UN DOLORE CHE PARLA DA SOLO
La vicenda di Mariangela Basile – la ragazza modicana colpita da emorragia cerebrale lo scorso Luglio e che durante il periodo in cui è stata in coma ha partorito la bambina che portava in grembo quando fu colpita dall’improvviso malore - ha suscitato in noi delle riflessioni contrastanti: da un lato, un sentimento di letizia per una vita che nasce e per un’altra che probabilmente sarà salvata, dall’altro, una grande amarezza per il modo a dir poco disinvolto col quale l’intera vicenda è stata gestita dai mezzi di comunicazione di massa, e per il fatto che, a quanto pare, essa potrebbe inoltre non sfuggire agli onnipresenti tentacoli della politica.
Stiamo vivendo momenti di sconfinata tristezza e di profonda angoscia per la morte, che ormai ha assunto le tragiche cadenze della quotidianità, di tanti poveri sventurati che perdono la vita e i loro sogni tra i flutti del nostro mare, in quelle notti trascorse all’addiaccio, aggrappati a una speranza che troppe volte si rivela una drammatica utopia. E’ difficile persino immaginare quanta disperazione possa segnare il volto di un padre o di una madre nell’affidare al mare i corpi dei loro piccoli, uccisi dal freddo e dall’affanno; lo strazio del vederli sempre più minuscoli e lontani e poi sparire, inghiottiti dalle onde.
E non è certo meno triste ed angosciosa la morte di tanti innocenti che pagano colpe mai commesse, mentre gli assassini, in giacca e cravatta, pianificano i loro orrori, trasformando il nostro pianeta in una gigantesca polveriera che dilania i corpi delle vittime e lo spirito dei sopravvissuti.
I fanatici del vicino Oriente hanno l’ardire di chiamare noi infedeli, loro che ammazzano nel nome di Dio, elevandosi, in tal modo, al più alto grado di empietà: essi non sono poi così diversi dal quel signore che abita la Casa Bianca, che prega un altro Dio, e non arrossisce di vergogna nel seminare odio e distruzione, per debellare i quali quel Dio in cui lui crede si fece uomo e prese su di sé le scelleratezze dell’umanità. Anche per lui la vita umana vale assai meno d’un pozzo di petrolio e dei suoi folli progetti di diventare la sentinella del pianeta. Anch’egli contribuisce, come tutti noi, a seminare orrore e morte: dev’essere chiaro, infatti, che ciascuno di noi porta su di sé il pesante fardello di un’ infame responsabilità; troppo comodo dimenticare che il benessere dell’Occidente evoluto ed opulento – e dunque il nostro benessere – è costruito sul sangue degli innocenti, di coloro che muoiono, per il nostro egoismo, annientati dalla fame e dalla malattia.
Alla luce di questi drammi dalle dimensioni planetarie, è legittimo chiedersi come sia possibile che i mass media dedichino uno spazio così grande alla vicenda della nostra concittadina: quanto detto potrebbe far pensare ad un nostro atteggiamento di indifferenza nei confronti suoi e della sua famiglia; non è così, ovviamente! Anzi, le nostre considerazioni nascono dal senso di rispetto e di pudore verso la sofferenza di ogni essere umano e pertanto anche nei confronti di Mariangela, e siamo sinceramente lieti che la situazione si stia evolvendo in modo positivo. Il nostro vuole solo essere un tentativo di mettere in guardia lei e la sua famiglia. Probabilmente hanno già capito, ma noi abbiamo deciso di far sentire ugualmente la nostra voce, anche se, come sovente accade, non canta all’unisono con le altre.
