UN MONUMENTO ALL’INEFFICIENZA
Il prossimo 22 Ottobre si terrà l’ennesima udienza sul grave incidente stradale verificatosi sei anni fa in via Rocciola-Torre Cannata, nel quale restò coinvolto un sedicenne modicano che percorreva quella strada a bordo del suo ciclomotore: sembra incredibile, ma quella buca nel terreno, responsabile del sinistro e che costò al ragazzo venti giorni di coma e un handicap permanente alla schiena, è ancora là: monumento alla inefficienza e alla insensibilità delle forze politiche che hanno governato e che governano la nostra città. Da oltre due anni è in atto un contenzioso col Comune, che, non soltanto non ha avvertito il dovere morale e civile di procedere al riconoscimento del danno provocato al ragazzo, ma, si stenta davvero a crederlo, non ha ancora provveduto, dopo sei anni, a ricoprire quel fosso, incurante delle gravi conseguenze che potrebbe ancora provocare. Abbiamo appreso questa notizia dal Giornale di Sicilia dello scorso 2 Ottobre: al sentimento di sdegno suscitato da tale vicenda si è aggiunto poi un senso di smarrimento e di profondo fastidio, visto che, sulla stessa pagina, il segretario cittadino dell’UDC, in perfetta sintonia col suo sindaco e collega di partito, manifestava , anche lui, l’insopportabile vizio dell’autoelogio, enfatizzando alcuni obiettivi conseguiti dall’Amministrazione Torchi, obiettivi che in qualunque altra amministrazione comunale, che non avesse perso lo stile e il senso della misura, sarebbero stati considerati soltanto degli atti dovuti ed espressione di una normale azione amministrativa. Per il segretario Lavima, invece, tali traguardi raggiunti( l’ascensore a Palazzo San Domenico, le nuove tariffe sui rifiuti nella discarica di Scicli e il miglioramento della strada provinciale Pozzo Cassero- Passo Parrino) “ testimoniano come l’azione costante,lungimirante e determinata della Casa delle Libertà consenta che ai fatti si facciano seguire altri fatti, come il centrosinistra alle parole fà seguire soltanto altre parole”.Scriveva Indro Montanelli, in suo caustico Controcorrente, a proposito di Spadolini:”Diciamo la verità: tutti siamo innammorati di noi stessi. Ciò che caratterizza Spadolini è che, a differenza di noi e di tanti altri, lui si corrisponde”. Inutile dire che i nostri amministratori dimostrano di essere affetti da tale sindrome: non si spiega altrimenti il quotidiano apparire, la costante autoesaltazione e il sistematico ricorso a questo tono enfatico che ci appare assolutamente fuori luogo e che rischia di fare scivolare nel grottesco quel poco di buono che pure si trova in quegli obiettivi conseguiti. L’azione costante, la determinazione, la lungimiranza sono categorie che bene si legano a problematiche di ampio respiro, a scelte di politica nazionale e internazionale di alto profilo; un po’ meno alle strade provinciali, ai rifiuti e alle discariche. Come se non bastasse, la cronaca modicana di quel 2 Ottobre ci propone sindaco, presidente del consiglio comunale e assessori vari, che, non sottraendosi alla gratificante consuetudine di una bella foto, sono ritratti assieme a un disabile nello “storico” momento della inaugurazione del nuovo ascensore del palazzo comunale. Non c’è niente da fare! I nostri amministratori non sanno rinunciare alla cattiva abitudine di anteporre la forma al contenuto: una foto e un’intervista sono di gran lunga più redditizzi di un lavoro oscuro ma fruttuoso, svolto nel silenzio della dedizione e del servizio alla comunità. Per tale motivo, ci permettiamo di dare un suggerimento al signor Azzaro, che da anni si batte per far valere le sue ragioni e perchè non accada ad altri di subire la stessa sorte del figlio: convochi la stampa e qualche televisione locale, si assicuri della presenza d’un fotografo e si prepari al taglio del nastro: vedrà che in un batter d’occhio, come in una favola, all’improvviso, qualcuno ricoprirà quella buca pericolosa e dimenticata!
