LA PREISTORIA DELLA POLITICA

 

Viviamo nel paradiso terrestre e non lo sappiamo, abbiamo la fortuna di trascorrere i nostri giorni in un’oasi paradisiaca e non ce ne accorgiamo, viviamo la nostra vita in una provincia esente dai problemi che affliggono tutte le altre e non lo apprezziamo. Qualche lettore penserà che siamo usciti di senno. Si tranquillizzi! Questa idilliaca visione della nostra provincia non è frutto della nostra fervida fantasia; stiamo soltanto descrivendone l’immagine che alberga nella mente dei nostri amministratori comunali, provinciali e nazionali. Se infatti analizziamo i loro attuali obiettivi e le priorità del loro impegno politico, delle due l’una: o sono totalmente disinteressati ai problemi della provincia e alla loro risoluzione o vivono in una dimensione surreale che non consente loro d’esserne consapevoli e li induce a ritenere la provincia iblea immune da qualsiasi difficoltà: un’isola felice, una sorta di Utopia del XXI secolo, che non conosce “frodi, rapine, risse, tumulti, assassini e tradimenti”. A suscitare queste nostre riflessioni è la cronaca recente sulla situazione politica nella nostra provincia, dove pare siano iniziate le grandi manovre per mettere a segno qualche vendetta, per sistemare i delusi e per pianificare qualche carriera politica. Tutti siamo a conoscenza dello stato di crisi che attraversa il nostro comparto agricolo, eppure – valutando attentamente quanto riportato in cronaca da Gianni Nicita sul Giornale di Sicilia del 27 Dicembre – sembra che la massima preoccupazione di Innocenzo Leontini, assessore regionale all’Agricoltura, sia quella di far rientrare in Giunta  il nostro concittadino Carpentieri( il quale ha ovviamente dichiarato di volervi fare ritorno): per tale causa – che com’è facilmente intuibile è vitale per il destino di tutti noi – egli spende il suo tempo alla ricerca di un qualche alleato che gli permetta di realizzare l’abile manovra: Mauro o Minardo; questo è il dilemma, ed è inutile dire che su questo amletico dubbio si gioca il futuro dell’intera provincia. Appare poi quantomeno paradossale, considerati i precedenti, la dichiarazione del politico onnipresente – ci riferiamo ovviamente al senatore Minardo – “non metterò assolutamente il bastone tra le ruote per fare rientrare Carpentieri nella giunta provinciale”; immaginiamo che la condizione sia una, indiscutibile e irrevocabile: che l’amato nipote rimanga però saldamente al suo posto. E così,  mentre il settore agricolo e zootecnico attraversa uno dei periodi più bui della sua storia, mentre a Ragusa, in occasione del sisma del 30 Dicembre sono emerse delle gravi lacune nel coordinamento da parte della Protezione civile e della Polizia Municipale e le aree di evacuazione si son presentate invase da erbacce e detriti( questa l’accusa mossa dal presidente della circoscrizione sud del capoluogo ibleo), e mentre la criminalità vive una fase di pericolosa recrudescenza, i nostri politici hanno ben altro cui pensare!

Nino Minardo, stando alla cronaca cui abbiamo fatto riferimento,” si sta costruendo la sua immagine per le prossime regionali” e Innocenzo Leontini “rischia di rimanere “il signor Leontini” se non riesce a trovarsi la collocazione in un collegio senatoriale. A meno che  non voglia ritornare a guidare la sua Ispica dopo aver lavorato e trovato accordi con la sinistra per silurare Rosario Gugliotta”. La nostra provincia deve giornalmente misurarsi con la realtà vera, fatta di disservizi, di carenza d’infrastrutture, di gente che perde la vita per la pericolosità delle nostre strade, ma i nostri politici sono troppo occupati per accorgersene: Mauro deve risolvere un problema decisivo per il nostro futuro, ovvero chi dovrà essere sacrificato sull’altare di Carpentieri; Nino Minardo deve pensare alle prossime regionali, lo zio senatore  sarà nei prossimi mesi impegnatissimo a spianare la strada al nipote, anche se, nel tempo libero, progetta per Modica un Museo dell’Emigrato, che sicuramente i modicani sentono come una delle fondamentali priorità fra i tanti obiettivi ancora da realizzare, e Leontini, come s’è detto, è alle prese con un problema angoscioso e inquietante per tutti noi: quello di trovarsi al più presto un collegio senatoriale per non rischiare un’umiliante disoccupazione. Abbiamo preferito sviluppare queste considerazioni con un tono prevalentemente ironico, per placare la nostra indignazione e per sdrammatizzare una situazione a dir poco allarmante. Noi non abbiamo la pretesa di dare consigli e suggerire soluzioni, ma una richiesta ai nostri amministratori non possiamo esimerci dal farla: la smettano con la tanto decantata Seconda Repubblica; noi non siamo più nemmeno nella prima: noi siamo nella preistoria della politica.

