NOVEMBRE 2005

 

 

  ANCHE LA FESTA DEI MORTI CADE NELL’EFFIMERO

 

Anche quest’anno, come sempre, la celebrazione del 2 Novembre si è inaridita nella solita, stereotipata commemorazione, e la stampa, ancora una volta, ha perso l’occasione per far si che un evento, legato a coloro che non ci sono più, potesse diventare strumento di crescita morale e spirituale per coloro che invece ci sono ancora, e che avrebbero tanto da imparare da una ricorrenza che non può essere ingabbiata soltanto nel ricordo, certamente sacrosanto, di coloro che abbiamo perso, ma che deve soprattutto sostanziarsi in una riflessione autentica sulla vita: e nulla, più della morte, può generarla e conferirle il suo senso, ormai quasi del tutto smarrito. La frenesia con la quale viviamo, le mille occupazioni quotidiane con le quali tentiamo di mascherare o rimuovere la nostra inquietudine, non potranno mai cancellare la verità, che è tutta nella ineluttabile dialettica tra la morte e la vita e nel loro perenne incontrarsi e scontrarsi. La società in cui viviamo, purtroppo, propone ai nostri giovani degli obiettivi scellerati sotto il profilo morale e delle finalità che mirano ad annientare la ricchezza dello spirito e farla naufragare nel torbido mare dell’arrivismo, del facile guadagno, del servilismo e del più volgare materialismo. Ciò che maggiormente ci preoccupa è la crisi della religiosità, non importa se laica o sacra, perché la fine di ogni tensione verso qualcosa di grande e di assoluto comporta la riduzione dell’uomo ad un essere amorfo, privo di ideali, tutto proteso a soddisfare i suoi bisogni materiali, facendolo ricadere in quella bestialità che non è mai del tutto scomparsa dal nostro essere e che tuttavia abbiamo il dovere di reprimere, se vogliamo conservare la nostra dignità di essere umani. E’ triste constatare il declino della pietas cristiana, il tramonto di quella visione escatologica dell’esistenza umana che è l’unica in grado di unire in una comunione misteriosa e trascendente noi che viviamo nel tempo e coloro che hanno già varcato la soglia dell’eternità. Certo, qui siamo nell’ambito della Fede, e a nessuno è concesso criminalizzare chi non la possiede; ecco perché non osiamo condannare tale declino, seppur ci amareggia. Vogliamo e dobbiamo stigmatizzare, invece, la nostra società, incantata dal futile e dall’effimero, che sta cancellando ogni traccia persino di quella religione foscoliana, laica e terrena, che si fà virile ed austera accettazione della vita, senza ignorare l’angoscia del morire; che mira ad affermare la nostra più autentica umanità “ che anela, mediante una continua creazione di valori, a prolungare la propria vita, limitata e breve, in quella più vasta della storia “; è una rivolta contro la morte, che nasce dalla certezza che i nostri cari continueranno a vivere nella nostra memoria e negli anfratti più nascosti del nostro io. Con quanto detto non intendiamo in alcun modo ridimensionare i gesti e le tradizioni legate alla commemorazione dei defunti: tutt’altro! Vogliamo semplicemente esprimere la nostra convinzione che il recupero della religiosità – in quale modo la si voglia intendere e in qualunque forma la si voglia vivere – sia l’unico modo per trarre dalla morte il senso della vita: il confronto con la drammatica serietà di quella che è l’esperienza ultima di ogni essere umano è l’unico mezzo che ci rimane per emendare la nostra esistenza dal delirio di onnipotenza, dai pregiudizi e da tutte le altre sciocchezze che non ci permettono di guardare oltre la siepe del nostro stupido egocentrismo. Dobbiamo amaramente constatare, purtroppo, che anziché tendere all’auspicato recupero di una dimensione religiosa della vita, sia essa immanente o trascendente, le nuove generazioni stanno dilapidando ciò che di buono hanno ricevuto in eredità. Tra loro, il culto dei defunti sta per essere soppiantato dalla festa di Halloween: una tradizione di origine celtica molto diffusa nei paesi anglosassoni ma del tutto estranea alla nostra cultura; ancora una volta, la nostra atavica esterofilia ci sta procurando danni incalcolabili: anziché deporre dei fiori sulle tombe di coloro che li hanno generati, per creare la foscoliana “ eredità di affetti”, i nostri giovani preferiscono gozzovigliare nella lunga notte delle streghe. Prendiamo atto di quest’autentico degrado del nostro Paese, che da sessant’anni non smette di scimmiottare l’alleato americano, anche quando si tratta d’importare prodotti di sottocultura e che sempre più ci allontanano dalle nostre radici.

