IL RADUNO DEL RINNOVAMENTO CARISMATICO A MODICA
Abbiamo letto con attenzione ed interesse l’articolo di Concetta Bonini, nello scorso numero de La Pagina, sull’incontro, svoltosi il 23 Aprile allo stadio “Vincenzo Barone”, organizzato dal gruppo del Rinnovamento Carismatico Cattolico e abbiamo condiviso gran parte delle sue osservazioni. Ci occupiamo anche noi di quanto avvenuto in quanto vorremmo sottolineare altri aspetti che ci sembrano rilevanti. Il primo è legato alla decisione degli organizzatori di far pagare un biglietto d’entrata di dieci euro, che, come ha giustamente osservato Concetta Bonini, non trova alcuna giustificazione, giacchè le spese organizzative erano già state coperte dagli sponsor privati e dai contributi del Comune e della Provincia. Un’esagerata attenzione al denaro, quindi, che poco si concilia coi dettami del Vangelo e con una giornata all’insegna della spiritualità. Non è nostra intenzione sostenere una visione manichea del rapporto fede-denaro; quest’ultimo, infatti, può anche essere uno strumento del bene e comunque non rappresenta il male in senso oggettivo ed assoluto, anche se tutti sappiamo che la sete di denaro, nella storia del mondo, ha prodotto sanguinosissime guerre e ancora oggi è all’origine di conflitti che si vorrebbe far passare come operazioni di pace e addirittura – oltrepassando il senso del ridicolo – come interventi volti all’esportazione della democrazia. Questo flusso di denaro, che ha aleggiato sulla manifestazione del 23 Aprile, è una contraddizione che svilisce tale incontro, già svalutato da quei fenomeni di collettiva esaltazione che lo hanno caratterizzato. Agli organizzatori di questa”Giornata di Spiritualità” occorre ricordare che se è vero, come abbiamo detto, che il denaro non è in sé il male, è pur vero che insinuandosi nel tempio ne inficia la purezza e la sacralità, giacchè non v’è dubbio che è dal denaro che scaturiscono le azioni più disoneste e gli atteggiamenti più turpi che l’umanità, purtroppo, è sempre in grado di compiere. E’ d’obbligo ricordare quale fu l’atteggiamento di Cristo nei confronti di coloro che avevano trasformato il tempio in un mercato. La nostra seconda considerazione riguarda un fenomeno purtroppo ancora dilagante: ci riferiamo alla sudditanza di noi europei – con qualche lodevole eccezione, come i tedeschi e i francesi - nei confronti degli Stati Uniti d’America; un conformismo che ci induce ad importare anche ciò da cui sarebbe auspicabile, invece, tenersi a debita distanza. Non contenti d’avere assorbito, nell’ultimo cinquantennio, il peggio della cultura nord-americana, in termini di atteggiamenti e mentalità, abbiamo importato persino il loro protestantesimo, che rispettiamo, naturalmente, ma che non ci appartiene. Non si dimentichi, infatti, che il Rinnovamento Cattolico, sorto nel 1967, fu fondato da un gruppo di docenti e studenti dell’Università di Pittsburg in Pennsylvania, sulla scia di quello nato, sempre negli Stati Uniti, nel 1960, negli ambienti delle chiese luterane, anglicane e calviniste; esso nacque proprio con l’intento di dare alla fede una dimensione entusiastica, che si traduce poi in quelle manifestazioni di suggestione collettiva che abbiamo visto anche nel raduno svoltosi nella nostra città. Tale movimento, che sarà chiamato “Rinnovamento Carismatico”, mentre in Italia sarà definito “Rinnovamento nello Spirito”, si diffonderà poi, in breve tempo, in tutti i continenti. Benchè ormai approvato dalla Chiesa Cattolica, esso tradisce, in molti aspetti, i tratti tipici delle sette protestanti del Nord-America, in modo particolare quelli legati a certe forme di isterismo e di ossessione soteriologica. In una città come la nostra, di profonde e radicate convinzioni cattoliche, avremmo fatto volentieri a meno di questa inquietante ventata di “protestantesimo”. Benché cattolicizzato, infatti, il movimento non si è ancora del tutto liberato, come abbiamo visto, delle sue radici anglosassoni: naturalmente, non diciamo tutto ciò per farci paladini di anacronistiche e sterili contrapposizioni religiose, ma perché ci auguriamo che la nostra città – che da qualche anno è sempre più smarrita nel vortice di forme economiche e culturali che non le appartengono – almeno nella sua cattolicità possa trovare quell’ancora che la tenga saldamente legata alle sue radici. Un’ultima, e secondo noi più importante, considerazione vogliamo riservarla alla preghiera, per sottolineare che quella vista alla manifestazione del Rinnovamento non ci convince affatto: i canti, le preghiere esorcistiche, quelle di guarigione e le ossessive invocazioni ci sembrano piuttosto, come giustamente ha osservato la Bonini, degli strumenti finalizzati a condurre la massa in una situazione di allucinazione estatica.
