisi in cui versa l’Istituto Musicale che ha sede presso il palazzo Grimaldi: la professionalità dei docenti mortificata dal mancato pagamento degli stipendi; la mancanza –pare- di uno specifico capitolo di bilancio per l’Istituto; i maestri intervenuti nelle passate stagioni concertistiche che non hanno ancora percepito gli emolumenti. I due docenti intervistati lamentano la mancanza di progettualità da parte dell’assessorato alla cultura e soprattutto riferiscono, cosa gravissima, che da palazzo San Domenico arriva una risposta tutt’altro che rassicurante:”le casse comunali sono vuote”. Mi auguro che tale vicenda possa meglio chiarire ciò che penso. Si spendono i nostri soldi per organizzare un Palio la cui valenza non va oltre il folclore e il divertimento; si attinge alle casse comunali per dar vita a quella sagra paesana quale è stata la recente Festa dei Sapori: non c’è pertanto carenza di fondi quando la corte decide di proporre ai cortigiani feste, balli e gozzoviglie varie; ma le casse comunali sono drammaticamente vuote quando c’è da sostenere un’iniziativa di alto valore educativo, in cui la musica, come ogni arte, esalta i valori dello spirito e contribuisce a mantenere in vita quella dimensione umanistica che stiamo perdendo e la cui crisi è all’origine di tutti i nostri mali. La crisi dei valori: in ciò risiede il vero declino di Modica!
"Tutti gli avvenimenti sono concatenati nel migliore dei mondi possibili: infatti se voi non fosse stato cacciato da un bel castello a calci nel sedere per amore della signorina Cuneconda, se l'Inquisizione non vi avesse preso, se non aveste percorso l'America a piedi, se non aveste infilzato il barone, se non aveste perso tutti i vostri montoni del buon paese dell'Eldorado, ora non sareste qui a mangiare cedri canditi e pistacchi".
dal "Candido" di Voltaire
Questo celebre passo, col quale si chiude quell'autentico gioiello letterario e filosofico che è il "Candido", l'opera più famosa di Voltaire, mi è venuto in mente leggendo un breve articolo, del quale dirò più avanti, pubblicato sul Giornale di Sicilia il 2 di Gennaio. Come scrive Riccardo Campi, che ne ha curato l'edizione per i tipi della Newton compton, il Candido "è un esempio unico di perfetta congiunzione tra senso dell'ironia, inquietudine metafisica e perfezione stilistica (...) Ciò che pare senza dubbio esistere per Voltaire è la forza dell'arguzia, dell'ironia e dell'intelligenza". Ed è con queste armi che il grande filosofo illuminista lancia i suoi strali contro l'ottimismo del Leibniz e le sue elucubrazioni sul migliore dei mondi possibili e sull'armonia prestabilita. Le critiche di Voltaire alla visione ottimistica della vita -che trovano compimento nella sua definitiva sentenza del 1758 "l'ottimismo è desolante; è una filosofia crudele e consolante"- credo siano oggi di una sconvolgente attualità e richiamano tutti noi ad una visione del mondo più seria e meno superficiale. Stiamo vivendo una crisi epocale della quale non possiamo avere piena e profonda consapevolezza: ciò apparterrà alle successive generazioni, quando gli eventi di cui siamo protagonisti non saranno più cronaca e saranno entrati in una dimensione più alta e di gran lunga più complessa: quella della Storia. La recente catastrofe in Iran; i rigurgiti paranoici di un terrorismo che non vuole soccombere; la globalizzazione che avanza e sempre più si rafforza sulla pelle dei più deboli e dei meno fortunati; gli Stati Uniti che hanno assunto l'incontrastato e devastante ruolo di gendarmi del pianeta: dinanzi a tali sconvolgimenti l’ottimismo appare davvero, come scriveva Voltaire, drammaticamente desolante, e l’unica funzione che può avere è quella di proiettarci in una dimensione alienante ove la consapevolezza degli obbrobri che ci circondano e dei rischi che viviamo è rimossa dal nostro io, intorpidito dalla persuasione occulta e stordito da ciò che Heidegger definiva ”il linguaggio inautentico della chiacchera”. Non si tratta di assumere posizioni pessimistiche, per stupido