                                UNA COLPEVOLE INDIFFERENZA

 

Dobbiamo confessare che le ultime notizie provenienti dal Palazzo ci avevano confortato e riempito  di orgoglio: veniva data per certa, infatti, la presenza del presidente della Regione Siciliana, quel galantuomo di Totò Cuffaro, a fianco del polo avicolo modicano. Abbiamo dovuto invece, con grande mestizia, rassegnarci, e fare a meno della sua ingombrante presenza. Per fare apprezzare la bontà dei prodotti modicani e la loro assoluta sicurezza, Domenica 20 Novembre, il corso Umberto si è trasformato “ in un grandissimo ristorante all’aperto dove degustare carni bianche, uova e derivati” Teatro di quest’ennesima dimostrazione della signorilità e dell’eleganza che caratterizza quest’ amministrazione è stato, ancora una volta, il salotto buono della città, e in modo particolare la parte compresa tra piazza Monumento e piazza Rizzone; là ove si trova la famigerata fontana: autentico monumento alla leggiadria della più raffinata arte! Già nel Dicembre del 2003, il Corso Umberto fu ridotto ad una sorta di masseria, che vide il trionfo della volgarità e del cattivo gusto nelle bocche dei modicani, intente a masticar tumazzo e fave cottoie. Abbiamo avuto modo, anche in questa occasione, di apprezzare la meravigliosa simbiosi che si è realizzata tra la bellezza architettonica dei nostri palazzi e delle nostre chiese e l’anonima folla in preda ad una incontrollabile frenesia, che sempre nasce dinanzi ai grandi dilemmi della vita: chi di noi, infatti, davanti a un pollo allo spiedo non è  mai stato colto da un momento di autentico smarrimento: meglio la coscia o il petto?  Naturalmente, chi non ha gradito il pollo, si è potuto consolare con un uovo sodo o una buona frittata, da mostrare, orgogliosi, ad amici e parenti. Dobbiamo tuttavia confessare che la scarsa partecipazione dei modicani è stata per noi motivo di grande soddisfazione: che finalmente si siano accorti dello squallore che avvolge il sempre attuale “ panem et circenses” ? Che questa amministrazione difetti nello stile lo abbiamo sempre detto e anche scritto, ma, mentre prima speravamo in una, per la verità improbabile, redenzione, confessiamo che adesso tale speranza l’abbiamo perduta, perché non riteniamo che possa risollevarsi dalla grossolanità che la contraddistingue. Un’amministrazione che sembra ignorare la grandezza della città che amministra: la sua storia straordinaria, il suo splendido barocco, i suoi apporti allo sviluppo culturale dell’isola e dell’intera nazione; offendere un passato così illustre, trasformando, periodicamente, il  corso principale della città in una sorta di mercato rurale è grave dal punto di vista amministrativo, è avvilente sotto il profilo culturale e civile. Dallo stesso Palazzo, naturalmente, ci giungono altre “perle”, che non possiamo e non vogliamo far passare sotto silenzio: ci riferiamo all’altra grande esaltazione del buongusto che risponde al nome di Eurochocolate; sembra, infatti, che anche quest’altra sagra paesana, prima ancora d’aver luogo, stia rivelando quella mancanza di stile e di cultura democratica che qualunque amministrazione dovrebbe possedere. Come spiegare altrimenti la polemica fra il nostro sindaco e il Consorzio per la tutela del cioccolato sul mancato coinvolgimento degli artigiani nell’organizzazione della kermesse? Giustamente, alcuni esponenti dell’opposizione hanno sollecitato il sindaco affinché venga subito approntato un gruppo di lavoro ampio, comprendente operatori ed esperti. Il sindaco, com’è