CARMELO OTTAVIANO, IL FILOSOFO CHE NACQUE DUE VOLTE

 

Sia su questo giornale, con una lettera al Direttore del 28 Febbraio 2006, sia, più recentemente, su “Il Giornale di Sicilia”, il prof. Clemente Floridia ha cercato di porre all’attenzione della cittadinanza il protrarsi di un autentico sopruso, nella colpevole indifferenza dell’Amministrazione comunale e nella biasimevole noncuranza dei cittadini, anche di coloro che, per la cultura che li contraddistingue, non dovrebbero essere insensibili a simili vicende. Stiamo parlando della lapide che nel 2001 fu collocata in un palazzo di Corso San Giorgio, che divenne in tal modo la casa natale dell’illustre filosofo modicano Carmelo Ottaviano. Coloro che lo hanno conosciuto, per essere stati suoi amici o allievi, e coloro che hanno letto le sue opere sanno bene che il filosofo non nacque in Corso San Giorgio ma in via Guerrazzi. Ciò è un dato incontrovertibile, sia perché la nipote, Concetta Ottaviano – moglie del prof. Floridia – può esibire il certificato di nascita dell’illustre parente che attesta in modo inequivocabile che l’Ottaviano ebbe i natali in via Guerrazzi, sia perché lo stesso Ottaviano, nei suoi scritti, non lascia adito a dubbi di sorta. Basta rileggere ciò che egli scrive, a proposito del padre, nel primo volume della celebre “Metafisica dell’essere parziale”: “Ricordo ancora, con quella incancellabile vivida freschezza che è propria delle impressioni dell’infanzia e dei ricordi della gioventù, il risuonare ritmico e pesante del suo passo sul selciato della stradetta, nella quale abitavamo”, o l’altra dedica, ricordata dal Floridia, e intitolata “La malinconia della cose”, ove egli accenna, ancora una volta, alla stradetta in cui nacque, stradetta che naturalmente non può essere in alcun modo identificata col Corso San Giorgio.

Triste destino quello dell’Ottaviano: indiscusso protagonista della filosofia italiana del Novecento, pagò in vita l’essersi schierato contro quella che egli definiva la dittatura culturale di Croce e Gentile; dopo la morte, invece, è stato fatto calare su di lui un silenzio che lo ha cancellato dal panorama filosofico del XX secolo; un silenzio voluto soprattutto dalla dominante cultura marxista, che, monopolizzando il mondo editoriale e quello accademico, ha eliminato ogni traccia di un intellettuale la cui sfortuna è stata quella di essere nato in un Paese che dimentica i veri maestri, di vita e di pensiero, quale fu Ottaviano, per celebrare i mestieranti sempre pronti a salire sul carro dei vincitori. E’per tali motivi che ci risulta intollerabile ch’egli debba subire, proprio nella sua città, l’ennesima ingiustizia. Siamo abituati ai silenzi assordanti di questa amministrazione; lo abbiamo recentemente scritto a proposito del traffico e lo ribadiamo adesso per il caso Ottaviano. Il fatto che gli appelli del prof. Floridia siano rimasti inascoltati è l’ennesima prova della inguaribile indolenza dell’amministrazione Torchi e della sua deprecabile riluttanza a dare risposte certe e inequivocabili alle domande dei cittadini.

Ricordiamo, in conclusione, che nel palazzo dove è stata indebitamente posta la lapide risiede l’on. Minardo: ricordiamo al nostro sindaco, che dinanzi a prove inconfutabili, è un suo preciso dovere far togliere quella lapide da Corso San Giorgio e farla collocare in via Guerrazzi, com’è suo dovere spiegare ai modicani perché ciò non è stato ancora fatto; ciò sarebbe anche un modo per sgombrare il campo dalle illazioni dei malpensanti. Forse ha ragione il prof. Floridia, quando sostiene ironicamente che di Ottaviano ce ne sono stati due: uno nato in Corso San Giorgio, l’altro in via Guerrazzi.