 

                                             

                                                    LE VERITA’ NON DETTE

 

Una delle cose che maggiormente ci infastidisce nel modo di porsi del nostro sindaco è l’ostinazione con la quale continua a tacere le tante incongruenze della sua amministrazione  (ritenendo, forse, che l’autocritica sia sinonimo di ingenuità) e i tanti mali che affliggono la città che governa, e, nello stesso tempo, la pervicacia con la quale esalta quel poco di buono che in questi anni tale amministrazione è riuscita a realizzare. Basta leggere, sul Giornale di Sicilia del 6 Gennaio, le sue dichiarazioni sull’acquisto del Palazzo delle Poste da parte del Comune, definito “evento di portata eccezionale per la storia recente della città” e presentato all’opinione pubblica come un fatto epocale, che certamente, ne siamo sicuri, proietterà Modica verso un grande e radioso avvenire!  Noi siamo convinti della sua buona fede – e lo diciamo con estrema sincerità – ma ciò non toglie che il risultato di tale atteggiamento è quello di offrire alla cittadinanza un quadro non veritiero della situazione politica, sociale e culturale della città che amministra. Il consueto incontro di fine anno con gli operatori dell’informazione è lo specchio di una visione distorta della politica, quella che dimentica i valori, i problemi veri coi quali quotidianamente le persone devono convivere, e che guarda, invece, alla frivolezza degli slogan o alla futilità dei gemellaggi. “Lo slogan della campagna elettorale della nostra coalizione– ci ha ricordato Torchi – fu “Modica vuole cambiare”. Oggi posso dire che Modica è cambiata. Assolutamente in meglio. Basti pensare alla proiezione in campo nazionale e internazionale che questa città ha avuto da due anni a questa parte”. Non vogliamo, per l’ennesima volta, tornare sulle critiche che non manchiamo di muovere all’amministrazione Torchi e che sono ormai, a coloro che ci leggono, ampiamente note. Intendiamo, in questa occasione, fare soltanto alcune riflessioni che consentano ai nostri lettori di meditare sulle sue omissioni e sulla superficialità che aleggia nelle stanze del Palazzo. Per quel che riguarda le omissioni, ci sembra doveroso ricordare almeno le più eclatanti, e fra queste vi è certamente la questione del traffico caotico, specialmente nel popoloso quartiere della Sorda, che, per i motivi che innumerevoli volte abbiamo ricordato, ci si ostina a non voler risolvere, costringendo i cittadini a vivere una situazione stressante e ormai insostenibile. Il nostro Sindaco, affiancato da tutti i componenti la Giunta Municipale, ha ricordato la compattezza della coalizione al governo: noi riteniamo giusto sottolineare che il sindaco, con ogni probabilità, ha scambiato per reale ciò che è sempre stato solo ed esclusivamente ideale. La compattezza, infatti, poco si concilia con la revoca del mandato ad alcuni assessori e con le nuove nomine effettuate: citiamo per tutti il caso dell’assessore Mavilla, e riteniamo potrebbe essere utile, per rinfrescare la memoria, rileggere l’intervista da lui rilasciata al Giornale di Sicilia il 27 Agosto  del 2004. In un nostro articolo facemmo notare al sindaco che era un suo preciso e inderogabile dovere spiegare ai cittadini a quali criteri si era ispirato per le revoche e le nomine assessoriali: non ci pare sia giunta alcuna risposta. Non si può esaltare la compattezza e l’efficienza di una coalizione  all’interno della quale un assessore viene addirittura sfiduciato dal suo stesso partito; una coalizione che è stata incapace persino di esprimere una Giunta stabile e duratura: il famoso “rimpasto”, infatti, nulla ha a che vedere con l’efficienza e la compattezza, al contrario, è lo specchio della disgregazione e dell’inefficienza. A questa evidente incongruenza non c’è che una risposta, ed è quella che vede le ambizioni personali e gli appoggi di qualche potente di turno prevalere sul valore dei singoli e sugli interessi della città. La presunta sinergia, poi, tra la Giunta e la coalizione di maggioranza non è mai esistita. Onde evitare che tutto finisca in una comoda dimenticanza, ci limitiamo a ricordare soltanto alcuni episodi, come quello riguardante il Piano triennale delle opere pubbliche,  che vide i consiglieri comunali dell’UDC e di AN schierati con l’opposizione o il vertice del 26 Gennaio, quando