suo costume, non ha accettato le critiche ed ha assicurato  che “ la manifestazione è un patrimonio indispensabile (sic!) della città e di quanti producono il cioccolato” e che questo “ non è patrimonio esclusivo di alcuno né tanto meno degli amministratori”. Saremmo ben lieti di poter credere alle parole di Torchi, giacchè ci potrebbero convincere della infondatezza delle convinzioni nostre e di gran parte della cittadinanza: ci riferiamo all’esagerato accentramento che caratterizza la sua amministrazione, e che giudichiamo grave e lesivo della dialettica democratica. Vorremo crederci; purtroppo, però, le sue affermazioni sono smentite dai fatti: agli artigiani del cioccolato, che si lamentano per il loro mancato coinvolgimento, occorre infatti aggiungere le perplessità dell’opposizione circa la nomina dell’assessore Nigro a presidente della Modica Multiservizi – che appare sempre più un affare privato dell’UDC – una nomina che, ovviamente, non ha dato quel segnale di discontinuità che sarebbe stato necessario, considerate le polemiche che hanno riguardato la gestione della società, e riguardo all’atteggiamento del sindaco, che avrebbe messo in disparte il consiglio comunale, non consentendogli di controllare gli atti amministrativi della Multiservizi. Come se non bastasse, arrivano le critiche del coordinatore cittadino del Movimento per l’Autonomia, che lamenta la mancata informazione dei partiti politici presenti in consiglio per quanto concerne il nuovo piano del traffico. L’assessore alla Viabilità ha incontrato, naturalmente, i commercianti, che ormai, in questa città, come tante volte abbiamo denunciato, sono diventati il vero centro decisionale per quel che riguarda il traffico e addirittura la segnaletica stradale. Noi ci permettiamo di ricordare che quando è in gioco la viabilità di una città, sentire i commercianti può essere opportuno, ma ciò non è prescritto da alcuna legge: informare tutti i consiglieri, invece, oltre che opportuno è soprattutto doveroso, perché si tratta dei rappresentanti dei cittadini, e la rappresentanza è l’essenza della democrazia. Apprendiamo comunque dalla stampa locale, che, finalmente, fra il Comune e i produttori del cioccolato “è scoppiata la pace” e dunque saranno pienamente coinvolti nell’organizzazione di Eurochocolate, e che il sindaco si è fatto promotore, a proposito del traffico e della viabilità, di un incontro coi capigruppo consiliari e coi segretari cittadini dei partiti presenti in consiglio comunale. Quello che ci riesce difficile capire sono i motivi per i quali, solo dopo aver generato le polemiche, l’amministrazione Torchi decide di fare il proprio dovere. Ci sembra, insomma, che la tentazione di governare secondo un criterio di esasperato accentramento del potere – che si concretizza nel tentativo di fare a meno del legittimo confronto democratico – continua ad essere la peculiarità dominante di questa amministrazione: una peculiarità certamente dannosa per l’intera cittadinanza. Il fatto che l’amministrazione Torchi diventi rispettosa delle prerogative dell’opposizione e dei diritti delle varie componenti della società civile soltanto dopo le proteste e i malumori suscitati dai suoi atteggiamenti è un dato politico allarmante; cambiare metodo dall’oggi al domani è invece il sintomo preoccupante di una concezione della politica che mira soltanto a non perdere consensi, che guarda esclusivamente al mantenimento del potere, rivelando, dunque, una colpevole indifferenza per i bisogni e le aspettative dei cittadini.

