Dialogo: 20 maggio 2011
NON FACCIAMO CONFUSIONE !
Nel suo articolo, pubblicato sullo scorso numero di
Dialogo, Pippo Gurrieri afferma: “ (...) ci sarà subito qualcuno che mi
accuserà di fare della mera retorica antifascista, obsoleta e superata,
dimostrando come le sirene revisioniste comincino a raccogliere i frutti di un
lavorìo durato anni (...)”. Confesso che quel “ci sarà subito qualcuno...”
a me suona come un maldestro tentativo di porre quell’eventuale “qualcuno” in
una posizione talmente scomoda, secondo le intenzioni di Gurrieri ovviamente, da
indurlo a non intervenire. E invece quel qualcuno, nella persona del
sottoscritto, interviene, non per avviare un dibattito con Gurrieri - che
sarebbe impossibile per molteplici motivi e al quale suppongo sia disinteressato
anche lui - ma perché i nostri Lettori possano rendersi conto che una
“riflessione più ampia” – che è quella che voleva realizzare Gurrieri - non
serve a nulla quando è viziata da una iperbolica faziosità, quando è carente
sotto il profilo della documentazione storica e soprattutto, considerato che si
tratta di una riflessione di carattere storico, quando non è condotta in maniera
scientifica, visto che aprioristicamente rifiuta i contributi storiografici che
vengono via via elaborati sulla base di nuova documentazione.
Ci sono avvenimenti cronologicamente più lontani del Fascismo sui quali gli
storici ancora oggi dibattono, nella consapevolezza che la storia non è una
realtà imbalsamata e sclerotizzata, ma è sempre suscettibile di essere
reinterpretata.
Gurrieri fa parte di quella categoria di persone per le quali gli avvenimenti italiani che vanno dal 1919 al 1945 è bene che rimangano fossilizzati nella più assoluta immobilità, quella voluta da una storiografia faziosa e bugiarda: quella che per anni ha nascosto la vergogna delle foibe, quella secondo cui il filosofo Giovanni Gentile era stato ucciso “da mano ignota” e quella che, senza alcun pudore, definiva Giovanni Corvi un infermo di mente, visto che non poteva ammettere che nel settembre del ’24 aveva ucciso il deputato fascista Armando Casalini per vendicare Matteotti! (Un omicidio sulla cui responsabilità mussoliniana ci sarebbe molto da dire: mi riservo, eventualmente, di approfondire l’argomento in una prossima occasione).
Se ci si azzarda a mettere in discussione qualcosa di quel periodo, nel senso di interpretarla in maniera diversa da come la storiografia di regime (social-comunista) l’ha sempre presentata, scatta immediatamente l’accusa di “revisionismo”, che mi ricorda tanto quella di “deviazionismo” - tanto in voga nei paesi del socialismo reale – che colpiva chi osava dissentire dalle interpretazioni storico-ideologiche fornite dal Capo. Ovviamente con le dovute differenze, visto che la seconda poteva condurre nei gulag, quando andava bene; sottoterra, quando andava male!
Ci sono nell’articolo di Gurrieri delle affermazioni alquanto discutibili dal punto di vista storico e da quello più genericamente culturale. Egli è tra coloro che ancora sostengono che, nel primo dopoguerra, la violenza fu una esclusiva caratteristica del Fascismo; ne deriva, come ovvia conseguenza, che i socialisti, per Gurrieri, furono dei mansueti agnellini sbranati dai lupi in camicia nera. Mi chiedo, al di là del banale manicheismo di vedere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra, come si possano cancellare con un colpo di spugna le lotte violentissime di cui si resero protagoniste, sotto la regia del partito socialista, le leghe contadine nel 1919 e nella prima metà del 1920, nella bassa Lombardia, nel basso Veneto, in Emilia, in Romagna, nell’agro romano, in Toscana e nelle Puglie (1). “Le rivendicazioni delle organizzazioni contadine rosse non erano - in genere – estremistiche, assolutamente estremistici erano invece i metodi di lotta di queste organizzazioni” (2). A questo clima di estremismo massimalista, come sostiene De Felice, non si sottraevano nemmeno i vecchi riformisti, gli apostoli del cooperativismo prebellico; il sistema delle leghe suggestionava anche loro e, in occasione delle agitazioni e degli scioperi, questo sistema si esasperava al massimo in una serie di violenze di ogni genere (3). “ In periodo di sciopero gli incendi dei fienili, la distruzione dei raccolti, l’uccisione di capi di bestiame, le violenze ai proprietari e ai contadini coltivatori, i blocchi stradali, i saccheggi diventavano frequentissimi. Squadre di leghisti si spostavano da un paese all’altro, e imponevano ovunque, con metodi violenti e perentori, la cessazione del lavoro (4). I ferimenti e le uccisioni furono dunque possibili in quanto le leghe rosse crearono un’atmosfera confusa di prerivoluzione, nella quale la legge dello Stato fu ignorata e molta gente perse il senso del limite e la nozione del lecito (5).
