La Pagina: 14 marzo 2011
UNO SPETTACOLO POCO EDIFICANTE
Sul numero dello scorso gennaio di “Dialogo” scrivemmo: “
E’ di questi giorni la notizia che la lista degli indagati si è
allungata: vi ha fatto il suo ingresso, infatti, il deputato nazionale Nino
Minardo, per il quale il pubblico ministero di Messina ha chiesto il rinvio a
giudizio per fatti che riguardano il periodo in cui fu presidente del Consorzio
autostrade siciliane. Durante la sua presidenza, infatti, fu nominato direttore
generale del Consorzio Vincenzo Pozzi, ex manager dell’ANAS. L’accusa contesta
tale nomina, perché effettuata senza tener conto di una sentenza del TAR che
obbligava il Consorzio a procedere alla nomina mediante approvazione della
graduatoria del concorso interno, mentre il Pozzi non proveniva dal personale
del Consorzio”.
Adesso, il parlamentare nazionale è stato condannato ad un anno – pena
sospesa – dal Tribunale di Messina per abuso d’ufficio. La condanna di colui che
abbiamo sempre ironicamente definito “l’enfant-prodige” della politica modicana
– e come avremmo dovuto definire chi, quand’era del tutto sconosciuto, andò a
presiedere l’Azienda del Turismo di Ragusa? – offre un’ importante occasione di
riflessione.
L’avvocato Franco D’Urso, difensore di Minardo, ha subito precisato che
ricorrerà in appello: è un suo diritto, ovviamente, e anche per Nino Minardo
vale naturalmente la presunzione d’innocenza, finché non sarà stata pronunciata
una sentenza di eventuale condanna nell’ultimo grado di giudizio. Ciò, tuttavia,
non può oscurare del tutto il fatto che in primo grado sia stato condannato e
pertanto, a Modica, si è contratta la lista degli indagati ma si è dilatata
quella dei condannati. Diciamolo francamente: non è uno spettacolo edificante
questo turbinìo di avvisati, indagati e condannati che fa scendere sulla città
una fitta nebbia, che genera inquietudine, perché è come un tunnel che non
lascia intravvedere l’uscita.
E’ una nebbia che somiglia alla celebre notte di cui parlava Hegel, quella in
cui “tutte le vacche sono nere”: è dunque il trionfo dell’indeterminato,
l’apoteosi dell’indistinto, la celebrazione dell’ambiguità!
E’ un teatro su cui si alternano burattini e burattinai, attori in cerca di
visibilità e registi che si nascondono nell’ombra: gli spettatori paganti sono i
cittadini di questa città, sempre più confusi, sempre più delusi, trascinati
come sono in questo vortice che li fa vivere in una perenne incertezza:
sono governati da una classe politica che paga ingiustamente il suo tributo ad
un clima avvelenato dal sospetto e pertanto subisce l’onta di essere
indebitamente indagata o, viceversa, da una classe politica imbelle, mediocre e
strutturalmente votata all’illecito?
Non è un dubbio da poco! E, soprattutto, è un dubbio che non aiuta Modica ad
uscire da quella situazione di rassegnazione e immobilismo che la stanno
condannando ad una inesorabile decadenza civile.
Per quanto riguarda Minardo, la sua condanna - anche se non definitiva, è
doveroso ricordarlo – è, a nostro parere, da mettere in relazione con delle
osservazioni che facemmo su questo stesso giornale nel marzo del 2008. Dopo la
recente condanna, il suo avvocato ha dichiarato: “ si tratta di una
condanna inattesa perché il mio assistito ha pagato per colpe di altri e per
errori fatti dalla precedente amministrazione. Quando si è insediato, ha trovato
una situazione molto ingarbugliata”.
