NON CONFONDIAMO L’UTILE COL VERO
Noi nutriamo grande rispetto per il Consiglio Comunale di Modica dal punto di vista istituzionale,
non possiamo dire la stessa cosa, e sinceramente ce ne dispiace, per quanto riguarda la maggioranza di coloro che lo compongono. Non riusciamo a nutrire alcuna stima per il nostro consiglio comunale, e ciò non è frutto di pregiudizi politici o di prese di posizione affrettate e dunque prive di qualsiasi fondamento oggettivo: il responsabile della nostra disistima è lo stesso consiglio comunale, che nulla ha fatto, in questi anni, per meritare il plauso della cittadinanza e quel che ha fatto è stato eseguito in maniera assai discutibile sotto il profilo politico e con atteggiamenti spesso carenti dal punto di vista della correttezza istituzionale; ci riferiamo alla pessima abitudine della maggioranza di ricorrere troppo spesso alla forza dei numeri anziché a quella del confronto e della dialettica democratica. Per tale motivo, ci lasciano davvero sconcertati le parole del presidente Scarso riportate dal Giornale di Sicilia del 1 Marzo. Ci riferiamo alla sua lettera inviata ai capigruppo, con la quale si appella al buon senso dei consiglieri comunali per risolvere, dopo più di un anno, in cui nulla è stato fatto, la questione riguardante l’elezione del difensore civico. Scarso, insomma, bacchetta il consiglio che presiede, perché in tutto questo tempo non ha proceduto all’elezione del difensore civico – i motivi di tale ritardo sono facilmente immaginabili – e se adesso non lo farà in tempi brevissimi, lo stesso consiglio sarà commissariato dalla regione siciliana. Il nostro presidente, dunque, interviene per tirare le orecchie a consiglieri distratti e poco attenti alle problematiche cittadine e lo fà tessendone le lodi. Egli si appella ai consiglieri perché “questa vicenda si caratterizzi per l’alto senso delle istituzioni, per la vostra passione politica, la vostra indiscussa ed apprezzata capacità di discernimento e la vostra sincera e ammirevole dedizione verso la città”. Non c’è chi non possa non notare nelle parole del presidente Scarso un’eclatante contraddizione: si invitano i consiglieri a fare finalmente il loro dovere e lo si fà mettendo in risalto le loro presunte, altissime qualità; una contraddizione in termini che ci lascia perplessi, giacchè la prima parte della sua argomentazione smentisce categoricamente la seconda. Ma, al di là della contraddittorietà di tale ragionamento, ciò che maggiormente ci preoccupa è che il presidente del nostro consiglio comunale non si è reso conto, evidentemente, in questi anni, della poca serietà, dell’incoerenza e della pochezza politica del consiglio che è stato chiamato a presiedere. L’unica motivazione che potrebbe salvarlo sia dalla contraddizione nella quale è rimasto impigliato sia dall’aver dimostrato di non conoscere i consiglieri che in questi anni ha frequentato, sarebbe quella di ammettere che le sue sono delle diplomatiche bugie: giacchè noi, però, lo riteniamo persona seria e stimabile, non prendiamo nemmeno in considerazione questa seconda ipotesi e propendiamo per la prima: ciò significa, però, che il presidente Scarso può essere assolto dal punto di vista morale, ma non da quello politico. Ci chiediamo, infatti, come la passione politica e la sincera dedizione verso la città si possano conciliare con i funambolici salti da un banco all’altro dell’emiciclo, alla ricerca di una migliore collocazione politica che possa meglio garantire l’agognata poltrona; ci domandiamo quale attinenza possa esserci tra la passione politica e la capacità di discernimento e l’assenza di atteggiamenti coerenti e moralmente apprezzabili, che non ci pare caratterizzino questo consiglio comunale: ricordiamo, ad esempio, il celebre rientro notturno per approvare il piano relativo all’edilizia popolare di Treppiedi, effettuato per obbedire a ordini di scuderia e non certo alla voce della propria coscienza. Ci chiediamo, infine, da quale fonte il presidente Scarso abbia attinto la convinzione che la capacità di discernimento dei nostri consiglieri comunali sia indiscussa e apprezzata: ci piacerebbe sapere chi ha categoricamente sancito tale indiscutibilità e soprattutto chi ha avuto l’impudenza di asserirne l’apprezzamento. La vicenda della quale abbiamo discusso non fà che esplicitare una situazione allarmante e paradossale: gli esponenti della maggioranza che governa Modica, infatti, utilizzano a loro piacimento le categorie dell’utile e del certo: ciò che a loro pare vantaggioso per conseguire determinati obiettivi viene considerato indiscutibilmente vero: il guaio è che finiscono per crederci!