il sindaco,sempre in relazione al piano triennale, escluse il consiglio comunale, autentico rappresentante della cittadinanza, dall’incontro con la giunta provinciale, per finire con quanto accaduto nel mese di Novembre: ci riferiamo all’iniziativa di Pisana e Lavima, rispettivamente presidente e segretario dell’UDC modicano, che giustamente rivendicavano, a proposito del Patto per lo sviluppo, il loro diritto a dettare la linea politica del partito, alla quale tutti avrebbero dovuto conformarsi, anche il sindaco, che invece si era ben guardato dall’estendere l’invito alla delegazione cittadina del suo partito. Lasciamo stare la compattezza, signor sindaco, e parliamo di quel che probabilmente avrebbe voluto e non ha potuto realizzare – certamente non solo per responsabilità sua – e di quel che non s’è fatto e che occorrerebbe fare. Lei ricorda, con il solito, inutile trionfalismo, che a Modica sono stati conseguiti risultati eccezionali. Si riferisce al potenziamento universitario(ma dimentica di ricordare che abbiamo perso la facoltà di Giurisprudenza), all’attivazione dei master di protezione civile e soprattutto al fatto che Modica si è imposta come stazione appaltante, tra le prime in Sicilia, con circa 17 milioni di euro di appalti. A questo punto lei si aspetterebbe un nostro “bravo”, che non arriverà mai finchè lei sarà l’interprete di una politica che misura in euro lo sviluppo di una città e che ne valuta la crescita guardando alla quantità degli appalti. E’ ovvio che queste realtà sono importanti, ma farne il perno attorno al quale far ruotare tutto il resto è assolutamente inutile e soprattutto nocivo, perché diffonde un’idea superficiale della politica che rischia di non fare emergere problemi di gran lunga più seri dell’Eurochocolate, e molto più pregnanti di quelli legati all’inaugurazione del nuovo tribunale, delle aiuole spartitraffico e delle luminarie natalizie. La sera del 31 Dicembre e la mattina del 1 Gennaio la città è stata sconvolta da due suicidi. In entrambi i casi si è trattato di persone anziane. Nella sua città, che lei immagina cambiata assolutamente in meglio, il problema della solitudine – soprattutto degli anziani – è drammaticamente presente e ci richiama tutti ad una seria autocritica. Non sappiamo se i due suicidi siano frutto della disperazione della solitudine, ma ciò non toglie che questa esiste e che si pone come uno specchio nel quale guardare la nostra superficialità e la nostra colpevole indifferenza. In questa città, che a suo parere registra risultati eccezionali, ci sono organizzazioni che devono garantire ai poveri un dignitoso pranzo di Natale: su come noi la pensiamo in materia di beneficenza lo abbiamo già scritto, quel che ci importa è di ricordare che finchè nella  città che lei amministra ci saranno persone che vivono la quotidiana esperienza della povertà, appare sicuramente inopportuno, dal punto di vista morale, esaltare questa città per i suoi 17 milioni di euro di appalti. Fino a quando dei nostri ragazzi bruceranno la loro vita e uccideranno le loro speranze nell’eroina e finchè gli episodi di microcriminalità metteranno a rischio la sicurezza dei cittadini, soprattutto i più indifesi, è moralmente riprovevole sostenere che la nostra città è cambiata in meglio. Che lei voglia ricordare i traguardi positivi conseguiti dalla sua amministrazione è legittimo e  comprensibile, che intenda diffondere un pizzico di ottimismo è persino lodevole: il problema, come sempre, sta nel senso della misura: se lei assolutizza l’uno e l’altro, crea, come nella celebre caverna di Platone, una deformata immagine della realtà e soprattutto determina, certamente senza volerlo, delle gravi difficoltà nella realizzazione di ciò che potremmo definire una collettiva presa di coscienza, di cui Modica ha un inderogabile bisogno; è necessario, infatti, che ciascuno di noi si interroghi sul significato di crescita e sviluppo. Se a Modica queste parole si identificano soltanto coi quattrini, gli affari, gli appalti e il turismo, allora la stragrande maggioranza dei cittadini si rassegni ad un ruolo marginale e ad  una deprimente passività. Se invece tali parole vogliono dire ascolto, tolleranza, cultura, senso civico e solidarietà, ciascuno di noi faccia la sua parte, senza esibizionismi e trionfalismi, per  rendere la  città più vivibile e più umana.