La preghiera, quella vera, è l’incontro dell’uomo col suo creatore; è l’istante in cui il finito si congiunge all’infinito, in una dimensione mistica che può attuarsi solo nell’interiorità della coscienza (“In interiore homine habitat Veritas”, ammoniva Agostino) e non certamente nel rumore e nell’esaltazione chiassosa della massa. Il luogo in cui si prega, infatti, non è, come erroneamente si ritiene, un fatto secondario: esso deve indurre alla riflessione e alla meditazione. La scarsa attenzione di oggi alla preghiera deriva anche dalla deplorevole superficialità e dal cattivo gusto con cui vengono edificate le chiese e dalla faciloneria di certi parroci che consentono, nelle celebrazioni, lo strimpellìo delle chitarre e l’esecuzione di canzoncine che profanano la sacralità del luogo.
Il silenzio e la penombra di una basilica possono davvero innalzare la creatura perché incontri il suo Creatore, perché dialoghi con Lui; e questo incontro non può che avvenire nei recessi più profondi dell’anima, in quella dimensione dello spirito in cui l’uomo vive la sua solitudine come condizione essenziale perché Qualcuno gli si faccia incontro: è davvero difficile pensare che ciò possa accadere in uno stadio, tra il rumore assordante degli altoparlanti e lo schiamazzare della folla.
UN ASSORDANTE SILENZIO
Dobbiamo confessare che parlare del problema del traffico nella nostra città non è il massimo delle nostre aspirazioni e non certo per una forma di snobismo intellettuale, ma la nostra coscienza di cittadini consapevoli dei propri diritti e di quelli della collettività non può più tacere su un problema che, al di là della sua specificità, ha delle implicazioni di carattere politico, etico e sociale che non sempre, probabilmente, sono colte nella loro reale pregnanza. Già altre volte abbiamo tentato – e non soltanto noi ovviamente – di segnalare la gravità di questo problema che da anni stringe la città in una morsa ormai intollerabile, mettendo a dura prova la pazienza e la salute dei modicani, e facendoci fare anche delle pessime figure, com’è accaduto nei primi giorni di Maggio con gli otto studenti olandesi ospiti dei loro colleghi del “Campailla”, i quali, pur avendo apprezzato le nostre bellezze artistiche e paesaggistiche, non hanno risparmiato critiche all’Amministrazione comunale per la sporcizia che hanno visto, ma soprattutto per il traffico ritenuto insostenibile e insopportabile: ma dall’Amministrazione Torchi non è mai giunta una dichiarazione veramente chiarificatrice, che indicasse in modo inequivocabile i tempi e le modalità di risoluzione del problema; e allora ci sembra giusto chiederci quali possano essere le motivazioni di questo silenzio assordante su una questione, come quella della viabilità cittadina, che riguarda e che interessa tutti. Ancora una volta questa amministrazione si ritrova in un vicolo cieco; intendiamo dire che da qualunque prospettiva tale silenzio venga analizzato, il risultato, per chi ci governa, è quello di una condanna senza appello. Noi non possediamo, naturalmente, le prove di quel che diremo, e pertanto non possiamo che procedere attraverso logiche supposizioni: d’altronde, quando chi governa non risponde alle domande dei cittadini, costoro hanno il diritto e il dovere di cercare delle risposte. Confessiamo che ci è capitato spesso di pensare – e più volte lo abbiamo scritto – che il problema del traffico caotico non venga risolto per la esagerata attenzione che questa amministrazione ha sempre dimostrato nei confronti degli operatori commerciali di questa città, nei confronti dei quali, sia chiaro, non nutriamo alcuna ostilità; semplicemente vorremmo che le loro giuste esigenze di lavoro fossero sempre coniugate con le legittime necessità dei loro concittadini. Sappiamo tutti, infatti, che i commercianti della via Sacro Cuore, ad esempio, si sono sempre opposti alla istituzione del senso unico in quella via, temendo che la diminuzione del traffico potesse comportare un calo dei profitti, e tutti ricordiamo la loro opposizione, che risultò poi vincente, alle decisioni della precedente amministrazione di istituire i sensi unici in via Sacro Cuore e in via Resistenza Partigiana. Qualunque persona di buon senso non può non capire che quella rimane, ancora oggi, l’unica strada da percorrere per decongestionare il traffico nelle due vie principali della zona nuova della