LO SGUARDO OLTRE LA SIEPE
Apprendiamo dal Giornale di Sicilia del 6 Marzo che l’assessorato regionale agli Enti Locali, analizzati i documenti istruttori presentati dal comune di Pozzallo e le controdeduzioni del comune di Modica, ha riconosciuto l’ammissibilità dell’iniziativa intrapresa dall’Amministrazione pozzallese, intesa ad ottenere un referendum su quel lembo di terra che il comune marinaro rivendica da tempo; tale richiesta è stata inoltrata alla Regione in considerazione del fatto che la città della Contea, ovviamente, non ha alcuna intenzione di cedere questa parte del suo territorio. Questa vicenda, lo diciamo subito, non ci entusiasma, al contrario suscita in noi sentimenti di preoccupazione da un lato e di malinconia dall’altro. Stiamo vivendo un’epoca drammatica, non soltanto per le ben note vicende internazionali legate all’occupazione dell’Iraq o alla situazione mediorientale, che rimane ancora oggi incandescente, nonostante si intraveda qualche barlume di speranza, ma soprattutto perchè l’intero pianeta sta sperimentando una terribile recrudescenza della violenza, nelle sue più disparate forme e nelle sue conseguenze sempre più cruente e destabilizzanti. Nell’epoca del villaggio globale, della rivoluzione informatica che ha determinato una compressione dello spazio e del tempo, sarebbe assurdo immaginare che la nostra terra non vivesse pienamente la quotidiana tragicità degli eventi internazionali; purtroppo, e questo è un dato che non è possibile sottovalutare, noi siciliani abbiamo un giogo pesante da portare: siamo tra coloro che oltre a sostenere – come tutti gli altri – il fardello delle ferite che dilaniano il mondo, devono anche convivere con le piaghe endogene e antiche della loro terra, prima fra tutte la mafia, sonnecchiante in questo periodo, e per questo ancor più pericolosa. Non possiamo naturalmente omettere gli altri gravi problemi che ci stringono in una morsa dalla quale è davvero difficile liberarsi: ci riferiamo alla piaga della disoccupazione, che non lascia intravedere un futuro ai nostri giovani, all’immigrazione, che è un flagello per coloro che scappano dalla guerra e dalla miseria per riversarsi sulle nostre coste, ma è per noi una vicenda pregna di difficoltà di portata storica, per i suoi risvolti umani e soprattutto culturali, e intendiamo riferirci, infine, ai problemi legati alla incapacità amministrativa e alle lacune morali della classe politica che governa la nostra isola, e delle quali l’ennesima conferma è la recente vicenda delle nomine dei dirigenti sanitari, effettuate col solito, ripugnante criterio della lottizzazione e in spregio al principio della correttezza e dell’integrità morale dei prescelti. Per tali motivi, la questione sollevata dal comune di Pozzallo, di appropriarsi di 24 chilometri di terra, ci preoccupa, sia perché, se non andiamo errati, ci pare che abbia anch’esso problemi ben più seri dei quali occuparsi, sia perché una vicenda come questa fà emergere un campanilismo che appare non soltanto fuori dal tempo ma che rischia di distogliere energie che andrebbero utilizzate per problematiche davvero importanti e di convogliarle su questioni di scarsa rilevanza e di nessuna pregnanza. Iniziative come questa, poi, comportano sempre il rischio che l’opinione pubblica venga distratta dal porre l’attenzione sui problemi reali della propria città: ciò, almeno per quanto riguarda Modica, sarebbe davvero preoccupante, giacchè la cittadinanza è già costretta a subire mille “distrazioni” da un’Amministrazione che guarda sempre più al futile e sempre meno all’essenziale. Ci pare, tra l’altro, che nella