LA STORIA E L’OBLIO: I MORTI DI ACATE
Il valore di una vita non si misura dalle convinzioni ideologiche o religiose di colui che l’ha persa
Finalmente qualcosa si muove nell’acqua torbida e stagnante della storiografia nazionale, da sessant’anni narcotizzata e assoggettata alle più becere leggi del mercato ideologico dominante. Noi, quando il problema fu sollevato, non condividemmo il progetto di Storace, presidente della Regione Lazio, d’instaurare una sorta di comitato di salute pubblica che controllasse l’obiettività e la veridicità dei manuali di storia. Non lo condividemmo, perché pretendere da un testo di storia una assoluta obiettività è praticamente impossibile; la Wertfreiheit (A-valutatività) di cui parlava Max Weber è più una tensione ideale che un dato empiricamente attuabile. Lo storico non può non esprimere giudizi di valore, giacché la storia, nonostante certe mode e taluni orientamenti, non la si potrà mai scrivere utilizzando squadrette e compasso; il momento interpretativo, espressione e dispiegamento della razionalità umana, sfugge alle fredde regole della scienza e si lega, invece, ai convincimenti più reconditi e alle passioni più nascoste dell’animo umano. Non è la a-valutatività che si chiede allo storico, ma l’onestà intellettuale di non omettere le convinzioni altrui, di non tacere episodi e momenti della storia, quando questi infangano il suo credo politico e le sue convinzioni ideologiche. Non condividemmo quel progetto, inoltre, perché, avendo l’Italia, dopo oltre mezzo secolo, cambiato regime – da quello cattocomunista a quello liberistico-padano – era evidente il gravissimo rischio di ritrovarci nella stessa palude dalla quale Storace intendeva farci uscire: l’idea che i manuali di storia siano scritti per compiacere il principe di turno non ci è mai piaciuta e non ci piace. Detto questo, tuttavia, occorre anche dire che il problema sollevato dal presidente della regione Lazio ha avuto il pregio di gettare un sasso nello stagno dell’ipocrisia, dell’unanimismo e della persuasione occulta che da più di mezzo secolo soffocano la storiografia italiana; un sasso importante, dunque, non certo nel metodo, ma nel merito sicuramente. E’ vero che la storia è sempre scritta dai vincitori, ma in Italia, non c’è dubbio, si è esagerato, ed anche troppo. Per mezzo secolo abbiamo subito e ancora subiamo, a livello storiografico, il fascismo dell’antifascismo: intendiamo riferirci ad una sorta di totalitarismo culturale esercitato da quasi tutti gli storici italiani, che hanno trasformato i manuali scolastici in strumenti di propaganda al servizio delle loro idee e dei loro referenti politici. Di questa casta, indisponentemente ieratica e insopportabilmente faziosa, potremmo dire ciò che Gobetti soleva affermare di Mussolini:” Non v’è dunque nulla di nuovo: ma (con essa) ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie”. Non intendiamo, in questa sede, elencare le innumerevoli falsità e le tante omissioni facilmente riscontrabili nella maggior parte dei manuali di storia; vogliamo soltanto porre all’attenzione dei lettori un fatto di storia locale, e che pertanto ci riguarda molto da vicino, che è un’ulteriore prova delle squallide omissioni e delle vergognose complicità che hanno caratterizzato la ricostruzione storica dell’Italia post-fascista. Ci riferiamo ad un avvenimento che finalmente, questa estate, ha avuto la giusta eco che meritava sulle pagine dei giornali: è la storia dell’eccidio di Piano Stella, località ad una manciata di chilometri da Acate. Il 14 Luglio del ’43 dei militari americani fucilarono 73 militari italiani; il giorno prima, sempre fra Acate e