Ottaviano – i suoi allievi lo ricordiamo benissimo – amava definirsi “ Il filosofo della Quarta Età”: non poteva certo immaginare che nella sua città sarebbe invece passato alla storia come “Il filosofo che nacque due volte!”

 

 

 

                                                        UN’OCCASIONE PERDUTA

 

Abbiamo sempre seguito le elezioni regionali con attenzione e interesse, sia perché è un diritto-dovere di ogni cittadino seguire le vicende politiche, in particolar modo quelle che lo riguardano più da vicino, sia per dare il proprio contributo all’affermazione della linea politica nella quale si crede; nello stesso tempo, però, le abbiamo sempre seguite con una consistente dose di pessimismo, che nasceva dal timore, suffragato dai fatti, che comunque sarebbe andata a finire ben poco sarebbe cambiato in ordine alla trasparenza amministrativa e alla crescita economica e civile della nostra isola. Non si tratta di qualunquismo ma di sano realismo; d’altronde, le vicende politiche regionali stanno lì a dimostrare che chiunque, in tutti questi decenni, abbia governato la nostra terra non è riuscito a cambiarne il volto: le infiltrazioni mafiose nelle attività economiche continuano, gli scandali che coinvolgono i politici sono all’ordine del giorno – si pensi ad esempio all’UDC siciliano, i cui esponenti indagati non si contano più – il completamento delle autostrade, al di là delle falsità dette dall’ex maggioranza, è ancora un’utopia ( basti ricordare la Siracusa-Catania e la Siracusa-Gela) e in alcuni paesi dell’entroterra – nonostante le bugie elettorali di Cuffaro – la gente è ancora costretta a sottoporsi a lunghe ed estenuanti code per avere un bene primario come l’acqua; per finire con la piaga dell’emigrazione che costringe tanti nostri giovani a cercar fortuna lontano dal loro mondo e dalla loro gente. Eppure, nonostante il disastro col quale siamo costretti a convivere praticamente da sempre, in questa occasione, per la prima volta, queste consultazioni elettorali hanno risvegliato in noi una passione civile mai scomparsa, in verità, ma che da un bel po’ di anni s’era assopita, incapace di emergere in una realtà politica come quella attuale, che ha salutato con esultanza la fine delle ideologie, non rendendosi conto che queste sono la linfa vitale della politica: questa, senza più progetti e valori e priva di slanci ideali, ha perso ciò che poteva nobilitarla: il pragmatismo che oggi la caratterizza, e che molti opportunisticamente esaltano, è solo uno strumento che consente meglio di realizzare loschi affari e sporchi intrallazzi, all’ombra dei quali maturano sfolgoranti carriere e lievitano i conti in banca. Stavolta, dicevamo, abbiamo vissuto questo clima elettorale con passione e soprattutto con la speranza che finalmente noi siciliani  potessimo svegliarci da quel torpore civile e intellettuale che da troppo tempo non ci consente di riappropriarci di ciò che ci è stato tolto, non soltanto dalla mafia, ma soprattutto da quei politici ad essa contigui e con essa collusi. Abbiamo sperato che la Sicilia del ricatto e del clientelismo venisse non sconfitta – per questo è necessaria una rivoluzione culturale che richiede tempi molto lunghi – ma finalmente attaccata con determinazione e che pertanto si cominciasse a porre le fondamenta per cominciare a ripulire la nostra isola dai compromessi morali e dalla sporcizia politica. Una vittoria plebiscitaria della Borsellino – al di là dei suoi meriti, che comunque ci sono e che non sono legati soltanto al cognome che porta – avrebbe potuto rappresentare uno storico momento di svolta. Siamo coscienti che nella coalizione che l’ha sostenuta c’è stato chi ha pensato di utilizzarne il nome per i propri fini personali e politici, anche se siamo certi che la Borsellino ne è stata consapevole. Ciò, comunque, non cambia i termini della questione: