Dialogo 20 Maggio 2003
“ Tu non ci hai dato un cuore perché ci odiassimo; fà che sappiamo aiutarci vicendevolmente a sopportare il fardello d’una vita penosa e breve; che le piccole differenze intercorrenti fra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, che le nostre ridicole usanze, che le nostre opinioni insensate, che tutte le lievi sfumature distinguenti questi atomi chiamati uomini non siano segnacoli di odio e di persecuzioni” ( Voltaire: dal “Trattato sulla tolleranza” )
Quanto queste parole di Voltaire siano ancora oggi attuali io credo sia a tutti evidente, ma, nel contempo, ritengo sia altrettanto palese la dicotomia tra consapevolezza e volontà: tra l’esser consapevoli, insomma, dell’altissimo valore civile di queste parole e il voler concretizzarle nella propria vita, perché diventino la bussola che sappia orientare l’uomo nel mare tempestoso della convivenza sociale. C’è tuttavia un rischio: che un pensiero di così alta pregnanza possa perdere il suo significato più profondo se immerso nella palude del qualunquistico “buonismo”, se collocato in una sorta di Iperuranio delle pie intenzioni, se diventa la motivazione con la quale nobilitare pensieri talvolta meschini e atteggiamenti troppo spesso ipocriti. Ma Voltaire vola ben più in alto. Non si tratta, per dirla con Marx, di diventare filantropi o organizzatori di beneficenze; il concetto di solidarietà che emerge dalle sue parole ricorda semmai tematiche di ben altro livello e atteggiamenti di grande spessore umano e civile: mi riferisco al Leopardi della Ginestra, dove l’uomo rivela la sua grandezza e la sua nobiltà spirituale costituendo un mondo veramente umano, fondato sulla solidarietà nel dolore. E’ necessaria la consapevolezza della nostra miseria ontologica. Guardare l’uomo da una prospettiva cosmica, per coglierne la sua piccolezza e la sua fragilità, e in tal modo scoprire quanto siano ridicoli i suoi deliri di onnipotenza e le sue manie di grandezza, quanto sia goffa la sua convinzione di sentirsi protagonista del tempo e della storia. Non si tratta, inoltre, di annullare le differenze tra gli uomini: concezione purtroppo oggi assai diffusa, che, radicalizzando l’egualitarismo economico, che in quanto tale può anche avere degli aspetti positivi, ha finito per proporre un egualitarismo delle coscienze, delle intelligenze e delle culture, che, se fosse interamente realizzato, condurre l’umanità alla più grande catastrofe della sua storia. Non si tratta, dunque, di annullare le differenze, ma di saperle confrontare e armonizzare, di pervenire alla hegeliana conciliazione degli opposti; ad una superiore sintesi che “tolga” gli attriti inutili e le contrapposizioni preconcette e “conservando” le differenze le ponga fruttuosamente al servizio del bene comune. Alla luce di quanto detto appaiono davvero paradossali gli innumerevoli episodi di contrapposizione che quotidianamente caratterizzano la nostra città e la nostra provincia. Per ovvi motivi di spazio ne citerò solo due: Comiso, ad esempio, è stata, in quest’ultimo periodo, al centro dell’attenzione per la lite poco edificante tra i “fedeli” della Matrice e quelli dell’Annunziata, la cui reciproca ostilità, già di per sé obsoleta e inutile, è sfociata addirittura in gesti desacralizzanti. Nella nostra città, poi, persino la sistemazione della statua di un santo( un busto bronzeo di San Giovanni Bosco tra le aiuole accanto al Municipio, n.d.R.)costituisce motivo di polemica. Le accuse tra l’attuale Amministrazione e quella precedente( di tale questione si è già occupato Carmelo Modica nello scorso numero di questo giornale), ma soprattutto le motivazioni che ne stanno alla base lasciano intravedere uno spaccato dell’attuale situazione politico-culturale della nostra città che appare a dir poco desolante. La normale dialettica democratica impone il confronto tra forze politiche opposte, talvolta anche lo scontro, purchè questo si mantenga entro i limiti della civile convivenza; ma è fondamentale, per il buon nome della città e per tenere alta la qualità della sua dimensione civile, che tale dialettica si snodi lungo percorsi culturalmente rilevanti e intorno a problematiche urbanistiche serie. Scriveva Pascal: “ L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perchè sa di morire e sa la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente. E’ nel pensiero la dignità e la grandezza dell’uomo”
Se priviamo dunque il nostro pensiero delle sue connotazioni logiche e razionali e se lo mortifichiamo con contenuti d’infimo spessore, manterremo intatta la nostra miseria e perderemo la nostra dignità. Giuseppe Ascenzo