Santo Pietro, i “liberatori” avevano massacrato sette civili innocenti. L’uccisione dei soldati italiani é stata recentemente portata alla luce dal libro “Arrivano i nostri” di Alfio Caruso, mentre nel totale oblio, a livello nazionale, giacché sul piano locale la vicenda era nota, sarebbe rimasto l’eccidio dei civili, se Gianfranco Ciriacono, nipote dell’unico sopravvissuto alla strage, non avesse deciso di approfondire i molti lati oscuri della tragica vicenda di quelle vittime innocenti che in quel drammatico 13 Luglio furono prelevate dalla casa colonica nella quale si erano rifugiate, per essere, a sangue freddo, crivellate di colpi. Per ben due volte uccise: la prima, dalla barbarie di coloro che oggi si ergono a difensori della democrazia e paladini della libertà; la seconda, dal vile silenzio di una storiografia infame e falsa. I morti dimenticati di Piano Stella sono soltanto la punta di un iceberg tenuto volontariamente sommerso; se questo emergesse del tutto, infatti, trascinerebbe nell’oceano della vergogna tutti coloro –storici di regime, giornalisti prezzolati, politici al servizio dell’una o dell’altra superpotenza- che per sessant’anni hanno dipinto il mondo in bianco e nero, imponendoci una visione manichea della realtà: i buoni da un lato, i cattivi dall’altro. Ma la realtà non è così semplicisticamente strutturata: ci sono sfumature e zone d’ombra che non é possibile occultare per sempre. E difatti, lentamente, vengono alla luce, per rischiarare i misfatti celati e le omissioni compiute. Sulla ricostruzione storica dell’Europa e dell’Italia dell’ultimo sessantennio é stata compiuta la più volgare e la più vile operazione culturale che si possa immaginare: la selezione dei morti! Per alcuni la sopravvivenza nella memoria collettiva, per altri l’oblio. I morti di Acate stanno li a ricordarci che la barbarie non ha colore, che i morti per mano partigiana, nel famoso triangolo emiliano-romagnolo, non erano peggiori di coloro che furono trucidati dai fascisti; le vittime innocenti di Piano Stella ci siano di monito per convincerci, finalmente, che i morti di Hiroshima e Bagdad meritano la stessa pietà e lo stesso rispetto di quelli che son caduti tra le macerie in quel nefasto 11 settembre. Non può esserci pace, solidarietà e riconciliazione fin quando si misura il valore di una vita dalle convinzioni ideologiche o religiose di colui che l’ha persa. Parafrasando Marx potremmo dire che uno spettro s’aggira per l’Europa (e per il mondo): é l’ombra di un gigante che sparge ancora, dappertutto, il seme di un manicheismo obsoleto e deleterio, in nome del quale continua a intossicare le menti e le coscienze, facendoci restare intrappolati nella palude dell’odio e della violenza.
I nostri amministratori, ancora una volta, hanno dimostrato di non possedere una cultura politica all’altezza del ruolo che ricoprono: è di questi giorni, infatti, la notizia che il nostro sindaco e il presidente del consiglio comunale hanno organizzato un vertice sulla futura zona artigianale di Modica alta, non invitandovi, però, la Confederazione degli artigiani, provocando il giusto risentimento dei rappresentanti dell’organizzazione di categoria, che adesso minacciano d’interrompere il rapporto di collaborazione con il Comune. Al nostro sindaco, il quale dev’ essersi infatuato del termine “interlocuzione”, visto che ne fà largo uso, per la verità anche eccessivo, ci permettiamo di ricordare l’importanza della coerenza tra il dire e il fare, e che tale sostantivo significa confronto e dialogo: si tratta, pertanto, di categorie imprescindibili nell’amministrazione della cosa pubblica. E qui giungiamo all’essenza