Modica: la crisi della politica e il dissesto delle finanze
La facciatosta della minoranza e le contraddizioni della
maggioranza
Sono passati quattro mesi dall’insediamento di
Antonello Buscema a palazzo San Domenico, ma il cielo, sulla nostra città,
rimane plumbeo e minaccioso. Modica si è liberata da colui che in questi ultimi
anni, come Caronte coi dannati, l’ha traghettata sulle aride spiagge del declino
politico ed economico, ma all’orizzonte non si vedono ancora spiragli di luce;
la città è come avvolta da una notte boreale: il buio è costante, le tenebre non
si diradano e i fantasmi hanno le sembianze del dubbio e dell’incertezza del
futuro.
L’obiezione a queste nostre considerazioni è ovvia: in quattro mesi Buscema non
poteva certo fare di più. Tale argomentazione sarebbe valida se il nostro
sindaco avesse potuto fare qualcosa: il problema è che, come avevamo previsto,
nulla o quasi egli può fare, nonostante le sue buone intenzioni. Come abbiamo
più volte scritto, i danni inflitti alla città dalla precedente amministrazione
sono talmente gravi che probabilmente anche la prossima generazione ne pagherà
le conseguenze.
Modica è stata distrutta nella sua coscienza civile e persino i modicani non
pensano e non agiscono come prima. Per tale motivo, i buoni propositi non
bastano più. Senza un vero ricambio della classe politica e soprattutto senza un
innalzamento del livello culturale di chi ha deciso di fare politica, la notte
boreale, in questa città, rischia di diventare permanente. La mediocrità
politica di deputati, senatori, assessori e consiglieri è un dato ormai assodato
ed ovviamente ci preoccupa, ma quel che trasforma la nostra preoccupazione in
profondo turbamento è l’aver preso atto che i politici modicani sono afflitti da
un male assai grave, quello della facciatosta: questa presuppone, infatti, che
il cervello dei loro concittadini o è offuscato da un’ assai labile memoria, o,
peggio, stordito da una progressiva degenerazione della sua capacità d’intendere
e volere. Troppo spesso, infatti, si lasciano andare a comportamenti poco
opportuni e a dichiarazioni incoerenti e contraddittorie.
La veridicità di quanto sosteniamo è suffragata da innumerevoli esempi: per
ragioni di spazio ci limitiamo a citare i più eclatanti. La palma del
“migliore”, in questo senso, non può non essere conferita al rampollo della
famiglia Minardo, il quale, scagliandosi con veemenza contro l’ASL ragusana, la
mette sotto accusa, perché – a suo parere - elargisce consulenze amministrative
ad esperti esterni, sperperando denaro pubblico; ma non è qui, naturalmente, che
il deputato dà il meglio di sé. Egli supera se stesso nel momento in cui, a
proposito dei professionisti esterni, afferma ironizzando:
“ sulle cui
competenze ci sarebbe
molto da discutere”.
L’osservazione nasce ovviamente spontanea: da quale pulpito giunge la predica!
Può darsi che questa sia la volta buona e finalmente Minardo si decida a
rispondere a ciò che attraverso la stampa locale più volte gli abbiamo chiesto,
ossia di spiegare ai suoi concittadini in base a quali competenze ha diretto
l’azienda del turismo di Ragusa, il Consorzio autostradale siciliano e infine la
Fondazione Federico II di Palermo. I modicani aspettano di poter visionare la
documentazione che attesta le sue, a questo punto eccezionali, competenze, che
gli hanno consentito di poter passare da un settore amministrativo all’altro con
gran disinvoltura. Il deputato Minardo potrà anche essere un genio, ma se la sua
genialità gli ha permesso di stravincere sugli altri che aspiravano alle
poltrone sulle quali si è comodamente seduto, egli ha il dovere morale e
politico di documentarla. A pari merito di Minardo non possiamo non collocare
Giorgio Aprile, che ha avuto l’ardire di criticare il nuovo piano del traffico e
di fornire anche suggerimenti: lui, cui Modica deve la situazione di autentico
disastro in cui versa la viabilità cittadina; lui che per cinque anni ha diretto
– si fa per dire – un assessorato che non ha fatto nulla per rendere più
accettabile la vita ai cittadini; lui che è stato comodamente seduto su una
poltrona dove mai si sarebbe dovuto accomodare, avendo dimostrato di non
possedere le cognizioni minime intorno al problema del traffico e della
viabilità in generale; lui che ha regalato ad una cittadina il traffico di una
metropoli.