snobismo o per altezzosità pseudo-intellettuale, si tratta di avere coraggio dinanzi all’angoscia del vivere, per accettare la propria finitezza e per guardare in faccia il mondo, le cui attuali sembianze non sono sicuramente serene e rassicuranti. L’ottimismo della volontà, certo; ma il pessimismo della ragione è indispensabile se non vogliamo che nei confronti del mondo il nostro ruolo sia confinato entro gli angusti limiti della sola interpretazione e se vogliamo comprendere che è forse giunto il momento, come diceva Marx, di avere il coraggio di trasformarlo. Un pessimismo dialettico, dunque, che sia vitale e coraggioso. E’ da tale presupposto filosofico che nasce la nostra ferma e totale opposizione all’ottimismo tout court del presidente Berlusconi, autentico campione della narcoterapia, che vorrebbe cristallizzare le nostre intelligenze, irrigidirle nella fissità di una falsa visione della vita, per costruire degli autentici beoti da porre al suo servizio, i quali, storditi e raggirati, ringrazieranno, tra inchini e riverenze, il novello uomo della Provvidenza, che meglio sarebbe definire il gran turlupinatore. Sono dati per imminenti nuovi rincari: sigarette, alcolici, aerei, autostrade, RC auto, servizi bancari, abbigliamento, calzature, alimentari, scuole, alberghi e ristoranti; aumenti che si andranno a sovrapporre a quelli già avvenuti nell’anno appena trascorso. L’ISTAT, evidentemente già narcotizzato, dà letteralmente i numeri, provocando le il giusto risentimento delle associazioni dei consumatori, annunciando che i salari son cresciuti più dell’inflazione. E mentre si rinsalda questo gigantesco imbroglio, il nostro capo del governo assicura che il suo esecutivo, primo nella storia dell’Italia repubblicana, riuscirà nell’impresa di attuare una “storica” riduzione delle tasse: non comprendiamo dove stia cotanta abilità; non crediamo occorra essere dei provetti economisti per capire che se le tasse, quelle indirette, continueranno a crescere coi livelli e coi ritmi attuali, allo Stato non mancheranno di certo i quattrini per ammortizzare il mancato introito derivante dalla riduzione di quelle dirette. Altro che ottimismo! C’è da rabbrividire al pensiero di come quotidianamente si tenta di defraudare il popolo italiano della sua intelligenza e di come costantemente viene messo a dura prova il suo grado di pazienza. Il nostro governo nazionale sarebbe più che soddisfatto di saperci felici e contenti nel mangiar pistacchi e cedri canditi, nella speranza, forse, che tali leccornìe ci facessero scordare gli atti insulsi compiuti da tale governo all’indomani del suo insediamento: mi riferisco alle disposizioni legislative sulla tassa di successione, sul falso in bilancio e sulle rogatorie internazionali. Come ho già avuto modo di scrivere, la nefasta attività del governo nazionale si ripercuote anche sulle più remote periferie del nostro Paese, ma anche l’ottimismo a buon mercato e l’autoincensamento di chiara matrice berlusconiana, come virus contagiosi e inarrestabili, prima si annidano e poi si diffondono in tante, troppe amministrazioni locali. L’ultimo, in ordine di tempo, che pare esserne stato contagiato è il presidente del nostro consiglio comunale: sul Giornale di Sicilia del 2 Gennaio egli elenca, e se ne autocompiace, ovviamente, la lunga sfilza degli atti approvati dalla civica assise che presiede. Alla luce di ciò e considerato, come egli dice, ”che il consiglio ha lavorato con grande dedizione e impegnandosi alfine di garantire esclusivamente l’interesse diffuso” sembra di capire che Modica non sia una città afflitta da mille problemi, ma il “buon paese dell’Eldorado”: basta sostituire ai cedri canditi e ai pistacchi una fetta di tumazzu e un piatto di fave cottoie e il gioco è fatto. Forse sarebbe stato più elegante e più opportuno dire semplicemente: nell’anno appena trascorso riteniamo di aver fatto un buon lavoro, ma siamo consapevoli che abbiamo ancora tante, troppe cose da fare, per rendere più sana e più vivibile la nostra città.