Con tutto ciò non voglio in alcun modo mettere in discussione le giuste rivendicazioni dei contadini o che fosse legittimo che i socialisti se ne facessero interpreti, ma intendo contestare l’affermazione che la violenza fosse praticata solo dai fascisti: si tratta, infatti, di un’affermazione storicamente falsa, priva di ogni fondamento e talmente faziosa da risultare alquanto inopportuna e sgradevole! Si pensi che nel 1921, a Firenze, per poter fare la prima comunione senza rischiare le pallottole socialiste – ovviamente ho le prove di quel che dico – i bambini e i loro genitori dovevano essere scortati dai carabinieri o dalla guardie regie. E che dire dell’ufficiale Giovanni Berta che, sempre a Firenze, il 28 febbraio del 1921, fu pestato a sangue da squadre comuniste e gettato nell’Arno, dopo averli tagliato le dita delle mani per impedirgli di aggrapparsi al parapetto del ponte dal quale era stato scaraventato giù!
Basti pensare che dal giugno 1924 al novembre 1926 furono 71 i fascisti (32 nel 1924; 24 nel 1925; 15 nel 1926) che caddero per mano dei “mansueti agnellini” social comunisti! (Per ovvi motivi di spazio, non possiamo, in questa sede, elencare nomi e date degli eccidi; ci riserviamo, ovviamente, di pubblicarli integralmente, qualora il Direttore ci dovesse concedere lo spazio per farlo).
Per Gurrieri, inoltre, il berlusconismo sarebbe la prosecuzione del fascismo. Vedere una continuità tra uno statista (si può approvare o meno il suo operato, ma che lo fu è fuori discussione) e un capo di governo che racconta barzellette; tra il Fascismo e il partito azienda del “cavaliere”, non può non far sorgere un dubbio legittimo: Gurrieri o ha le idee confuse sul Fascismo o le ha su Berlusconi!
Bisognerebbe, tra l’altro, per capire a fondo il problema, addentrarsi in una tematica troppo ampia e complessa per poter essere affrontata in questa sede: mi riferisco alla differenza tra fascismo-movimento e fascismo-regime, secondo l’efficace indicazione del De Felice (anche lui “revisionista” naturalmente, solo perché ne volle parlare in modo disincantato ed obiettivo, a tal punto da essere additato subito come fascista, lui che aveva militato nel partito comunista, prima, e in quello socialista, dopo!). Antifascismo e Resistenza sono dei miti - per decenni hanno consentito di fare carriera e accumulare quattrini a tanti ex fascisti diventati antifascisti all’indomani del 25 luglio del ’43 – e miti devono restare: sacri e inviolabili!
A proposito della continuità che Gurrieri pone tra Berlusconi e Mussolini estraggo dal programma sociale dei Fasci di Combattimento queste brevissime note: “ NOI VOGLIAMO: la sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore effettive di lavoro; l’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie della gestione delle industrie; la modifica al disegno di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia, fissando il limite di età a seconda dello sforzo che esige ciascuna specie di lavoro; l’obbligo ai proprietari di coltivare le terre, con la sanzione che le terre non coltivate siano date a cooperative di contadini; l’obbligo per lo Stato al necessario contributo per la costruzione delle case coloniche”. Come si può facilmente vedere, berlusconismo allo stato puro!
Che poi il fascismo, intorno alla metà degli Venti, si sia affermato, come regime, con l’appoggio del capitalismo agrario e industriale non basta certo a farne l’antesignano del partito di plastica voluto dall’inquilino di Arcore!
Il Fascismo, prima del ’25, non aveva stretto alcuna alleanza col capitalismo italiano per il semplice motivo che non ne esprimeva interessi e mentalità, essendo espressione dei ceti medi, ovvero della piccola borghesia che non aveva alcun interesse a tenere a bada i ceti popolari. Se i fascisti furono violenti lo furono nei confronti dei socialisti, dai quali furono ricambiati con la stessa moneta, ma non nutrivano certo pregiudizi ideologici nei confronti dei ceti popolari. Anche a Passo Gatta, e lo stesse Gurrieri lo ammette, fu il piombo poliziesco a colpire i lavoratori.