In quel mese di marzo di tre anni fa, a proposito di Nino Minardo,
scrivemmo: “ Nei nove mesi in cui ha guidato, malissimo, il Consorzio
Autostrade Siciliane e adesso che si è trasferito su un’altra poltrona
presidenziale, quella della Fondazione Federico II, si è mai chiesto in virtù di
quali titoli e quali competenze ha raggiunto tali prestigiosi traguardi? Si è
mai domandato se, in quanto a titoli e competenze, centinaia di giovani
siciliani, quei giovani cui sempre si rivolge, avrebbero magari potuto
tranquillamente scavalcarlo, se quelle poltrone, anziché essere assegnate
dall’alto, fossero state democraticamente assegnate sulla base di pubblici e
trasparenti concorsi?”.
E’ probabile, pertanto, che Minardo sia rimasto vittima di quell’infausto
nepotismo che lo ha portato a ricoprire cariche senza avere le opportune
competenze per occuparle. La dichiarazione del suo avvocato ne è la conferma.
Passata l’euforia per la nuova poltrona conquistata, Minardo avrebbe dovuto
agire con urgenza per sciogliere l’intricata matassa con cui – a dire del suo
legale - si era trovato a dover fare i conti. Se non ha agito per una sua
precisa scelta e per motivazioni che certo non tocca a noi individuare è giusto
che paghi il suo debito con la giustizia; se non ha sbrogliato la matassa per
incapacità amministrativa è giusto che i suoi elettori ne prendano atto.
In questo momento, fra gli esponenti della classe politica modicana, due sono
stati condannati: Peppe Drago in via definitiva e Nino Minardo, come abbiamo
visto, in primo grado. Sei sono indagati, sebbene per motivazioni diverse:
Riccardo Minardo, Paolo Garofalo, Piero Torchi, Giorgio Aprile, Vincenzo Pitino
e Carmelo Drago. E’ vero che, se si esclude Peppe Drago, per tutti gli altri
deve valere la presunzione d’innocenza, ma si converrà, come già detto, che lo
spettacolo offerto non è comunque esemplare. Nell’Italia dell’Ottocento e della
prima metà del Novecento, ci si faceva da parte per molto meno; nell’Italia di
oggi, si rimane abbarbicati alla poltrona, incuranti dei dubbi e dei sospetti,
finché non arriva, con esasperante lentezza, l’ultimo grado di giudizio.
Tale comportamento è giuridicamente legittimo ma moralmente deprecabile. La
città ne guadagnerebbe certamente se tutti questi signori in attesa di giudizio
si facessero da parte e tornassero a frequentare il Palazzo soltanto dopo:
quando fosse stata acclarata la loro totale estraneità ai fatti che vengono loro
contestati.
Il nostro, ovviamente, è un invito a togliere il disturbo e non abbiamo alcun
problema a dirlo apertamente!
Dialogo: 20 marzo 2011
LE CONFESSIONI DI UN MODICANO
Dobbiamo confessare che ci sentiamo stanchi e delusi, perché anche coloro che avrebbero l’intelligenza e i requisiti morali per capire la battaglia che abbiamo intrapreso non ci comprendono, travolti anch’essi dal vortice della superficialità e del conformismo, che sta trascinando Modica sul baratro dello sfacelo civile e della dissoluzione morale. Siamo stanchi di assistere al decadimento della nostra città, sempre più prigioniera di un potere economico che ne decide il destino, lasciando ai poveri di spirito l’illusione di contare qualcosa ogni qualvolta pensano di stabilire, con il loro voto, il futuro di questa città: burattini senza dignità, che si vendono, senza provare vergogna, al migliore offerente!
Siamo delusi, perché siamo rimasti in pochi,
veramente pochi, a guardare in faccia la realtà che ci circonda, a sentire
l’imbarazzo di dover tollerare una classe politica, come quella modicana, che il
“venerando e terribile Parmenide” avrebbe già qualificato come “gente dalla
doppia testa”, in grado di affermare, nel medesimo istante, che la stessa cosa
sono la mutevolezza e l’ immutabilità! Siamo stanchi di vivere in una città dove
regna l’insensatezza e l’incapacità di guardare al futuro; dove la nostra
generazione, ormai priva di ideali, non vive la preoccupazione per quelle che
verranno. Stiamo lasciando ai nostri figli un cumulo di macerie: una campagna,
forse la più bella della nostra Isola, violentata dall’abusivismo edilizio e una
città devastata dal cemento.
