Novembre 2010

 

A proposito del “patto sociale” tra il Vescovo di Noto e il Sindaco di Modica

UNA INIZIATIVA LODEVOLE MA INSUFFICIENTE

 

Lo scorso 5 novembre è stato siglato il “patto sociale” tra Antonello Buscema, in rappresentanza del comune di Modica, e mons. Antonio Staglianò, in quanto Vescovo della diocesi netina. L’accordo prevede una collaborazione sulle politiche sociali e si pone come obiettivo quello di fornire un sostegno agli anziani, ai disabili, e alle persone e alle famiglie che si trovano in difficoltà economiche.
Mons. Staglianò ha precisato che “la chiesa è disponibile a collaborare in riferimento ai contenuti dei Piani di zona socio-sanitari, perché attraverso la Caritas diocesana si possano offrire consulenze di grande respiro”, aggiungendo che, oggi, “bisogna ripensare la città a favore dei deboli e delle nuove generazioni”. L’iniziativa ha degli aspetti certamente positivi, ma si pone in continuità con talune tendenze post-conciliari che, purtroppo, hanno procurato, a nostro parere, dei danni ai fedeli, al clero e alla Fede stessa.
Con ciò, ovviamente, non intendiamo esprimere un giudizio di condanna sul Vaticano II, ma rivendichiamo il diritto di poterne criticare alcune scelte e direttive che, a nostro giudizio, non hanno risolto alcuni atavici problemi della Chiesa e che ne hanno invece inficiato l’immagine e per taluni aspetti la credibilità. Che la chiesa, sia nel suo significato di gerarchia ecclesiastica, sia in quello di assemblea dei credenti, debba occuparsi dei poveri, degli ammalati, degli emarginati, non è in discussione, ma quando questo diventa l’unico vessillo attorno al quale la comunità cristiana è chiamata a riconoscersi, si commette un errore assai pericoloso dal punto di vista pastorale e sotto il profilo teologico-morale.  Oggi, a tanti anni dalla sua chiusura, è possibile esprimere dei giudizi sul Concilio Vaticano II, con il necessario distacco e senza incorrere nei rischi della faziosità, proprio perché quell’avvenimento non è più cronaca ma è stato consegnato alla storia.
L’opera di alcuni personaggi, come La Pira e Dossetti, ad esempio, con il loro tentativo  di voler conciliare il Cattolicesimo con dottrine atee e materialistiche – si pensi alla loro rivista “Cronache Sociali”-  fu il frutto di una esasperazione della dimensione sociale del Cattolicesimo voluta da Papa Roncalli, forse troppo radicale nell’intendere la fede in maniera univoca, dimenticando, probabilmente, che le strade per compiere il bene non passano soltanto attraverso l’impegno sociale e politico: per tale motivo, forse, non si rese conto del grande errore commesso nel perseguitare padre Pio, il quale, invece, aveva saputo mirabilmente coniugare la dimensione sociale del Cristianesimo (si pensi al grande Ospedale da lui voluto e realizzato) con quella mistica e spirituale.
Quando, intellettualmente, si procede con categorie totalizzanti, il pericolo di provocare danni irreparabili è sempre dietro l’angolo.
La unilateralità, dal punto di vista pastorale e teologico, è sempre deleteria: si pensi a papa Wojtyla e al suo esasperato ecumenismo. Al contrario di quanto comunemente si crede – ma è una nostra personalissima opinione – egli non offrì ai giovani un sicuro punto di riferimento, ma contribuì a rafforzare quel relativismo che ufficialmente combatteva. Basta ricordare, a tal proposito, gli incontri, di cui fu instancabile promotore, fra i capi delle diverse religioni, persino di quelle animistiche e di quelle col totem!
Il vicario di Cristo, il quale accetta che la Verità venga spezzettata in mille rivoli e la condivide persino con chi venera gli spiriti e i simulacri di legno!
Non intendiamo in alcun modo fare l’apologia dell’intolleranza: il dialogo con le altri fedi rimane anche per noi un dato altamente positivo e significativo, ma se un papa è veramente convinto che la Verità risiede in Cristo, potrà dialogare con tutti ed accettare tutti, ma quella Verità non potrà spartirla con nessuno!
Per questi motivi riteniamo che l’iniziativa del Vescovo di stringere un patto sociale coi comuni della Diocesi sia meritevole per un verso, ma insufficiente per un altro. E’ una iniziativa lodevole, ma cura gli effetti, non le cause!
Oltre ad aiutare i poveri e gli emarginati, occorrerebbe chiedersi per quale motivo, nella nostra società così avanzata e progredita, esistono ancora simili discriminazioni.
Le cause che le determinano non potranno essere rimosse né dalle politiche sociali né dalla Caritas.
Per questi motivi occorre liberarsi da una visione esclusivamente “sociale” del Cattolicesimo e saper guardare all’ampio spettro di possibilità di interventi che esso offre.
E’ vero che a Modica ci sono situazioni di povertà e di emarginazione e la solidarietà rimane anche per noi un valore irrinunciabile, ma bisogna andare in profondità, e allora scopriremmo che la nostra città è diventata la città  del menefreghismo, del lusso, della prepotenza, degli intrallazzi e della corruzione.
Sarebbe necessario, forse, che i preti – ecco un’altra eredità del Concilio che non condividiamo – lasciassero ai laici la psicologia e la sociologia, ed invece di adeguarsi ad un mondo ormai completamente secolarizzato, si dedicassero a ri-cristianizzarlo. Il compito della Chiesa non è quello di apparire evoluta e di lasciarsi condizionare dalla modernità; con questa deve certamente
confrontarsi, ma per saperla interpretare e far si che venga permeata dalla verità che essa, come chiesa, è chiamata a custodire. Una Verità che non può essere barattata col consenso e col proselitismo; una Verità che costituisca un approdo sicuro e intramontabile per i tanti naufraghi di questo mondo.
Modica ha bisogno, certo, di riscoprire la solidarietà, ma soprattutto ha bisogno che la chiesa, con la parola e con l’esempio, torni a parlare al cuore di ciascuno di noi. La nostra città è gravemente ammalata, e il cancro che la corrode non può essere curato con una semplice aspirina: è necessaria una terapia forte ed incisiva. Sarebbe urgente un’opera di autentica  ri-evangelizzazione, non soltanto per i lontani ma soprattutto per coloro che ritengono di aver fede, che si accostano ai sacramenti e che pensano di essere seguaci di Cristo: è a costoro, infatti, che guardano i lontani, e non sempre, per costoro, i loro comportamenti sono edificanti. Lo stesso crediamo valga per i sacerdoti: gli agi e le comodità in cui taluni vivono difficilmente si conciliano con le loro omelie in favore dei poveri. Non pretendiamo di essere noi a suggerire al Vescovo come attuare una vera ed efficace evangelizzazione della sua diocesi, ma riteniamo non ci sia altra strada per aiutare i modicani ad evitare il baratro della degradazione morale in cui stanno precipitando. E’ necessario che il messaggio di Cristo liberi questa città dall’inganno in cui vive.
 E’ il nostro modo di pensare e di sentire che deve cambiare !
Ben vengano dunque queste iniziative, ma non commettiamo l’errore di considerarle le uniche possibili.