In questa non esaltante classifica, riserviamo il terzo posto al deputato Peppe
Drago, che tramite Torchi ha governato la nostra città per sei anni, ed è
pertanto il primo responsabile dello sfascio.
In occasione delle ultime amministrative, dal pulpito di piazza Matteotti – e
non abbiamo usato questo termine per caso, visto che più d’una volta abbiamo
avuto la sensazione di ascoltare un’omelia episcopale - ha ribadito in modo
assillante la necessità che i politici ascoltino le indicazioni che provengono
dalla Chiesa. Noi lo ricordavamo laico e socialista. Che si sia convertito al
cattolicesimo militante è un problema suo, ma questo non può consentirgli di
denigrare, da quello stesso pulpito, coloro che cambiano casacca, di screditare
una categoria di politici della quale, a pieno titolo, anch’egli fa parte.
Alle sue spalle collochiamo, a pari merito, il consigliere Paolo Nigro e il suo
collega Nino Gerratana. Il primo, stigmatizzando l’amministrazione comunale per
aver agito, a suo parere, in modo scorretto in occasione dell’approvazione della
salvaguardia degli equilibri di bilancio, ha fatto notare la correttezza dei
consiglieri di opposizione, che pur avendo la possibilità di far mancare il
numero legale ( ma la sua affermazione è stata smentita dalla maggioranza il
giorno dopo) hanno deciso di far valere il loro senso di responsabilità restando
stoicamente in aula.
Ma dove è stato in questi anni il consigliere Nigro? Noi non abbiamo alcuna
intenzione di assumere la difesa dei consiglieri dell’attuale maggioranza – ai
quali, in questi anni, non abbiamo risparmiato critiche, per l’atteggiamento
passivo, a volte quasi connivente, che hanno assunto quand’erano all’opposizione
– ma un consigliere dell’UDC modicano non è abilitato a dare lezioni di
correttezza istituzionale per quanto concerne il civico consesso. Se fosse
opportuno, e se il direttore di questo giornale ce lo permettesse, saremmo
pronti a dedicare a questa vicenda un’intera pagina di “Dialogo” per
rinfrescare la memoria al consigliere Nigro su quante ne hanno combinate gli
attuali consiglieri di minoranza quand’erano maggioranza. Il secondo
(Gerratana), in occasione dell’affidamento del servizio di assistenza igienico
personale al centro disabili di via Sacro Cuore, con una buona dose di enfasi,
rivolgendosi a Buscema, ha dichiarato: “Se un uomo non è disposto a combattere per le proprie
idee, o non valgono
niente le sue idee, o non vale niente lui”. Al consigliere Gerratana –
considerato che parla di idee con tanta passionalità - chiediamo di voler
spiegare ai suoi concittadini quali sono le sue, perché, probabilmente, alla
luce dei suoi trasferimenti all’interno dell’emiciclo comunale, non le hanno
ancora capite. Per la verità nemmeno noi!
E infine, come non porre nei primi posti Riccardo Minardo ed Enzo Scarso,
diventati all’improvviso lombardiani e autonomisti, che puntano il dito contro
le magagne commesse dalla precedente amministrazione; i due sono in una
posizione per la verità assai scomoda. Dovrebbero spiegare ai modicani perché,
se erano a conoscenza di tali magagne quando stavano anch’essi nella stanza dei
bottoni, non le hanno denunciate e non sono poi andati via sbattendo la porta;
se non ne erano a conoscenza, perché non se n ‘erano accorti, pur avendo
ricoperto posti di rilievo e di potere, allora la situazione da preoccupante
diventa allarmante.
Un posto fra i premiati lo riserviamo ovviamente al nostro attuale sindaco e
alle forze di centro sinistra che lo sostengono, ricordando le loro invettive
contro Torchi e compagni, e rammentando loro che adesso stanno al governo con
gli ex amici di quello, ma soprattutto coi sostenitori di Lombardo, ovvero del
cuffarismo sotto altre vesti, più raffinato e meno volgare, ma sempre foriero di
quel clientelismo dal quale i siciliani non riescono, perché non vogliono, a
liberarsi; si pensi alle ultime vicende riguardanti le assunzioni, per chiamata
diretta, di figli, nipoti e sorelle nei posti dirigenziali della regione
siciliana.
Come possono, coloro che hanno sostenuto e che sostengono Rita Borsellino,
governare ora con Lombardo (leggasi Minardo e Scarso), amico ed erede di
Cuffaro?