Siamo rimasti in pochi, veramente pochi, a ricordare ai nostri concittadini di
non dimenticare; di non farsi ingannare da coloro che vorrebbero narcotizzare le
loro menti. Siamo stanchi di portare il peso di volerli svegliare dal torpore
in cui vivono, di volerli esortare a pensare, a chiedersi perché debbano essere
costantemente privati di un loro sacrosanto diritto, che è quello di sapere se i
politici modicani indagati sono innocenti o colpevoli; di spronarli, infine,
alla consapevolezza che è un loro inalienabile diritto quello di conoscere la
statura morale di chi li governa.
Siamo stanchi di assistere ad un teatrino ignobile e deprimente, dove si consumano alleanze che durano lo spazio di un mattino, dove si fanno inconfessabili compromessi, dove si cambia bandiera senza avvertirne il disonore, dove ci si vende per conquistare una poltrona e dove si può comprare a basso prezzo la benevolenza degli uomini: un mercato sulle cui bancarelle si consuma la malinconica fine del decoro umano!
Siamo stanchi di aver vissuto per anni in una città dove ha regnato l’apparenza e il rampantismo dei cafoni incravattati, che hanno ridotto Modica ad un volgare palcoscenico dove esibire le loro chiacchiere demenziali e la loro stupida vanità. Stanchi di vivere, oggi, in una città sfregiata dall’ipocrisia e vilipesa da una sciocca saccenteria. Siamo stufi degli ipocriti discorsi di coloro che hanno sempre mostrato la rapacità dei lupi ed oggi si travestono da agnelli.
Siamo disgustati dall’opportunismo e dal compromesso morale, dalla crassa ignoranza e dall’iperbolica inefficienza che da anni si annidano persino nei più remoti anfratti del Palazzo; disgustati da coloro che scalpitano per avere una poltrona o una maggiore visibilità: un disgusto che diventa nausea, quando i protagonisti di queste meschine aspirazioni sono quelli che, per i loro comportamenti, dovrebbero invece uscire, e per sempre, dalla storia politica di questa città.
Siamo stanchi di sopportare coloro che sono sempre pronti a salire sul carro dei vincitori e che mai hanno avuto il coraggio di schierarsi dalla parte dei vinti; non riusciamo più a sopportare l’avvilente mediocrità di coloro che inneggiano, sempre e comunque, all’opinione dominante, incapaci come sono di averne una, e che adorano la maggioranza come fosse un dio: quella maggioranza entro cui si mimetizzano e alla cui ombra si nascondono, perché non sono consapevoli di quel che fanno e non credono in quel che dicono.
Siamo delusi da coloro che cantano le “gesta
eroiche” dei loro amici al potere e non s’accorgono che in tal modo distruggono
ciò che vorrebbero preservare: l’amicizia, infatti, non è più tale se diventa
indulgenza o peggio ancora compiacenza. Siamo delusi e stanchi di vedere la
nostra città sempre più chiassosa e volgare. Una comunità umana, quando non è
sapientemente guidata, diventa una massa acefala e caotica: è come un fiume che
travalica gli argini e distrugge tutto quel che incontra; è come un’onda anomala
che lascia dietro sé il gusto amaro della devastazione.
Siamo stanchi e delusi! Ma non s’illudano quelli che vorrebbero che tacessimo,
che ci lasciassimo vincere dalla fatica e dal disinganno. I momenti di
sconforto, per un uomo, non possono e non devono mai diventare un’occasione per
indietreggiare, ma devono e possono essere lo strumento per rinvigorire il cuore
e la mente, ed andare avanti, con maggiore determinazione di prima.
Anche quando si ha la certezza che si stanno perdendo alcune battaglie, non deve
mai tramontare la speranza che è sempre possibile vincere la guerra!