città. Non parliamo poi del Polo commerciale, dove il traffico, ormai, ha raggiunto livelli che sono al limite della sopportabilità, anche per le manovre poco ortodosse, ma pienamente giustificabili, degli automobilisti che lo percorrono: è tutto un via vai di vetture in retromarcia o che invadono l’opposta corsia pur di guadagnare l’agognata stradina secondaria che li possa trarre fuori dall’inferno. Noi temiamo che le inadempienze dell’Amministrazione siano legate alla volontà di non danneggiare gli operatori commerciali; ciò è naturalmente legittimo – considerato il grande contributo che essi danno allo sviluppo economico della città – non lo è più quando l’attenzione per una sola categoria produce la disattenzione per le esigenze di tutte le altre. Se le inadempienze derivano da questo, sarebbe alquanto evidente l’inadeguatezza del sindaco e della sua giunta ad amministrare nel nome di tutti: in questo caso, davvero, il principio democratico della rappresentanza sarebbe svuotato di ogni significato e Palazzo San Domenico non sarebbe più, come qualcuno ha scritto, la casa di tutti i modicani, ma si configurerebbe come la residenza di una sola parte di loro. La nostra seconda illazione, se fosse vera, giungerebbe a conclusioni non meno gravi delle prime: l’assordante silenzio, infatti, potrebbe scaturire dal fatto che il sindaco e l’assessore Aprile non abbiano la più pallida idea di come risolvere il problema: questa ipotesi è suffragata dal famoso piano del traffico, sempre annunciato, mai esposto alla cittadinanza e soprattutto mai applicato. Di questo fantomatico piano, che appare, scompare, riappare e poi ancora s’inabissa nella nebbia dell’oblio, riteniamo che un po’ tutti, ormai, siamo sufficientemente stanchi, e nessuno, crediamo, possa mettere in dubbio la legittimità del nostro sdegno e della nostra insofferenza. Se questa seconda ipotesi fosse vera, noi pensiamo che il sindaco e il suo assessore dovrebbero compiere l’unico gesto che in questi casi, chi fà politica, dovrebbe avere il coraggio di fare: naturalmente ciò non accadrà, e i modicani continueranno a patire nelle loro autovetture, tra code interminabili e posteggi inesistenti, fino al prossimo Eurochocolate, quando, inebriati dalle prelibatezze del cioccolato, esaltati per l’afflusso dei turisti e inebetiti dal chiasso, dimenticheranno, ancora una volta, il traffico e tutti gli altri gravi problemi della città e soprattutto che l’amministrazione che li governa non ha fatto nulla per risolverli. Ci auguriamo che il fantomatico piano del traffico non salti fuori poco prima delle prossime elezioni amministrative, perché ciò sarebbe di una gravità inaudita; nello stesso tempo, vorremmo, un po’ egoisticamente, che ciò accadesse, nella speranza che almeno questo potesse svegliare la coscienza politica dei modicani, ormai narcotizzata dalle sagre e dalle fiere, e la rendesse capace di liberare il Palazzo dagli inquilini che attualmente vi abitano. Sull’assordante silenzio del sindaco e del signor Aprile, assessore alla viabilità, vogliamo ancora formulare un’altra ipotesi: il silenzio potrebbe nascere, infatti, dalla comprensibile difficoltà a spiegare un fatto di per sé oltremodo imbarazzante: e cioè che la qualità della vita di questa città è l’ultimo dei loro pensieri. D’altronde – e ciò non riguarda soltanto Torchi o Aprile, ma la maggior parte di coloro che oggi fanno politica – è inevitabile che gli amministratori locali pongano in secondo piano i reali bisogni del cittadino. Essi sono intrappolati in un sistema che non sa più riconoscere la politica come servizio, e se anche qualcuno volesse provare a realizzarla verrebbe immediatamente fagocitato da quello stesso sistema in cui è vissuto, un sistema che può sopravvivere a condizione d’annientare ogni tentativo di cambiamento ed ogni forma di dissidenza. Più d’una volta, nelle principali arterie del quartiere Sorda, abbiamo visto delle ambulanze costrette ad effettuare interminabili secondi di sosta, imbottigliate nel traffico, e abbiamo tremato all’idea di cosa queste forzate soste avrebbero potuto determinare. Attivarsi per rendere migliore la vita dei cittadini è un compito inderogabile per chi amministra; intervenire, con la consapevolezza che la propria azione può contribuire ad evitare situazioni drammatiche, è un dovere morale al quale non ci si deve e non ci si può sottrarre.
