Maggio 2004

 

                                 

                                           Il fumo e l’arrosto

 

Che la nostra città, dal momento in cui si è insediata l’attuale amministrazione, stia vivendo un momento di desolante declino, probabilmente tra i più gravi della sua lunga storia, non crediamo costituisca ormai una novità, quanto meno per coloro i quali non si lasciano ingannare dalle apparenze e dalla propaganda. Sulle cause di tale declino abbiamo già scritto abbastanza, e non crediamo, pertanto, che sia il caso di insistere, se non per ricordare che la crescita civile di una città non si misura nè dalla quantità degli affari, nè dalla smodata pubblicità con la quale sindaco e assessori celebrano come evento di straordinario valore politico persino il più semplice e banale atto amministrativo. La gravità della situazione scaturisce dal fatto che la politica dell’attuale maggioranza, anzichè limitarsi ad amministrare la città promuovendone lo sviluppo generale, che è poi il motivo per la quale è stata eletta, sta attuando delle scelte operative funzionali a delle strategie che non le competono: è in atto, infatti, un tentativo di uniformare la nostra città alla miserabile idea dello Stato-azienda che alberga nella mente del burattinaio di Arcore. Per fortuna i cittadini modicani non sono degli sprovveduti, e certamente si saranno accorti che il tanto sbandierato cambiamento promesso dalla giunta Torchi-Minardo è soltanto una riedizione del vecchio adagio siciliano reso celebre dal romanzo di Tomasi di Lampedusa:cambiare tutto perchè nulla cambi! Ciò che è ancora più deleterio è il fatto che questa Amministrazione – anche in questo caso perfettamente  in linea con la visione aziendalistica dello Stato propugnata dal già citato burattinaio -  procede imperterrita nell’annientamento delle radici cristiane della nostra comunità, che, inevitabilmente, finiscono per essere soffocate e represse, nel momento in cui il mondo degli affari viene posto come parametro della crescita civile di una città. L’oligarchia mercantile, della quale ci siamo già occupati, e l’amministrazione Torchi, costituiscono per la città una perniciosa diarchia. La prima esaltando in maniera smisurata la realtà del lavoro e del guadagno, in nome dei quali si fà scempio della sacralità della domenica e del legittimo diritto dei lavoratori al riposo o alla santificazione della festa, la seconda assecondando sempre e comunque i desideri e le aspettative della prima. In questo mese di Maggio, per esempio, le serate domenicali dei modicani che faranno shopping in via Sacro Cuore trascorreranno all’insegna del jazz,del blues e del rock: è la nuova iniziativa del consorzio dei commercianti di via Sacro Cuore. Pensavamo che i problemi della più importante arteria del quartiere fossero altri: primo fra tutti quello della viabilità,divenuto ormai insostenibile,ma che la nostra amministrazione si guarda bene dal risolvere. E così, poichè la giunta non intende turbare l’idillio coi commercianti della zona, il senso unico rimane una chimera e coloro che vi risiedono continuano a restare prigionieri di una situazione non più tollerabile, subendo un autentico sopruso, considerato che i problemi che sono costretti a vivere non vengono risolti

per tutelare gli interessi economici di altri. Pensavamo che i problemi della via Sacro Cuore fossero altri: si pensi alla totale assenza di marciapiedi nel suo secondo tratto, o alla mancanza degli scivoli per i portatori di handicap. Adesso, in verità, ci sentiamo rinfrancati visto che il presidente del Consorzio ha dichiarato:”Unire all’attività commerciale iniziative di intrattenimento musicale, rappresenterà un modo per valorizzare un quartiere ben oltre la sua importanza commerciale, creando un centro di aggregazione e socializzazione non solamente per i residenti”. Al signor Riscica ci permettiamo di ricordare che l’aggregazione e la socializzazione sono categorie sociologiche e filosofiche talmente alte che non è il caso di utilizzare quando sono in gioco questioni di basso profilo, come i soldi, i clienti e gli affari. Alla maggioranza che ci amministra chiediamo di cominciare a lavorare sul serio per il bene della città, con la speranza che ci liberi dal soffocante fumo che ci avvolge e ci faccia finalmente gustare l’arrosto.