 

 

             LE SILENZIOSE STANZE DI PALAZZO SAN DOMENICO

 

Su “ Il Giornale di Sicilia” del 3 Novembre, in un articolo riguardante la presidenza della Società   “Multiservizi “, e nel quale si parla dell’assessore Paolo Nigro quale futuro, probabile presidente, Loredana Modica testualmente scrive: “ sarà un incarico probabilmente a termine, visto che si profila la certezza della candidatura alla regione del sindaco Piero Torchi “. Non frequentando le stanze del potere e non vantando amicizie tra coloro che le frequentano, e diciamo ciò non con rammarico ma con orgoglio, non sappiamo, ovviamente, se la notizia sia vera o infondata; certamente è verosimile. Torchi, tra l’altro, non sarebbe l'unico, in provincia, a lasciare la poltrona di primo cittadino in vista delle future competizioni elettorali; a Vittoria, infatti, il sindaco Aiello non ha perso tempo a tuffarsi nell’agone elettorale in vista delle prossime elezioni politiche. Le considerazioni che intendiamo fare prescindono comunque dal nostro sindaco e dalle scelte che intende realizzare; prendiamo spunto da questa notizia, che, come abbiamo detto, ci sembra verosimile, per analizzare alcune situazioni che, purtroppo, caratterizzano l’attuale modo di fare politica: facciamo questa precisazione in quanto, sebbene sia notorio che noi non condividiamo quasi nulla delle scelte di Torchi come sindaco, teniamo a precisare che quanto diremo non è una critica specifica al suo operato e alle sue decisioni, ma va inquadrato in un contesto più ampio e in una dimensione che trascende la nostra stessa realtà locale. E’ la crisi della politica che ci interessa, è il suo scadimento che ci scoraggia: la politica, infatti, non più alimentata dalla forza delle idee e dalla passione delle ideologie è come una pianta senz’acqua, come una barca in un mare calmo e senza vento, destinata alla deriva. Il fatto, riprovevole, diventato ormai consueto, di lasciare una poltrona per tentare di conquistarne una più prestigiosa e remunerativa, è soltanto un aspetto dello scadimento della politica, che, in questo Paese, ben lungi dall’essere un’attività al servizio della utilità comune, è sempre stata e continua ad essere un’occasione per riempire il proprio portafoglio, una sorta di luogo miracoloso nel quale da fallimenti e incapacità sgorgano sfavillanti carriere politiche, e dove, inebriata dai fumi del potere, la coscienza si smarrisce e talvolta diventa prigioniera di un ridicolo delirio di onnipotenza. Lasciare la poltrona di primo cittadino per conquistarne un’altra più importante è comunque un tradimento del proprio elettorato, e insinua, nelle menti di coloro che non hanno ancora smesso di pensare, il sospetto che la scalata alla prima poltrona non sia stata fatta per servire la città e per un comprensibile desiderio di affermazione personale, ma soltanto con l’intento di preparare il terreno per la conquista della seconda. Tutto questo, naturalmente, ci sconcerta ma non ci sorprende e non ci scandalizza: quel che veramente ci turba e ci spaventa è la nostra incapacità di scandalizzarci, e ciò non può che significare una cosa soltanto: che la misura è colma, anche se, cambiando prospettiva e con una buona dose di ottimismo, possiamo trovare in tutto ciò un elemento di positività: toccato il fondo non ci resta che sperare nella risalita. Certo, ci scoraggia il fatto che questa risalita il popolo italiano l’aspetta da un sessantennio, da quando, crollato il Fascismo – che in quanto dittatura non stiamo certo qui a rimpiangere, noi che quando cadde non eravamo ancora nati – gli italiani s’illusero di andare incontro, finalmente, ad un “radioso avvenire”; un sessantennio che ci ha regalato la mafia, il terrorismo, tangentopoli, le convergenze parallele e gli equilibri più avanzati. A noi siciliani “è andata ancora meglio”: abbiamo perso uomini come Falcone e Borsellino, ma in compenso abbiamo Totò Cuffaro, che osa contrapporsi alla sorella del magistrato caduto in via d’Amelio. Ma il degrado più grande, che inficia le poche cose buone fatte da questa democrazia, è senz’altro costituito dalla non invidiabile abilità, che il popolo italiano ha conseguito in questi sessant’anni, di saper cambiare casacca senza nemmeno il buongusto di arrossire. Scriveva Piero Operti, onesto e coerente scrittore antifascista: “ Le conversioni in senso vantaggioso sono sospettabili, salvo il caso in cui il convertito, riconoscendo di essersi sbagliato una volta e quindi di potersi sbagliare anche ora, si chiudesse per il resto della vita nel silenzio “. Se la classe politica italiana avesse il coraggio di far proprio quest’efficace ammonimento, sulla nostra capitale scenderebbe un silenzio surreale; ma anche qui, nella nostra Modica, tanti sarebbero costretti a tacere, e le silenziose stanze di Palazzo San Domenico renderebbero all’edificio la sacralità perduta.