L’IMMORALITA’ E LA POLITICA
Pur essendo abituato a dialogare coi miei figli, quando il tempo e la voglia di farlo me lo consentono – confesso pertanto una mia colpa, giacchè il dialogo coi propri figli dovrebbe essere sempre anteposto a tutto – devo ammettere che una loro recente domanda mi ha messo davvero in difficoltà, non per questioni inerenti all’argomentazione da affrontare ma per l’impossibilità d’individuare una soluzione al problema che ineluttabilmente è scaturito dalla problematica discussa. Considerando che seguo la politica da tanti anni, che ho affrontato tante battaglie nel nome dei miei ideali – che una squallida consorteria di arrivisti e voltagabbana ha pensato di svendere pur di ottenere la sacra poltrona – e considerato, altresì, che mi ritrovo spesso, su questo e su qualche altro giornale, ad occuparmi anche delle vicende della politica locale, era naturale che prima o poi qualcuno, e son contento che siano stati i miei figli a farlo, mi chiedesse perché non ho mai preso la tessera di un partito e per quale ragione non ho mai pensato d’intraprendere la “carriera” politica. Sono stato ovviamente ben lieto di rispondere a questa domanda, in quanto mi ha offerto la possibilità di spiegare loro quanto sia importante smascherare una fra le più deleterie menzogne che la nostra epoca “evoluta” ha inculcato nelle menti delle nuove generazioni: mi riferisco a quel relativismo etico indicato da molti cattivi maestri come segno di una indiscutibile superiorità intellettuale, mentre altro non è che l’emblema del decadimento morale di una civiltà che non sa più distinguere il bene dal male, che confonde la libertà con l’anarchia, che giustifica gli assassini e dimentica le vittime, che annega il principio della responsabilità individuale nel mare di un’ibrida e confusa colpa collettiva. Non è la società ad essere meschina, è meschino quell’uomo che accetta per decenni di condurre la sua vita tra le mura ammuffite di qualche vecchia sede di partito, nell’attesa del fatidico giorno in cui il suo padrone – l’onorevole o il senatore di turno – deciderà di collocarlo dietro qualche scrivania: il poveretto potrà finalmente gratificare la sua gretta ambizione e il suo portafoglio, e il potente di turno avrà guadagnato un altro politico subalterno e telecomandato. Non è la società ad essere misera, misero è l’uomo che non ha ideali, che trasmigra da un partito all’altro e che si prostituisce al migliore offerente: si tratta di personaggi mediocri sotto il profilo intellettuale e squallidi dal punto di vista morale. Spesso frustrati e falliti, questi personaggi trovano nella politica l’illusione di credersi importanti: non è un caso, infatti, che li si vede spesso guardarsi intorno nella speranza che qualcuno li riconosca e porga loro il suo saluto deferente: una scena pietosa e al tempo stesso esilarante. Non è la società ad essere corrotta, lo è l’uomo che sceglie la politica come mezzo di arricchimento personale, come strumento per elevare la sua condizione sociale e per favorire parenti, amici e amici degli amici: è l’uomo che in nome di questa squallida visione della vita è disposto a percorrere tutti i gradini di una scala, umiliante e degradante, alla fine della quale troverà l’agognata poltrona: egli sarà autista, portaborse, opportunista e voltagabbana; disposto ai compromessi più ripugnanti e dovrà sopportare il peso di una riconoscenza che gli sarà ricordata e che lo perseguiterà per sempre.
Mi accorgo, a questo punto, di aver spiegato ai miei figli perché ho scelto di non avere tessere, perché ho deciso di stare alla larga dal lezzo delle segreterie politiche. Il problema, però, si esplicita adesso in tutta la sua complessità: è la consapevolezza di quanto sia difficile coniugare la politica con la moralità. La prima – fatte salve ovviamente le dovute eccezioni – appare infatti come l’ancora di salvataggio delle banderuole, degli ignoranti e dei falliti. Nella società italiana di oggi gli esseri pensanti e moralmente integri se ne stanno di solito in disparte, gustando la serenità che nasce dall’aver preservato e conservato la propria dignità, ma nello stesso tempo sentendo il peso del proprio disimpegno, la colpa di lasciare la politica ai servi e agli incapaci. Che fare allora? Certo, è possibile contribuire alla crescita civile della società trasmettendo ai propri figli – e alla luce del lavoro che svolgo anche ai propri alunni – i valori della coerenza, dell’onestà e della dignità; promuovendo nelle nuove generazioni la consapevolezza che il potere non dev’essere mai elevato a scopo della propria esistenza e che il servilismo rende l’uomo ridicolo e spregevole. Non so se tutto ciò sia più utile di un diretto coinvolgimento nella vita politica. Il non trovare una risposta mi sgomenta, ma ritrovo la serenità nella consapevolezza di poter guardare negli occhi i miei figli senza arrossire: è questo il privilegio che il buon Dio concede a chi non ha padroni.
Mi conforta, tra l’altro, la socratica certezza che è assai più dignitoso il non sapere che la ridicola saccenteria dei presunti sapienti. Chissà, forse con l’avanzare dell’età, guadagnando la saggezza che oggi non posseggo, questa risposta farà capolino tra i miei pensieri: non so se i miei figli avranno ancora voglia di ascoltarmi; quanto a me, se avrò conservato il ben dell’intelletto, spero di accettare serenamente il giudizio di condanna o di assoluzione per la scelta che ho deliberatamente fatto.