 

 

 

         La crescita di una città non può dipendere da logiche mercantilistiche

 

Al Giornale di Sicilia del 18 Maggio, a proposito dell’iniziativa del consorzio dei commercianti di via Sacro Cuore, della quale ci siamo occupati nello scorso numero de”La Pagina”, l’assessore Drago ha dichiarato:”Apprezziamo l’iniziativa del Consorzio, perchè dimostra come le scelte differenziate per tipologia d’intervento, e per zone omogenee, siano assolutamente preminenti, come del resto testimonia da anni la brillante esperienza del Polo commerciale. A nome dell’amministrazione comunale esprimo il compiacimento per la brillante intuizione che ha visto protagonisti i commercianti della via Sacro Cuore”.

L’idillio, come si vede, continua!

Ho letto con attenzione le amichevoli critiche che Luisa Montù ha ritenuto di fare al mio ultimo articolo”Il fumo e l’arrosto”, ma, altrettanto amichevolmente, devo confessare di non averle condivise. Non è mai stato nostro intendimento sottovalutare gli aspetti economici della città, sappiamo bene che il commercio o il turismo sono fonte di progresso e di benessere, tuttavia, ribadiamo la nostra tesi che la crescita civile di una città non può dipendere da logiche mercantilistiche: noi rifiutiamo l’equazione secondo la quale la crescita culturale e spirituale di un popolo(nella fattispecie di una comunità cittadina)sia direttamente proporzionale al suo sviluppo economico. E’ una tesi marxista – non sostenuta, peraltro, nemmeno dalla Montù -  che abbiamo sempre combattuto e continueremo a combattere, perchè riteniamo che i valori dello spirito non debbano essere contaminati dalla merce e dal profitto. Crediamo che occorra separare la crescita economica da quella civile, perchè vanno giudicate con diverse categorie filosofiche e perchè differenti sono le motivazioni e le finalità che le contraddistinguono. E’ da questi presupposti teorici che derivano le nostre reiterate critiche all’attuale classe politica che governa la città.Essa ha ridotto in macerie quel poco di retaggio umanistico che s’era salvato da sessant’anni di storia nazionale, che ha visto il trionfo del più becero materialismo e del più squallido consumismo. Se nel nome del dio denaro non si consente ad un credente di partecipare alla messa domenicale, noi critichiamo aspramente tutto ciò, non per integralismo religioso, ma perchè rappresenta un’offesa lacerante e intollerabile alla libertà di coscienza dell’essere umano; se l’amministrazione comunale, tramite l’assessore Drago, esprime il suo apprezzamento per l’iniziativa dei commercianti e nel contempo non mostra alcun interesse per rendere vivibile il quartiere, rivela ancora una volta di non tenere in alcuna considerazione la salute, il benessere e la serenità dei cittadini. L’attuale amministrazione è portatrice di una mentalità ragionieristica,tecnocratica e mercantilistica:non c’è traccia di Umanesimo nella sua azione politica, e pertanto non può in alcun modo promuovere la crescita civile della città. Il grande limite di questa amministrazione non è quello di pensare allo sviluppo economico della città, è quello di aver inconsapevolmente elaborato una sorta di “metafisica dell’economia”: assolutizzato ,sacralizzato e venerato,  il fatto economico ha finito per porre in secondo piano situazioni e problematiche di gran lunga più importanti e qualificanti. Una politica senza basi umanistiche produce, inevitabilmente, una scarsa considerazione per la cultura, non in senso etnico-antropologico, ma nel suo significato più alto,  come manifestazione dell’attività dello spirito .L’indifferenza dei nostri amministratori per la cultura di alto livello emerge dai loro atti e soprattutto dalle loro omissioni; si pensi alla vicenda dell’Istituto musicale, agli atti relativi al convegno internazionale sulla Contea, che aspettano ancora di essere pubblicati, alla mancata istituzione della facoltà di Giurisprudenza, o ,ancora,  ad un episodio del quale siamo stati testimoni lo scorso 26 Aprile: nella sede dell’Ente Liceo Convitto, il prof.Colombo,con la consueta competenza,ha illustrato agli intervenuti il nono fascicolo dell’ Archivum historicum mothycense, rivista il cui spessore culturale non può certo essere messo in discussione: non abbiamo potuto fare a meno di notare l’assenza di sindaco e assessori.