Qui non si intende negare che squadre fasciste abbiano agito contro forze operaie e contadine – anche ne non nella iperbolica dimensione tramandataci dalla storiografia socialcomunista – quanto piuttosto sottolineare che subito dopo la prima guerra mondiale si contrastarono aspramente delle forze politiche che avevano progetti rivoluzionari antitetici: quelle socialiste e, a partire dal ’21, socialcomuniste da un lato, e quelle fasciste dall’altro.
Le violenze fasciste contro operai e contadini non furono determinate dalla volontà di dare una mano alle forze capitalistiche italiane, ma dal fatto che la gran parte delle masse contadine, soprattutto, stava coi nemici del fascismo, ovvero con le forze socialcomuniste.
Per quanto riguarda poi il “pensiero unico immesso direttamente nei cervelli dalle televisioni” saremmo stati d’accordo con Gurrieri se almeno in questo caso avesse dimostrato di non essere lui stesso vittima del pensiero unico, insomma se almeno in questo caso avesse mostrato un pizzico di obiettività: non intendo certo passare, proprio io, come il difensore di Berlusconi, ma bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di dire che non è di sicuro lui l’inventore di questa prassi sciagurata. Egli infatti ha avuto innumerevoli maestri, come quei campioni di obiettività che lavoravano a Telekabul! (Ovvero RAI 3: la precisazione è doverosa per i Lettori più giovani) .
Evidentemente quel pensiero unico andava bene! E’
la solita storia! Come quella dei partigiani che lottavano per la libertà. Ma
quali partigiani? Quelli delle Brigate Garibaldi che volevano cacciare Mussolini
per portare Stalin o un suo simile a palazzo Venezia? Erano questi i partigiani
che lottavano per la libertà? Quelli che a guerra finita, con inaudita ferocia,
costruirono lager dove rinchiudere gli ex fascisti e che si accanirono persino
contro inermi sacerdoti di cui fecero strage?
I partigiani comunisti e socialisti non avevano titoli per dare lezioni di
democrazia ad alcuno, certamente li avevano quelli di estrazione liberale,
cattolica e azionista. Ecco perché è assolutamente errato, storicamente, parlare
di “regole democratiche scaturite dalla resistenza partigiana”se prima
non si chiarisce di quale resistenza si parla! Non facciamo confusione! Quelli
che pensano come Gurrieri, in questi sessant’anni, di confusione ne hanno fatta
tanta! In buona o in cattiva fede, ma ne hanno fatta davvero tanta. Sarebbe un
bene per tutti se dopo sessant’anni la smettessero!
Giuseppe Ascenzo
1) Cfr. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario,
Einaudi, Rist. Mondadori 2006, p. 611.
2) Ibid. p. 612.
3) Ibid. p. 613.
4) L. Preti, Lotte agrarie nella valle padana,Torino 1955, p. 423; in R.
De Felice, op. cit., p. 613.
5) Cfr. L. Preti, op. cit. p. 423.
LA PAGINA: 28 maggio 2011
UNA COALIZIONE CHE NON HA FUTURO
Considerato che sullo spettacolo poco edificante che da tre anni va in scena a palazzo San Domenico – ci riferiamo ovviamente all’alleanza contro natura tra l’MPA e il centrosinistra – siamo già intervenuti molte volte, non è il caso, naturalmente, di insistere ancora sulle motivazioni che ci hanno indotto e ci inducono a ritenere ibrida e per nulla omogenea l’attuale maggioranza che governa Modica.
Avremmo potuto dire la nostra sulle vicende giudiziarie che coinvolgono Riccardo Minardo, per portare acqua al mulino delle nostre argomentazioni, ma non l’abbiamo fatto! E’ chiaro che per Lombardo e Minardo debba valere la presunzione d’innocenza, ma ciò non toglie che gli indizi di colpevolezza, per l’uno e per l’altro, non costituiscono certamente un buon biglietto da visita! E qui, per quanto riguarda tale questione, ci fermiamo.