Rita Borsellino è un simbolo, e i simboli non sono soltanto dei segni o delle forme senza contenuti: sono piuttosto la sintesi di un patrimonio di valori, ed è per questo che sono in grado di muovere la storia. Non siamo nemmeno così ingenui da ritenere che con la Borsellino ci saremmo liberati della mafia: non si tratta di questo, infatti; ma certamente i siciliani le avremmo lanciato un messaggio chiaro ed inequivocabile. Si trattava d’intraprendere con la criminalità organizzata una lotta lunga ed estenuante, certo, ma efficace in prospettiva: cominciare a stritolare la piovra con una sorta di operazione a tenaglia: da un lato la politica, con un presidente risoluto e non ricattabile, dall’altro una società civile finalmente determinata nel volersi affrancare da quella macchia indelebile che pesa come un macigno sulla sua storia e che fà passare sotto silenzio i tanti e lodevoli aspetti di “questa nostra terra bellissima e disgraziata”, come la definì Paolo Borsellino nel celebre discorso in memoria dell’amico Falcone. La maggioranza dei siciliani ha scelto Cuffaro: non spetta a noi decidere della sua innocenza o colpevolezza. Il fatto che abbia chiesto voti a Siino, il “ministro dei lavori pubblici” della mafia e che abbia frequentato dei personaggi legati a Cosa Nostra non dimostra ch’egli l’abbia favorita – appurare questo è compito della magistratura – ma è indiscutibile che questi suoi comportamenti abbiano generato dubbi e sospetti sulla sua correttezza istituzionale e sulla sua integrità morale. Il riconfermato governatore potrà anche uscire pulito dalle vicende giudiziarie nelle quali è coinvolto, ma politicamente egli è doppiamente colpevole: in primo luogo, perché continua a rimanere abbarbicato alla sua poltrona nonostante l’infamante accusa per la quale è indagato, senza aver avuto il buongusto di dimostrare la sua proclamata innocenza da semplice cittadino e non dalla posizione di potere e di prestigio che attualmente occupa; in secondo luogo, perché in questi anni di permanenza alla guida della Regione, la politica dei compromessi, degli affari e delle clientele non si è arrestata, il posto di lavoro ha continuato ad essere non un diritto ma una gentile concessione dell’onorevole di turno, in ossequio alla vergognosa prassi della “raccomandazione”, e tanti, troppi siciliani sono stati e sono ancora costretti a convivere col “pizzo” e dunque con la tracotanza di una criminalità organizzata che sempre più si insinua nelle attività economiche della nostra terra. Cuffaro e i suoi ex assessori – tra i quali, se non andiamo errati, qualcuno è indagato per gli stessi motivi per i quali lo è lui – non hanno fatto nulla, in questi anni, non per debellare, ma quanto meno per porre un freno alle piaghe che ci affliggono e consentire ai siciliani, pertanto, di condurre una vita più civile e dignitosa. Dal dopoguerra in poi, la Sicilia ha pagato un prezzo altissimo per colpa di una classe politica che ne ha impedito lo sviluppo praticando con disinvoltura la politica della lottizzazione, dei compromessi e delle pericolose contiguità. Come può, questa nostra terra, crescere nella legalità e nella trasparenza se i partiti, nella scelta dei candidati - e le recenti elezioni regionali stanno lì a dimostrarlo - anziché guardare esclusivamente alla loro competenza, coerenza e integrità morale, si ispirano pervicacemente  a criteri di bassa politica, fatta di promesse, rivalità, vendette e favoritismi? L’aver riconfermato un presidente indagato per favoreggiamento alla mafia, preferendolo a un simbolo dell’antimafia, dà all’Italia e all’estero l’immagine di una Sicilia che non vuol cambiare pagina: non aver posto sul gradino più alto dell’isola l’integrità morale della Borsellino e le sue battaglie per la legalità e per il riscatto civile della Sicilia ha l’amaro sapore di un’occasione perduta.