La nostra classe politica esprime apprezzamento sulla stampa locale per la brillante idea dei commercianti di organizzare un po’ di baldoria per allietare le serate dei potenziali clienti  e poi tace sulle iniziative come quella del Liceo Convitto.

Non crediamo di dover aggiungere più nulla: i fatti, talvolta,  si commentano da soli!

 

 

 

 

                                           La trasmigrazione dei consiglieri

 

“Le altre anime,giunte al termine della loro prima vita,subiranno un giudizio, e, dopo che

  saranno state giudicate, alcune sconteranno la pena andando in luoghi di espiazione che

  stanno sotto terra(...) Un’anima umana può anche passare in una vita da bestia, e chi era

  una volta uomo può ancora una volta da bestia ritornare ad essere uomo. Ma l’anima che

  non ha mai contemplato la verità non giungerà alla forma di uomo”

 

  dal “Fedro”  di Platone

 

La maggioranza di centrodestra che governa Modica, incurante delle critiche e delle pessime figure già fatte, dà di sè, per l’ennesima volta, un’immagine che da un lato evidenzia le lacune culturali della coalizione – che tante volte abbiamo denunciato – e dall’altro offende l’intera città, che, per la sua storia e per la sua nobile tradizione, meriterebbe una classe politica di ben altra levatura intellettuale e fornita di un sistema di valori in grado d’innalzare il livello civile di questa città. Lo scorso mese di Marzo il consigliere comunale dell’UDC Tato Cavallino si è dimesso dal suo partito, così come, l’estate scorsa, aveva fatto Michele Polino,

altro consigliere comunale, anch’egli eletto nelle fila dell’UDC e poi confluito in quelle di Forza Italia. Dalla trasmigrazione delle anime, di platonica memoria, siamo passati alla trasmigrazione dei consiglieri comunali. Non si è verificato certamente un salto di qualità:

tutt’altro! Siamo in presenza di un’avvilente discesa verso il basso: un’aula consiliare, per quanto austera ed elegante, non può reggere in alcun modo il confronto con la paradisiaca pianura della verità: il celebre Iperuranio. C’è poi un’altra importante considerazione da fare: l’analisi che Platone fà intorno al destino delle anime lascia poco spazio al buonismo, oggi così ipocritamente imperante, prevedendo, per coloro che in questa vita sono stati schiavi dei più bassi istinti, un’umiliante vita successiva; saranno infatti condannati a reincarnarsi in uomini bruti o in feroci animali. I protagonisti dell’attuale trasmigrazione, invece, non corrono di questi rischi: per loro non incombe il pericolo di squalificanti reincarnazioni o di una mortificante discesa agli inferi, anzi, al contrario, tali salti da un banco all’altro dell’aula consiliare, molto spesso, finiscono per condurre questi politici “itineranti” verso migliori traguardi, a sedere su più comode poltrone, a conquistare, insomma, maggiore visibilità e, talvolta, qualche fetta di potere, la mancanza del quale – e questo è l’unico pensiero del senatore Andreotti che riusciamo a condividere – ne logorava il fisico e lo spirito. Non occorre essere uno scienziato della politica per constatare che abbandonare il partito nel quale si è stati eletti significa tradire i propri elettori, e, nello stesso tempo, le proprie convinzioni politiche:ciò è consentito soltanto se il partito cui si appartiene modifica radicalmente la propria linea politica e i propri valori di riferimento o se il gruppo dirigente impedisce ai suoi consiglieri di esprimere liberamente le loro convinzioni e le loro opinioni. Il consigliere in questione ha dichiarato di non rinnegare il suo partito, che ha condiviso e condivide il programma elettorale del sindaco ed ha persino promesso che resterà politicamente vicino