del problema che tante volte abbiamo sollevato ma che adesso vogliamo sottoporre all’attenzione dei nostri lettori in modo esplicito e chiaro: i nostri attuali amministratori non rivelano una cultura politica autenticamente democratica. Ciò non significa, ovviamente, che essi disprezzino la democrazia e che vogliano governare in modo autoritario. Non si tratta infatti di questo. Le motivazioni, come diremo più avanti, sono altre. Intanto, ci sembra doveroso sottolineare che le nostre asserzioni non nascono da alcuna prevenzione o, ancora peggio, dalla nostra fervida fantasia, ma hanno il supporto di fatti incontrovertibili che abbiamo sempre segnalato sulle pagine di questo giornale. Si pensi alla questione del difensore civico, a proposito del quale il sindaco dichiarò che”la società civile non può prevaricare sulla politica”: affermazione totalmente inaccettabile in una società democratica; si ricordi la questione del piano triennale delle opere pubbliche, con la decisione di Torchi di escludere il consiglio comunale dall’incontro con la giunta provinciale; e non si dimentichi il metodo col quale si è giunti all’approvazione del piano particolareggiato per il recupero dell’edilizia popolare di Treppiedi: a tal proposito scrivemmo, su questo stesso giornale, che al dialogo e al confronto erano state preferite l’arroganza e la prepotenza dei numeri. Altro che interlocuzione, signor sindaco! Questi atteggiamenti , naturalmente, non sono soltanto del nostro sindaco: egli è infatti in buona compagnia; si pensi ai nostri rappresentanti nel parlamento nazionale, dei quali più volte abbiamo messo in rilievo certi loro modi di fare politica che non ci piacciono per niente. Il fatto che la Confederazione degli artigiani debba apprendere dalla stampa degli incontri che riguardano la nuova zona artigianale nella parte alta della città contrasta con le più elementari norme del buon senso, e, per quel che riguarda la pubblica amministrazione, rivela un modo davvero strano d’intendere il confronto e la concertazione. Ma, come abbiamo cercato di dimostrare, tale atteggiamento è perfettamente in linea con quelli che hanno finora caratterizzato l’agire dell’amministrazione Torchi. Quali allora le motivazioni di una politica così carente sotto il profilo della cultura democratica? Le cause sono ovviamente molteplici, ma a noi sembra che una sia particolarmente palese e determinante: una causa che trascende la piccola dimensione modicana, giacchè si riferisce a un dato oggettivo che riguarda la riflessione filosofica sulla politica; tale causa è da individuare nella politica come professione. La maggior parte degli amministratori, non soltanto quelli modicani, naturalmente, sono cresciuti nelle segreterie politiche: dalle piccole e insignificanti mansioni sono passati via via a quelle più impegnative, e da quelle segreterie hanno poi spiccato il volo verso traguardi ambiziosi e gratificanti. Quello è stato il loro mondo: un mondo dove non si legge Voltaire o Locke e dal quale le regole democratiche sono drasticamente bandite. Non può certo attecchire e crescere, nelle segreterie politiche, l’idea della politica come servizio e come confronto dialettico. In quelle stanze, fra intrighi e clientele, si elabora un’idea della politica come potere da gestire e da conservare. Se gli amministratori pubblici provenissero da altri ambienti, altri sarebbero, probabilmente, i loro atteggiamenti e ben diversa la loro cultura politica. Ma questo è un discorso che, per evidenti motivi di spazio, non possiamo affrontare in questa sede,
per tale motivo ci riserviamo di tornarci su, eventualmente, in un’altra occasione.