 

 

 

                                        I RIMPASTI, LA VISIBILITA’ E LO PSICANALISTA

 

Da qualche tempo, in vista delle future elezioni amministrative, sempre più spesso si parla del prossimo, ennesimo rimpasto nella giunta comunale di Modica e di consiglieri che chiedono o per i quali si richiede maggiore visibilità. Riteniamo doveroso fare alcune considerazioni sullo squallore politico di tali rimpasti: essendocene già occupati, anche su questo giornale, ci limiteremo ad una sintetica riflessione, con l’unico intento di porre, ancora una volta, all’attenzione dei modicani la pochezza politica e l’atteggiamento poco trasparente di questa Amministrazione, cui si aggiunge il mancato rispetto per l’intelligenza dei cittadini. Più d’una volta, infatti, il nostro sindaco ha affermato che tali rimpasti, anche l’ultimo che è in programma, nascono dall’esigenza di rilanciare l’azione amministrativa della coalizione di governo: nel Palazzo, evidentemente, si ritiene che i modicani credono ancora nelle favole. Tali rimpasti, in verità, e lo sappiamo tutti, sono il frutto di una bassa concezione della politica, della quale, purtroppo, la nostra amministrazione comunale è una decisa sostenitrice ed una fedelissima interprete: dire chiaramente ai cittadini che i rimpasti sono necessari per accontentare un po’ tutti, per non rompere gli equilibri di potere sui quali si regge il governo della città e che evitare tale rottura è indispensabile per salvare la poltrona sarebbe certamente un’ammissione del modo, poco elegante, di concepire la politica, ma l’ineleganza sarebbe non giustificata ma almeno mitigata da un’operazione di trasparenza che renderebbe il tutto meno penoso e sgradevole. Da notare, tra l’altro, che queste false operazioni di rimaneggiamenti nella giunta – false perché hanno sempre modificato la forma ma mai cambiato la sostanza – sono  deprecabili, non soltanto per i motivi politici che abbiamo detto, ma anche perché assolutamente poco trasparenti: Torchi, infatti, se non andiamo errati, non ha mai motivato i cambiamenti effettuati – dimenticando, come spesso gli accade, che la cittadinanza ha il sacrosanto diritto di “sapere” – così come non ha mai spiegato ai suoi concittadini perché taluni assessori – a meno di future, improbabili smentite – siano praticamente inamovibili, alimentando illazioni che rendono la situazione ancora meno trasparente di quanto già non sia. Sull’altra questione, quella relativa alle richieste di maggiore visibilità, vogliamo spendere qualche parola perché i nostri concittadini riflettano sull’alta(!) concezione della politica che si respira a Palazzo San Domenico. E’ bene che la cittadinanza diventi sempre più consapevole che in una ipotetica scala delle priorità essa occupa, per i partiti che governano, l’ultimo gradino: si parla infatti di rilanciare l’azione amministrativa e pertanto sarebbe legittimo attendersi progetti concreti e obiettivi di ampio respiro e invece si sprecano energie per “ sistemare” questo o quell’altro consigliere; non c’è niente da fare: lo scrivemmo tempo fa su questo giornale e lo ribadiamo adesso: è tempo che nello stemma della nostra città campeggi un’elegante e comoda poltrona! Ancora più squallida è la richiesta di maggiore visibilità quando questa proviene da chi siede in consiglio comunale e il cui unico intento dovrebbe essere quello di servire i cittadini: chiedere maggiore visibilità – che tradotto dal politichese vuol dire semplicemente “ voglio anch’io la mia poltrona” – è non soltanto deplorevole, per le motivazioni politiche che abbiamo descritto, ma è indicativo di una pochezza morale e intellettuale che fà rabbrividire. Desiderare una maggiore visibilità – utilizziamo anche noi questa espressione, sebbene sia orrenda – può anche costituire una legittima aspirazione: se viene concessa da altri, non per amicizie o per raccomandazione, ma per meriti acquisiti, non crediamo vi sia nulla di male. Colui che la richiede, invece, non soltanto si dimostra povero di stile e privo d’eleganza, ma anziché bazzicare l’aula consiliare farebbe meglio a frequentare le stanze di un affermato psicanalista.