Come abbiamo già ricordato, Buscema, non andando da solo al ballottaggio, e
dimostrando, dunque, di preferire la poltrona al bene della sua città – anche se
così non fosse, questa è tuttavia l’immagine che ha dato di sé - è finito
prigioniero nella tela sapientemente tessuta dai suoi avversari politici. Egli,
che ha ereditato una città allo sfascio – di cui naturalmente non ha colpa – non
ha via d’uscita: se il Comune crollerà a causa del dissesto finanziario, sarà
ricordato come il sindaco del fallimento; se Minardo e Drago, ai quali si è
rivolto per salvare la città, riusciranno a tirarla fuori dal baratro,
diventeranno – loro che sono fra quelli che sull’orlo del baratro l’hanno
condotta – i salvatori della Patria!
Ma davvero si può credere che questa classe politica, sia essa di centro o di
sinistra (lasciamo perdere la destra, perché, nonostante le chiacchiere e le
sigle, questa è assente dal nostro consiglio comunale), sia in grado di far
rinascere la nostra città? Possiamo avere delle speranze, se durante un comizio,
il parlamentare Peppe Drago informa con orgoglio i suoi concittadini che lui è
uno dei pochi politici siciliani che può dare del tu a Berlusconi? Dinanzi ad
un’affermazione di questo genere, si può ancora essere ottimisti sul futuro di
Modica?
Ancora una volta, ribadiamo che, se davvero abbiamo intenzione di lasciare ai
nostri figli quel poco che resta della Modica che avevamo ricevuto in eredità
dai nostri padri, la Modica elegante, tranquilla, accogliente e solidale, la
Modica della cultura e del lavoro onesto e produttivo, allora i modicani non
possono esimersi dal mandare a casa, una volta per tutte, coloro che usano il
loro voto per lasciare ai nostri figli un cumulo di macerie.
Dialogo, Ottobre 2008
LA LEGGENDA DEL PARTIGIANO
Sono grato al signor Sammito per la sua garbata lettera, con cui contesta le mie
opinioni, giacché mi offre la possibilità di tornare su un argomento che mi sta
particolarmente a cuore, e, nel contempo, di chiarire, ove fosse necessario,
alcune parti del mio articolo, che si fossero prestate a ingenerare degli
equivoci.
Proverò, innanzitutto, a rispondere alle osservazioni del lettore, il quale
sostiene che i ragazzi di Salò “combattevano contro l’instaurazione della Repubblica
italiana”.
Voglio ricordare, a tal proposito, che la
Repubblica Sociale Italiana nacque nel settembre del 1943, ovvero nello stesso
periodo in cui cominciavano a formarsi le prime formazioni partigiane. La
Repubblica di Salò, dunque, sorse in pieno regime monarchico. Soltanto
nell’aprile del ’44, Vittorio Emanuela III si sarebbe impegnato, una volta
liberata Roma, a trasmettere i suoi poteri al figlio Umberto, ma soprattutto a
consentire al popolo italiano di decidere le sorti del Paese, optando tra
Repubblica e Monarchia.
Come potevano i giovani di Salò lottare contro la nostra Repubblica, se, quando
decisero di aderire a quella mussoliniana, quella attuale non era nemmeno
all’orizzonte e se, quando poi vi apparve - aprile 1944 – nessuno, ovviamente,
aveva la certezza che sarebbe stata instaurata?
Quando poi lo fu – e tralascio di parlare delle modalità con le quali ciò
avvenne – i nostri democratici e civilissimi combattenti per la libertà avevano
già compiuto lo scempio di piazzale Loreto e la Repubblica di Salò era già morta
e sepolta da più di un anno. Per cui, contrariamente a quanto ritiene il gentile
lettore, coloro che aderirono alla Repubblica Sociale non combatterono mai
contro quella attuale.
Egli afferma, inoltre “
Sono pronto a scommettere che se i Repubblichini avessero vinto, avrebbero messo
in piedi uno Stato totalitario”.
Ma il mio interlocutore ha doti divinatorie? (Lo dico bonariamente, senza alcuna
acrimonia). Da dove trae questa assoluta certezza?
La storia, caro Sammito, non si fa con le supposizioni. Ma per una volta provo
anch’io a farne una. Mussolini, da vecchio socialista qual era, non ebbe mai
simpatia per la Corona, per le comodità, gli agi e la mentalità della borghesia
italiana e ancor meno per il capitalismo.