pretesa dell’Amministrazione pozzallesse sia presente una scarsa dose di realismo e una sopravvalutazione della città che amministra; che Modica abbia una dimensione territoriale ampia e che quella di Pozzallo sia particolarmente poco estesa non è frutto di soprusi o di arroganza: è l’esito di vicende storiche che non possiamo dimenticare né tanto meno riscrivere. Per tale motivo, almeno in questa occasione, siamo d’accordo col sindaco Torchi nel non accettare una richiesta di tal fatta. Vorremmo poi precisare che le nostre considerazioni sulla drammatica situazione internazionale, che apparentemente nulla avrebbero a che fare con la vicenda locale della quale ci stiamo occupando, le abbiamo volute esplicitare in quanto espressione di una nostra ferma convinzione, della quale siamo debitori a quel grande pensatore che risponde al nome di Pascal. Se ciascuno di noi imparasse a guardare le cose da una prospettiva cosmica, prenderebbe coscienza non soltanto della propria miseria ontologica(di essere nulla rispetto all’infinito) ma che tale consapevolezza è condizione necessaria per guardare la realtà con ironia, nel non prendere sul serio e nel rifiutarsi di considerare come cosa salda le manifestazioni particolari dell’infinito: l’io, le opere e la natura. E’ da queste considerazioni, di evidente derivazione romantica, che deriva la nostra convinzione che la precarietà, che è l’essenza del nostro essere, e con la quale, pertanto, siamo chiamati a convivere, impone a tutti, soprattutto a chi si assume compiti di governo, di saper guardare oltre la siepe delle realtà piccole e sterili e di spingere lo sguardo verso i grandi progetti e le grandi idealità.
LA CITTA’ MARKETING
Grazie a Dio è finita: le migliaia di turisti che hanno invaso, e sporcato, la città, sono tornati a casa loro, dopo aver fatto incetta di cioccolato ed altre prelibatezze gastronomiche; la carovana dei camper ha mestamente attraversato il polo commerciale ed ha finalmente tolto il disturbo. Come una donna di gran classe, che per una sera s’è lasciata andare, perdendo il suo charme e la sua consueta eleganza, la città va pian piano riprendendosi da questa volgare ubriacatura, che, per tre giorni – ci si perdoni la bruta metafora – le ha conferito l’aspetto poco elegante di un’anziana meretrice ancora in vendita. Sappiamo bene che queste nostre considerazioni ci attireranno addosso chissà quante critiche: dal qualunquismo al disfattismo, dallo snobismo all’intellettualismo. Ciò, naturalmente, non ci farà piacere, ma ovviamente non ci farà desistere dal dire la nostra ; stare fuori dal coro - non per il semplice gusto di esserlo, che sarebbe ridicolo e sciocco, ma perchè assai spesso le nostre idee ci costringono a rimanerci – non ci preoccupa, e pertanto esprimiamo con forza il nostro dissenso. Il consenso, in parte spontaneo e in parte pilotato, che si è registrato intorno a questa iniziativa ci ricorda il coro nazional-popolare che celebra le gesta di quel tale giocatore bianconero, bravo, senza dubbio, ma che una stampa in malafede e adulatrice ha elevato al rango di fuoriclasse o quelle di Benigni, che una critica faziosa e compiacente ha trasformato in una sorta di genio, pronta a cantarne le lodi, anche quando meriterebbe, invece, delle sonore pernacchie. Quello stesso coro che non ebbe vergogna ad esultare per il premio nobel conferito a Dario Fo – la cui grandezza di attore non è certo in discussione – nonostante da anni l’Accademia dei Lincei proponesse, giustamente, Mario Luzi: all’epoca il più grande poeta italiano vivente. Siamo bravi a creare miti di cartapesta e ad additare al pubblico