Giuseppe Ascenzo La Pagina 28.10.2004
I nostri amministratori, ancora una volta, hanno dimostrato di non possedere una cultura politica all’altezza del ruolo che ricoprono: è di questi giorni, infatti, la notizia che il nostro sindaco e il presidente del consiglio comunale hanno organizzato un vertice sulla futura zona artigianale di Modica alta, non invitandovi, però, la Confederazione degli artigiani, provocando il giusto risentimento dei rappresentanti dell’organizzazione di categoria, che adesso minacciano d’interrompere il rapporto di collaborazione con il Comune. Al nostro sindaco, il quale dev’ essersi infatuato del termine “interlocuzione”, visto che ne fà largo uso, per la verità anche eccessivo, ci permettiamo di ricordare l’importanza della coerenza tra il dire e il fare, e che tale sostantivo significa confronto e dialogo: si tratta, pertanto, di categorie imprescindibili nell’amministrazione della cosa pubblica. E qui giungiamo all’essenza del problema che tante volte abbiamo sollevato ma che adesso vogliamo sottoporre all’attenzione dei nostri lettori in modo esplicito e chiaro: i nostri attuali amministratori non rivelano una cultura politica autenticamente democratica. Ciò non significa, ovviamente, che essi disprezzino la democrazia e che vogliano governare in modo autoritario. Non si tratta infatti di questo. Le motivazioni, come diremo più avanti, sono altre. Intanto, ci sembra doveroso sottolineare che le nostre asserzioni non nascono da alcuna prevenzione o, ancora peggio, dalla nostra fervida fantasia, ma hanno il supporto di fatti incontrovertibili che abbiamo sempre segnalato sulle pagine di questo giornale. Si pensi alla questione del difensore civico, a proposito del quale il sindaco dichiarò che”la società civile non può prevaricare sulla politica”: affermazione totalmente inaccettabile in una società democratica; si ricordi la questione del piano triennale delle opere pubbliche, con la decisione di Torchi di escludere il consiglio comunale dall’incontro con la giunta provinciale; e non si dimentichi il metodo col quale si è giunti all’approvazione del piano particolareggiato per il recupero dell’edilizia popolare di Treppiedi: a tal proposito scrivemmo, su questo stesso giornale, che al dialogo e al confronto erano state preferite l’arroganza e la prepotenza dei numeri. Altro che interlocuzione, signor sindaco! Questi atteggiamenti , naturalmente, non sono soltanto del nostro sindaco: egli è infatti in buona compagnia; si pensi ai nostri rappresentanti nel parlamento nazionale, dei quali più volte abbiamo messo in rilievo certi loro modi di fare politica che non ci piacciono per niente. Il fatto che la Confederazione degli artigiani debba apprendere dalla stampa degli incontri che riguardano la nuova zona artigianale nella parte alta della città contrasta con le più elementari norme del buon senso, e, per quel che riguarda la pubblica amministrazione, rivela un modo davvero strano d’intendere il confronto e la concertazione. Ma, come abbiamo cercato di dimostrare, tale atteggiamento è perfettamente in linea con quelli che hanno finora caratterizzato l’agire dell’amministrazione Torchi. Quali allora le motivazioni di una politica così carente sotto il profilo della cultura democratica? Le cause sono ovviamente molteplici, ma a noi sembra che una sia particolarmente palese e determinante: una causa che trascende la piccola dimensione modicana, giacchè si riferisce a un dato oggettivo che riguarda la riflessione filosofica sulla politica; tale causa è da individuare nella politica come professione. La maggior parte degli amministratori, non soltanto quelli modicani, naturalmente, sono cresciuti nelle segreterie politiche: dalle piccole e insignificanti mansioni sono passati via via a quelle più impegnative, e da quelle segreterie hanno poi spiccato il volo verso traguardi ambiziosi e gratificanti. Quello è stato il loro mondo: un mondo dove non si legge Voltaire o Locke e dal quale le regole democratiche sono drasticamente bandite. Non può certo attecchire e crescere, nelle segreterie politiche, l’idea della politica come servizio e come confronto dialettico. In quelle stanze, fra intrighi e clientele, si elabora un’idea della politica come potere da gestire e da conservare. Se gli amministratori pubblici provenissero da altri ambienti, altri sarebbero, probabilmente, i loro atteggiamenti e ben diversa la loro cultura politica. Ma questo è un discorso che, per evidenti motivi di spazio, non possiamo affrontare in questa sede,
per tale motivo ci riserviamo di tornarci su, eventualmente, in un’altra occasione.
Giuseppe Ascenzo La Pagina 28.10.2004