Giuseppe Ascenzo
Ancora una volta, come purtroppo accade ormai da diversi anni, la nostra città è vilipesa da una realtà che la stringe e l'attanaglia in una morsa impietosa e soffocante: quella del commercio e dei quattrini. Nulla sfugge all'imperante legge della domanda e dell'offerta, che, dismessi i panni di mera questione d'affari, si erge, sempre più altera ed arrogante, come fosse una nuova sibilla, ad annunciare a noi poveri mortali la volontà del dio denaro, coi suoi responsi inanimati e freddi, a dispensar sentenze e decisioni per una città che sta perdendo il cuore, per la sua gente sempre più smarrita nella frenesia degli acquisti, nel vortice del traffico, nell'assenza del dialogo. Noi non ci illudiamo che i ritmi frenetici e assordanti che scandiscono il tempo del nostro vivere possano consentirci di riappropriarci di uno stile di vita ormai perduto, ma non possiamo permettere che le occasioni d'incontro e di dialogo, seppur brevi e occasionali, debbano essere sacrificate, anch'esse, sull'altare del mercato; e non possiamo tollerare che le esigenze economiche dei pochi debbano compromettere i desideri e le aspirazioni dei molti, non soltanto per non disperdere il sacrosanto diritto alla democrazia, ma soprattutto perché le aspirazioni ideali hanno una valenza etica che difficilmente riusciamo a scorgere nel mondo degli affari. Per tale motivo, ben venga la chiusura del centro storico nelle ore serali dei giorni festivi: i modicani hanno il diritto di riscoprire, nella loro imponente bellezza, chiese e palazzi, che la vita convulsa di oggi forse non ha mai consentito loro di osservare e apprezzare, hanno il diritto di riappropriarsi della loro città, di dialogare guardandosi negli occhi, di riascoltare il rumore dei loro passi e del loro parlottìo, per riscoprire sensazioni ormai perdute, ma che appagano lo spirito, e poco ci importa, davvero, se nelle tasche di qualcuno sarà meno squillante il tintinnio dei quattrini. Apprendiamo dalla stampa locale che i commercianti del centro storico si sono risentiti del fatto che la decisione dell'Amministrazione comunale di chiudere al transito il corso Umberto nelle ore serali sia stata presa senza il loro preventivo consenso. Non essendo competenti in simili questioni, poniamo le nostre obiezioni ma col beneficio d'inventario: se il governo cittadino è tenuto, in questi casi, a consultare gli operatori economici, allora non abbiamo alcunché da ridire, ma se tale obbligo non ha, la loro pretesa ci appare pretenziosa ed arrogante, soprattutto se sostengono, con tono perentorio, che della vicenda "se ne dovrà parlare subito dopo le festività" . Non intendiamo, ovviamente, sottovalutare l'importanza delle attività commerciali cittadine, ma riteniamo che, ancora una volta, lo spropositato prevalere d'un estremo mortifica il giusto mezzo d'aristotelica memoria. Credevamo di vivere in democrazia. Constatiamo amaramente che da qualche tempo, a Modica, vige un sistema che ha tutti i connotati di una sorta di mercantile oligarchia, dove la volontà dei pochi s'impone sul volere e sulle aspettative dei molti. Di tutto ciò abbiamo già fatto esperienza qualche anno fa e ne sopportiamo ancora le nefaste conseguenze. Ci riferiamo alla impossibilità di rendere ordinato e scorrevole il traffico veicolare nelle principali vie della città nuova: la precedente Amministrazione tentò di risolvere la questione attraverso l'istituzione dei sensi unici che avrebbero potuto finalmente rendere armonioso il traffico e meno nevrotica la nostra vita, ma, come tutti sappiamo, dovette recedere; anch'essa fu costretta ad inchinarsi al potere oligarchico cui evidentemente spettano le decisioni ultime e irrevocabili. Noi non mettiamo in discussione l'importanza del commercio e nutriamo il massimo rispetto per coloro che lo esercitano, ma, come in tutte le cose, crediamo che la soluzione migliore stia nel creare efficaci modelli di vita ed una equilibrata organizzazione della struttura sociale. Intendiamo dire che una città cresce, sotto il profilo culturale e civile, quando tutte le sue componenti sanno realizzare un'arricchente e produttiva osmosi, quando tutte le categorie, dagli operatori economici a quelli culturali, godono di pari dignità, e tutte concorrono, senza penalizzazioni e senza privilegi, al bene della collettività. Per tale motivo, crediamo sia giunto il momento che a Modica tramonti, e per sempre, l'attuale e opprimente oligarchia. Per tale ragione auspichiamo la rinascita di un autentico spirito democratico che restituisca pari dignità a tutti e che il binomio commercio-affari cessi di essere l'elemento discriminante. Una città che vuole mantenere alto il suo profilo, per essere degna del suo passato e della sua storia, deve puntare su altri obiettivi ed altri valori. Non può essere il vile denaro l'anima del suo presente e il fondamento sul quale edificare il proprio futuro, perché il tal caso l'unico risultato che otterrà sarà quello di diventare ogni giorno più misera e sempre più volgare.
Giuseppe Ascenzo