 

 

                    CARMELO OTTAVIANO: IL FILOSOFO DIMENTICATO

 

Apprendiamo con molto piacere che, almeno in occasione del centenario della nascita, si alzi il polveroso sipario che troppo presto è calato sulla figura e sull’opera del nostro concittadino Carmelo Ottaviano. Per tale occasione, infatti, è previsto  un convegno internazionale e interuniversitario  che avrà luogo nel Gennaio 2006 e che coinvolgerà l’Università degli studi di Catania e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che, è bene ricordarlo, nella sua prestigiosa biblioteca custodisce 87 volumi dell’illustre filosofo modicano. Conserviamo di lui un affettuoso ricordo, legato ai nostri anni universitari, che, riferendo a noi ciò che lui disse di se stesso,”la magia del ricordo e l’incanto della gioventù ci fanno oggi ardentemente desiderare di rivivere”. Ottaviano è stato certamente, fra i nostri maestri, quello che maggiormente abbiamo

ammirato, per la sua onestà intellettuale, per la sua straordinaria conoscenza del pensiero filosofico occidentale, soprattutto di quello medievale, e per la sua chiarezza espositiva, che, a nostro modesto parere, resta ancora oggi insuperata, e che è facilmente riscontrabile nelle sue numerose opere e in particolare nelle pagine ormai ingiallite del suo Manuale di Storia della Filosofia, sul quale si sono formate intere generazioni di studenti. Un manuale che oggi appare certamente superato nello stile e nella impostazione metodologica, ma che rimane un esempio che molti autori dovrebbero seguire, perché i manuali scolastici, come magistralmente fece l’Ottaviano, vanno scritti per gli studenti e adeguati alla loro capacità di analisi e di interpretazione, e non per compiacere le istanze megalomani del proprio io, le proprie convinzioni politiche e  le aride esigenze dell’editoria. Fra le sue tante opere non possiamo non ricordare la celebre “Critica dell’Idealismo”, che non fu certo la causa del tramonto del neoidealismo italiano, come egli amava sostenere – questo suo attribuirsi meriti che certamente aveva, ma che ovviamente sarebbe stato opportuno attendere che altri glieli attribuissero – rese talvolta Ottaviano poco simpatico nell’ambiente accademico,  già di per sé difficile e sospettoso. Non c’è dubbio, tuttavia, che questa sua opera diede un valido contributo alla crisi di quella che lui definiva la dittatura culturale di Croce e Gentile. E vogliamo ricordare, poi, una delle sue opere più note e più significative, quella “Metafisica dell’essere parziale”, che tanto odiammo da studenti universitari e che tanto apprezzammo in seguito per il suo tragico realismo, per la sua lungimiranza, per le sue lucide analisi sulla condizione delle creature umane, che sempre, ma in modo particolare nel secolo appena trascorso, hanno rivelato la loro fragilità e la loro finitudine: la loro parzialità, appunto. L’oblio, esagerato e ingiusto, nel quale è stato collocato il pensiero dell’Ottaviano non fà onore alla sua città – che a  differenza  di Quasimodo egli amò profondamente, al punto di volervi riposare per sempre –e non fà