I BUONI E I CATTIVI


 

Le ultime vicende legate alle dichiarazioni di Alemanno e La Russa sulle leggi razziali del ’38 e sui ragazzi di Salò mi hanno fatto tornare in mente la rabbia e il tormento che anche caratterizzarono il mio impegno politico negli anni del Liceo, prima, e dell’Università, dopo. Furono gli anni in cui presi piena consapevolezza di vivere in un Paese di opportunisti e voltagabbana, e, soprattutto, di appartenere ad un popolo afflitto da una insopportabile disposizione al manicheismo, che è intellettualmente fragile quando è connesso alla concezione  della vita e alla visione del mondo, abietto e spregevole quando diventa criterio per selezionare i morti, e separare in tal modo i buoni dai cattivi. Ricordo, come fosse adesso, gli studenti e gli operai “ uniti nella lotta” dar vita a interminabili cortei per gridare forte la loro indignazione – che era ovviamente giusta -  per la morte di qualche giovane di sinistra, che ci aveva rimesso la pelle in uno dei tanti scontri frontali, allora molto frequenti, con le forze dell’ordine e coi giovani missini.
L’Italia intera si fermava; nelle scuole e nelle fabbriche, studenti e operai in sciopero davano vita a comizi infuocati, denunciando i poliziotti “servi dei padroni” e  i ragazzi di destra “assassini”.
Ondate di sdegno si levavano da ogni parte d’Italia, e cominciava, in televisione e sui giornali, l’interminabile sequela dei dibattiti e delle inchieste sulle immancabili “trame nere”, mentre i “democratici” comitati studenteschi dei licei e delle università rendevano impossibile la vita a chi non sopportava l’eskimo e non si abbeverava al verbo marxiano, quotidianamente diffuso sul giornale del PCI. A questo ricordo, però, se ne aggiunge un altro: è quello del giovane Sergio Ramelli, morto col cranio spappolato dalle spranghe “ democratiche e antifasciste” di qualcuno che non sopportava l’idea che qualcun altro potesse pensarla in modo diverso dal suo; ricordo il rogo di Primavalle, con due bambini carbonizzati: pagavano la colpa di avere un padre che aveva osato non appartenere alla “triplice sindacale” – democratica e antifascista, ovviamente – e, cosa ancora più ignominiosa, aveva avuto l’ardire di militare in un sindacato di destra.
Mi tornano i brividi quando penso che davanti a quei morti – ne ho citati tre, ma furono tantissimi – l’Italia continuava tranquillamente a lavorare e produrre; nelle scuole e nelle università ai  ragazzi di destra non venivano concessi il tempo e gli spazi per commemorarli; la stragrande maggioranza degli studenti si accomodava serenamente in classe con la superficialità e l’insensibilità tipica degli utili idioti; gli operai si recavano nei cantieri e nelle fabbriche come se nulla fosse successo e gli abitanti delle nostre città non venivano disturbati da chiassosi e fastidiosi cortei.
A riportare la mia mente a quegli anni politicamente difficili – per altri aspetti, ovviamente, meravigliosi, come solo sanno essere gli anni dell’adolescenza e della gioventù -  sono state, come ho detto all’inizio di queste mie considerazioni, le affermazioni di La Russa che ha reso omaggio ai ragazzi di Salò e quelle di Alemanno che ha giustamente affermato che le leggi razziali furono il “male assoluto” ma non tutto il Fascismo.
Apriti cielo! Gli antifascisti in servizio permanente effettivo ( anche quelli che nel Ventennio furono fascisti fino al midollo: ormai son rimasti in pochi, per l’ineluttabile trascorrere del tempo)
hanno immediatamente lanciato anatemi e scomuniche, perché non è tollerabile che nel parlamento italiano – quello stesso in cui sedette Cicciolina e siedono deputati e senatori corrotti e in odor di mafia -  possa esserci qualcuno che osa vedere qualche, e sottolineo qualche, aspetto positivo nel ventennio fascista o in quei ragazzi di Salò che morirono per un ideale che in buona fede ritenevano giusto.
Bene ha fatto Roberto Menia, sottosegretario all’ambiente, a dire che è ora di smetterla di fare alla destra “gli esami del sangue” e a portare il suo personale esempio di figlio di un’esule istriana e a chiedersi chi stava dalla parte sbagliata: i volontari della RSI che difendevano Trieste e l’Istria o i partigiani che si macchiavano dell’infamia delle foibe?
Ancora una volta questo disgraziato Paese è vittima del suo endemico doppiopesismo.
Mai qualcuno che abbia chiesto – prima che le ultime elezioni li facessero scomparire dal parlamento – simili “analisi” ai vari Bertinotti, Cossutta e Diliberto. I figlioletti di Stalin e Pol Pot e gli amici di Castro potevano tranquillamente occupare gli scranni del parlamento nazionale e, con una buona dose di sfacciataggine, impartire lezioni di democrazia e dichiararsi fedeli servitori della Costituzione.
Per gli ammiratori e i seguaci di quei carnefici non è mai stata chiesta nessuna abiura ed hanno potuto pontificare, in questi anni, sul sacro valore della libertà.
Ritengo che sul Fascismo valgano le considerazioni che lo storico Ernst Nolte fece sul Nazismo: è un passato che non passa, che non soggiace ad alcun processo di indebolimento e di dissoluzione, “
ma sembra, al contrario, diventare sempre più vivo e vigoroso: non come modello bensì come spauracchio, come passato che si pone come presente o che pende sul presente come una mannaia”. Ovviamente, questa affermazione di Nolte ha una valenza storica assai profonda e un significato molto complesso e non è certo questa la sede per affrontarli. Coscientemente, quindi, la utilizzo in modo superficiale, affermando che in Italia per troppo tempo molti hanno avuto interesse a fare del Fascismo un passato che non passa, avendo costruito sull’antifascimo – dopo aver pensato e agito da fascisti durante il Ventennio – brillanti carriere politiche e ingenti fortune economiche.
I loro eredi perseverano a tenerlo in vita per altri scopi: evidentemente, senza contrapporsi ad un nemico – anche se questo si è estinto sessant’anni fa - faticano a trovare una loro identità e non sono capaci di consegnare alla storia ciò che a questa appartiene: si continua a guardare al passato perché si è incapaci di progettare  il futuro.
Ciò che provoca avvilimento, in tutta questa vicenda, è che dopo trent’anni io sia ancora qui a chiedermi perché il mio Paese, nonostante il suo passato e la sua storia,  non riesca a conquistare la serenità e la maturità, e ad essere veramente civile.
Sulle abiure di Fini e sui suoi colonnelli, costretti a ritrattare le loro affermazioni nel giro di poche ore, non mi soffermo: è una storia moralmente triste e malinconica; politicamente e storicamente oscena.

 

 

La Pagina, 28 Settembre 2008