al centrodestra, adducendo come unica motivazione della sua fuoruscita il desiderio di sentirsi libero e di essere indipendente nelle sue decisioni, e, infine, di non volere avere legami di natura politica. Crediamo che il consigliere Cavallino non se la possa cavare con delle espressioni che dal punto di vista politico non significano assolutamente nulla. Egli ha il dovere di dare delle spiegazioni, non a noi, certamente, che nemmeno lo conosciamo, ma a coloro che lo hanno votato. Tra l’altro, in una fase della politica locale nella quale più volte s’è parlato dell’esigenza di un rimpasto, riteniamo sarebbe nel suo interesse esprimersi con maggiore chiarezza, onde evitare che l’aver abbandonato il partito nel quale è stato eletto possa essere interpretato come una forma di protesta per una maggiore visibilità chiesta e non ottenuta. Se escludiamo, infatti, tale interpretazione, le sue affermazioni appaiono politicamente insignificanti, giacchè è palesemente contraddittorio esprimere fiducia nel partito che si abbandona, così come appare inconciliabile il desiderio di sentirsi libero con l’apprezzamento espresso per il partito dal quale si fuoriesce: se la logica ha ancora un senso, ciò significa che quel partito non permette al consigliere di essere autenticamente libero, ma in tal caso non si spiega più l’apprezzamento. La verità è che l’atto compiuto dai due consiglieri dell’UDC non fà che esplicitare quel degrado della politica, del quale l’UDC, quanto meno quello siciliano, è certamente tra i maggiori responsabili; si pensi ai guai giudiziari del presidente della Regione che non ha nemmeno il buongusto di farsi da parte o all’arresto del deputato regionale Vincenzo Lo Giudice con l’infamante accusa di essere al servizio della mafia.Questo partito, d’altronde, è il legittimo erede di quell’altro, che, in cinquant’anni di storia repubblicana, ha contribuito più di tutti ad inquinare la politica, con la sua perniciosa gestione degli appalti, col suo becero trasformismo e con i suoi devastanti metodi clientelari. La spiacevole novità della politica nazionale e locale non è il centro ma la destra. Non è questo ovviamente il luogo per analizzare quale sia la vera destra, se quella liberale o quella che affonda le radici nel partito che fu di Almirante, nè la  sede per discutere dei suoi meriti  e dei suoi limiti, ma certamente è possibile affermare che il governo di centrodestra è una realtà virtuale, è più presunto che reale: a Roma, come a Modica, non c’è traccia della destra, qualunque sia il modo in cui la si voglia intendere; le deludenti  motivazioni che stanno alla base della recente polemica all’interno della locale sezione di Alleanza Nazionale sono lo specchio di uno stile tutto democristiano di fare politica. Non esiste più la destra  perchè non esiste più l’onore, il dovere, la coerenza e la lealtà, e il partito che si dichiara tale ha abbracciato l’opportunismo, l’efficientismo e persino il federalismo. Non esiste più la destra perchè quella che si ritiene tale  non parla più di ordine, distanza e diversità: una società è davvero matura e autenticamente democratica quando queste categorie si contrappongono alla libertà, alla fraternità e all’uguaglianza, non per annullarle, ovviamente, ma per fa sì che la libertà non diventi anarchia e l’uguaglianza non conduca ad una desolante massificazione. Il problema  del quale abbiamo trattato, comunque, trascende l’episodio dei due consiglieri dell’UDC modicano: si tratta infatti di un collaudato e infausto vizio dell’italica gente. Basti per tutti l’esempio della innumerevole schiera di politici e intellettuali che fascisticamente agirono e pensarono fino al 24 Luglio del ’43: il giorno dopo mutarono casacca e bandiera, si travestirono da campioni dell’antifascismo e su questo edificarono le loro fortune personali e politiche. Lo scorrere inesorabile del tempo li ha ridotti di numero, ma qualcuno ancora si aggira tra Montecitorio  e Palazzo Madama e qualcun altro ancora pontifica da qualche cattedra universitaria. Parafrasando Gobetti, antifascista serio e coerente, potremmo dire che l’arte – tutta italiana – dell’incoerenza ideologica e del travestimento politico non è che l’autobiografia della nostra nazione.