onore all’intera Italia. Maltrattato da Eugenio Garin, che nelle sue “Cronache di filosofia italiana”gli rimprovera di aver adoperato un linguaggio troppo bellicoso nella sua polemica antiidealistica e non s’accorge, il grande storico della filosofia rinascimentale italiana, che il suo, nei confronti dell’Ottaviano, è altrettanto aspro e soprattutto privo di obiettività, è stato poi di fatto cancellato dal panorama filosofico italiano del XX secolo ed ignorato da tutti i manuali scolastici, persino da quei due che abbiamo la presunzione di ritenere i migliori dell’ultimo trentennio: ci riferiamo a quelli di Giovanni Reale e di Nicola Abbagnano. Questo nostro articolo non ha  la pretesa, ovviamente, di offrire una sintesi del pensiero di Carmelo Ottaviano; intendiamo soltanto ricordare con affetto e gratitudine un autentico maestro: egli incarnò alla perfezione la figura dell’intellettuale teorizzata da Fichte, e siamo certi che se lui, da qualche parte, ancora vive, ci starà severamente rimproverando per questo accostamento al fondatore della filosofia idealistica. In effetti egli seppe mirabilmente coniugare il suo alto impegno culturale con una vita vissuta all’insegna della coerenza e della rettitudine morale.

Ma né l’una né l’altra, in questo Paese di arrivisti e di voltagabbana, avrebbero potuto procurargli ammirazione e riconoscenza: fu acerrimo oppositore del neoidealismo italiano e dello strapotere da questo esercitato sulla cultura italiana quando gran parte dei nostri intellettuali si limitavano, come egli ebbe a dire, “a pensare con la testa di Benedetto Croce o di Giovanni Gentile”, e non aderì al marxismo, quando, caduto il regime, tantissimi suoi colleghi che provenivano da esperienze culturali e filosofiche diverse approdarono con gran disinvoltura sulle sponde assai redditizie del socialismo scientifico. Ottaviano, invece, sulle orme del suo amato Cartesio, perseverò nelle sue opinioni, testimoniando con coraggio le sue idee e le sue convinzioni, in un paese come l’Italia, nel quale il valore di un’idea è direttamente proporzionale al numero di coloro che pedissequamente vi aderiscono. Che il nostro Paese abbia dimenticato questo grande maestro era quasi fisiologico: egli ha rappresentato, infatti, l’antitesi del prototipo dell’italica razza: carrierista, banderuola, menefreghista e opportunista. Per tale motivo, temiamo che il silenzio calerà su un altro grande protagonista del secolo appena trascorso. Ci riferiamo a Indro Montanelli, che per anni dovette sopportare l’arroganza di politici in malafede e di colleghi invidiosi, che invano cercarono di farlo tacere appiccicandogli addosso, con un ridicolo lessico veterocomunista,  l’etichetta di fascista e di servo dei padroni. Anche lui pagherà la colpa di non aver mai voluto cedere al richiamo del gregge.

Per quanto riguarda Ottaviano, non possiamo che concludere con una amara riflessione: il nostro è un Paese che offre il laticlavio  a Bobbio, sulla cui coerenza è lecito nutrire qualche dubbio, e ripone nell’oblio chi ha fatto della coerenza la stella polare della propria vita.