Messe da parte, dunque, le nostre riflessioni sul perché questo “matrimonio” non doveva essere celebrato né tanto meno consumato, vorremmo soffermarci sulle sue nefaste conseguenze che la città sta pagando a carissimo prezzo. La maggioranza che governa la nostra città rappresenta, in piccolo, quella berlusconiana, che sta conducendo l’Italia alla rovina: le stesse liti, le medesime incomprensioni, persino i guai con la giustizia! Un governo che si riunisce a palazzo Chigi non per cercare di risolvere i gravi problemi che affliggono il Paese, ma con l’unico scopo di trovare di volta in volta qualche escamotage che consenta di salvare il “signore di Arcore” dalle sue vicende giudiziarie.
Come l’Italia – che, di fatto, è senza un timoniere, perché costui, per nulla preoccupato di portare la nave a riva e salvare i passeggeri, è unicamente impegnato a salvare la propria pelle – anche la nostra città è senza nocchiero. Certo, qui è opportuno fare le dovute differenze: quello modicano, a differenza di quello che sta a Roma, non è mosso dall’intento di fare i suoi personali interessi, questo lo sappiamo, ma di fatto è stato posto nella condizione di non poter pilotare la nave.
La sua maggioranza è paralizzata da contrasti latenti che troppo spesso riaffiorano, da tentativi “disperati” di minimizzare sempre e comunque le tensioni che inevitabilmente vengono a galla.
L’ultima in ordine di tempo, è la reazione degli autonomisti alle dichiarazioni del sindaco sul caso Minardo. Buscema, questa volta, non è riuscito, come ha sempre fatto in questi tre anni, a celare le sue ovvie e naturali perplessità - che riteniamo abbia sempre nutrito verso Minardo e i suoi amici - con le solite parole di circostanza tendenti a placare le acque e a nascondere i dissidi, ed ha apertamente richiamato i partiti della maggioranza a dare segni di “responsabilità” e di “maturità”. Certo, ufficialmente il richiamo è stato fatto a tutti i partiti della coalizione, ma solo gli sprovveduti avrebbero difficoltà a leggervi un evidente rimbrotto agli alleati autonomisti che, infatti, hanno risposto in modo palesemente risentito.
La dichiarazione di Carmelo Scarso lascia poco spazio alla fantasia: “ L’MPA assicura al Sindaco il suo impegno consacrato in sede elettorale, però gli ricorda e gli rilancia il rispetto rigoroso degli impegni assunti in quella sede, che possono condensarsi soprattutto in quel risanamento finanziario del Comune ad oggi in grave ritardo per troppa indulgenza e non incolpevole condotta amministrativa”.
Se tale dichiarazione è da un lato illuminante, perché ci fa comprendere come coloro che siedono a palazzo S. Domenico talvolta non abbiano il senso del paradosso - Scarso infatti rimprovera al sindaco il mancato risanamento del bilancio, lui che fa parte dell’MPA, che la delega al bilancio ha preteso di averla e attualmente la detiene - dall’altro ha tutto il sapore di un autentico avvertimento a Buscema: o in materia di bilancio esegue gli ordini degli autonomisti o dovrà abbandonare la poltrona più alta del palazzo. Come faccia Buscema, dinanzi a tutto questo, a sostenere che questa coalizione è coesa, responsabile e compatta, resta ovviamente un autentico mistero!
Più riflettiamo su queste vicende più si rafforza in noi la convinzione – di cui abbiamo già detto – che il governo nazionale rappresenta una sorta di gigantografia di quello modicano. A Roma abbiamo un governo inoperoso che se ne frega dei problemi degli italiani e che spreca tutte le sue energie per risolvere quelli del premier.
Come gli italiani, che devono fare i conti con la disoccupazione, i
licenziamenti, l’aumento del costo della vita, i contratti di lavoro non
rinnovati, le piccole e medie imprese che chiudono, e sono costretti a
sopportare un parlamento che invece si occupa del legittimo impedimento, del
processo breve, di Emilio Fede, della marocchina Ruby e della signora Minetti;
così i modicani, anziché avere un’Amministrazione che utilizza le sue energie
per risolvere i problemi di una città alla deriva - si pensi alla condizione
delle strade, del traffico, della delinquenza in preoccupante aumento, delle
attività commerciali che chiudono - sono costretti a tollerare un governo
cittadino praticamente paralizzato e che nulla può realizzare, perché tutte le
sue energie sono quotidianamente utilizzate per nascondere ciò che è chiaro a
tutti: questa coalizione non ha futuro e non è nella condizione di poterlo
assicurare alla città che amministra!