ludìbrio chi non si piega a celebrarli. Ma, si sa, l’italica gente, come avevano già capito due storici del calibro di Gobetti e Rosselli, ha il culto dell’unanimità, sogna “ il trionfo della facilità, della fiducia e dell’entusiasmo”, rifugge dalle eresie, ed è convinta, come Leibniz, che questo sia “ il migliore dei mondi possibili”. Per lo stesso motivo per il quale non condividiamo il processo di beatificazione del presunto fuoriclasse in mutande e del grande attore, anch’esso presunto naturalmente, non ci uniamo al coro festante che celebra le meraviglie del chococircus, della donna-cannolo, della domatrice dei pasticceri e del chococlown. Qualcuno certamente dirà che non comprendiamo l’importanza di una kermesse che porta Modica al centro dell’attenzione nazionale, che non teniamo nella giusta considerazione le positive ricadute in termini di turismo e dunque di benessere: ma le cose, nonostante le apparenze, non stanno esattamente così. Tra odori e sapori, lustrini e rumori, si consuma un autentico inganno: che la massa si diverta allegramente; per tre giorni, almeno, dimenticherà i gravi problemi che affliggono la città e gli scempi che vengono compiuti all’insaputa della cittadinanza, come quello di Cava Zimmardo-Bellamagna, magistralmente descritto da Carmela Giannì sull’ultimo numero di Dialogo. Quella stessa massa che alle prossime elezioni non mancherà certo di ringraziare gli artefici di questo memorabile spettacolo. Peccato che la ribalta nazionale – così pervicacemente voluta e ottenuta da questa Amministrazione – non darà lavoro a chi lo attende da anni; peccato che non risolverà il degrado civico di questa città, nel senso letterale della parola, ossia il progressivo crollo in termini di ordine e di equilibrio della comunità cittadina. Non possiamo esprimere apprezzamento per l’Eurochocolate, per il semplice motivo che le sue conseguenze, in termini economici e socio-culturali, sono selettive e pertanto intrinsecamente ingiuste: esso, infatti, ha riempito le tasche di albergatori e commercianti, e, nello stesso tempo, ha involgarito Modica e i suoi abitanti. Abbiamo constatato il triste e anonimo sciamare dei modicani sul corso principale della città; abbiamo provato la spiacevole sensazione di non trovarci nel salotto buono della nostra colta e aristocratica città, ma in una squallida via di un altrettanto squallido paesone siciliano, privo di eleganza e senza storia. Il tutto involgarito da persone senza decoro e dignità, artefici di una squallida ressa motivata da uno scopo meschino:” scroccare” a più non posso i gratuiti assaggini.
E non ci si chieda di spiegare perché tutto ciò sia triviale: se qualcuno non è in grado di rendersene conto, spiegarglielo sarebbe una perdita di tempo. Ancora una volta, il palcoscenico sul quale sono stati compiuti questi squallidi riti in onore del dio denaro è stato costituito dagli atri degli antichi palazzi: in altri tempi, ne siamo certi, quei portoni sarebbe rimasti chiusi.
Il patron della manifestazione, Eugenio Guarducci, ha definito il nostro sindaco “un uomo marketing”: egli ha certamente voluto elogiarlo; noi, al contrario, per tale motivo, non perdiamo occasione di criticarlo. Ma il dato veramente allarmante, e del quale forse non ci si rende conto, è che questa Amministrazione non è in grado di saper coniugare, in un’armonica sintesi, le esigenze di ordine materiale con i valori dello spirito; per tale motivo sta estirpando l’anima a questa città.
La città di Campailla, Floridia, Ottaviano e Poidomani, la città delle cento chiese, è stata ridotta a una città marketing: gelida, e senza un alito di vita.