Con tutto ciò , è vero, venne a compromessi per mantenere in vita il suo regime
e questo non gli fa onore. Nel settembre del ’43 la Storia gli stava offrendo
l’opportunità di poter dar vita allo Stato che se avesse potuto avrebbe già
instaurato nel ’22. Era lo Stato descritto nel programma di San Sepolcro (23
marzo 1919); quello del fascismo movimento (per usare un termine caro a Renzo De
Felice): lo Stato della socializzazione (partecipazione degli operai alla
gestione delle aziende e alla divisione degli utili), della Repubblica laica
fondata sul suffragio universale (compreso il voto alle donne), dell’abolizione
del Senato e delle imposte adeguate al reddito. Non ritengo che Mussolini
avrebbe perso per la seconda volta l’appuntamento con la Storia. Ragion per cui,
se proprio vogliamo farla qualche supposizione, questo è ciò che io credo
sarebbe accaduto se avesse vinto.
Il nostro lettore sostiene poi che questa democrazia dà il diritto agli ex e
post fascisti di manifestare liberamente il loro pensiero, di sedere sugli
scranni parlamentari e di ricoprire incarichi di governo.
Le cose, caro Sammito, non stanno proprio come lei crede.
Questa Repubblica, che mi pare di capire goda della sua incondizionata stima,
non soltanto si è macchiata dell’abominevole colpa di selezionare i morti – come
ho scritto – ma anche i vivi, pretendendo, con una buona dose di disprezzo per
quei principi democratici che formalmente esalta e difende, di stabilire, in un
passato non poi così lontano, quali voti erano da considerare puliti e quali
sporchi: in tal modo era possibile, eravamo nel 1972, che tre milioni di
italiani, che avevano votato per Almirante, venivano chiusi nel ghetto; i voti
che venivano dati al Partito Comunista (ovviamente sto prendendo in
considerazione solo i due partiti estremi) odoravano invece di democrazia,
onestà e trasparenza: tutte qualità che il vecchio PCI aveva dimostrato di
possedere, soprattutto quando nascondeva agli italiani le atrocità che venivano
commesse nell’URSS o quando taceva dinanzi ai carri armati sovietici che
invadevano Budapest.
Una Repubblica che si arroga il diritto di stabilire quali siano i voti sporchi
e quali quelli puliti, in relazione alle idee politiche di chi li esprime, e
pertanto di discriminare il popolo sulla base della sua ideologia, creando così
italiani di serie A e italiani di serie B, una tale Repubblica, caro Sammito,
non è migliore di quel Fascismo che lei tanto detesta.
Voglio poi ricordare che a Destra, per sedere con pari dignità in parlamento o
nel governo, i cosiddetti Fascisti sono dovuti diventare ex e post e soprattutto
hanno dovuto aspettare per mezzo secolo, mentre già nel ’46, il signor
Togliatti, strettissimo collaboratore del carnefice Stalin, era ministro della
Giustizia e negli anni settanta, quelli del compromesso storico e dei governi di
unità nazionale, i cosiddetti Comunisti non hanno avuto bisogno di diventare ex
e post per essere accolti dalle forze cattoliche e liberaldemocratiche di questo
bel Paese, nonostante all’ombra di quella bandiera, sì, quella recante la falce
e il martello, fossero stati compiuti, nel mondo, veri e propri genocidi.
Un’ultima considerazione. Mi sembra di capire che per Sammito i partigiani, a
differenza dei giovani di Salò, lottavano per la libertà. Ma quali partigiani?
Certamente quelli di ispirazione cattolica e liberale, ma erano un’ esigua
minoranza. Quelli di matrice monarchica lottavano ovviamente per il
consolidamento di Casa Savoia. Le Brigate Matteotti erano sulle posizioni del
loro partito, quello socialista, che a sua volta, in quegli anni – il ’47 non
era ancora arrivato – era appiattito sulle posizioni dei comunisti, e costoro,
da cui dipendevano le Brigate Garibaldi, in assoluto le più numerose, sognavano
per l’Italia i Soviet e il Politburo. Se posso darle un consiglio, si liberi di
questa leggenda, che è quella del partigiano italiano che combatte i fascisti
per amore della libertà. La verità è meno nobile: ci si voleva disfare di un
tipo di dittatura per instaurarne una di altro tipo, sanguinaria e sicuramente
di gran lunga più totalitaria di quella.
La Pagina, 28 Ottobre 2008