Viviamo in un’epoca che non si fa scrupolo di spettacolarizzare tutto, persino la sofferenza e il dolore e non vorremo trovarci nei panni di Mariangela e della sua famiglia quando scopriranno di essere state vittime di un meccanismo micidiale che si fa beffe della sofferenza altrui, e pertanto anche della loro. Noi non abbiamo difficoltà a credere alla buona fede dei dirigenti dell’Ospedale Garibaldi di Catania e del primario di Rianimazione Sergio Pintaudi (anche se non abbiamo condiviso le sue molte foto e le sue tante interviste), ma il positivo ritorno in termini di immagine ci sembra evidentissimo, anche per la risonanza che il fatto ha avuto a livello nazionale. Si può essere mossi dalle più nobili finalità – ed è sicuramente il caso di Pintaudi e di tutto il personale medico del Garibaldi coinvolto in questa vicenda – ma se esiste anche il minimo dubbio che si possano trarre dei vantaggi, sebbene involontariamente, dalla sofferenza altrui, occorre abbandonare, senza alcuna esitazione, ogni forma di sovraesposizione mediatica.
Parimenti, non abbiamo difficoltà a credere alla buona fede del nostro Sindaco, il quale ha già dichiarato che, per il ritorno a casa di Mariangela, sarà organizzata una grande festa cittadina a Piazza Matteotti. A noi che non condividiamo l’attività politica di Torchi farebbe anche comodo che il Sindaco ne fosse il promotore, perché siamo sicuri che ciò darebbe un ulteriore impulso alla sua già calante popolarità; ma, dinanzi a vicende che coinvolgono i sentimenti più profondi della persona, mandiamo volentieri a quel paese i nostri calcoli politici, e consigliamo vivamente al sindaco Torchi di astenersi da tale iniziativa. Noi crediamo alla sua buona fede, ma questa non lo salverà dall’accusa di strumentalizzare una vicenda che, per sua natura, deve rimanere nella sfera del privato, e non gli risparmierà le critiche dei soliti malpensanti che interpreteranno il tutto come l’occasione per garantire ai politici l’ennesima passerella, che, in un caso come questo, sarebbe stigmatizzata, giustamente, con comprensibile veemenza.
Alla famiglia di Mariangela vorremmo suggerire di non andare ad alcuna manifestazione e le auguriamo, di tutto cuore, di poter vivere nella calda e accogliente intimità familiare il loro momento di ritrovata serenità.
Per quanto ci riguarda, ci sembra alquanto significativo concludere queste nostre riflessioni con le considerazioni di una collega della sfortunata commessa modicana, perché ci sono sembrate le più assennate in quest’oceano di retorica con la quale i mass-media hanno condito una vicenda che andava trattata con più rispetto e discrezione: “E’ troppo grande il dolore che abbiamo provato, un dolore che parla da solo e sul quale non sono necessari commenti”.
L’AMMALATO-CLIENTE E L’OSPEDALE-AZIENDA
Nello scorso mese di Agosto, un’altra “perla” si è aggiunta alla collezione degli eventi degradanti e delle scelte inique che stanno annientando la nostra città, nella colpevole indifferenza dei modicani, sui quali, purtroppo, sembra aver sortito i suoi malefici effetti la narcosi, cui, da qualche tempo, sono sottoposti in modo subdolo e costante. Come se non bastasse la politica negligente del Sindaco e dei suoi assessori – in modo particolare di quello cui è stata imprudentemente affidata la gestione del traffico – adesso dobbiamo anche sopportare le gravi decisioni, forse prese con eccessiva disinvoltura, del dottor Manno, ossia di colui che ha in mano la sanità iblea. La sua disposizione di effettuare gli interventi di protesi solo agli “utenti” residenti in provincia è di quelle che lasciano interdetti coloro che non si sono ancora rassegnati a considerare le strutture sanitarie delle aziende e che ritengono avvilente misurare con le percentuali le attività mediche e i pazienti,
che dovrebbero essere considerati, invece, con ben altre categorie. La decisione di Manno è lo specchio del decadimento del nostro Paese e della nostra città: precludere alcuni servizi ai cittadini residenti fuori provincia è un atto biasimevole, non soltanto perché contrasta con lo spirito di accoglienza e di solidarietà che ha sempre contraddistinto la nostra città, e, più in generale, un po’ tutta la nostra provincia, ma anche, e soprattutto, perché produce una discriminazione che, se può andar bene per il popolo della Lega Nord, mal si concilia con la tradizionale ospitalità di noi siciliani. Si tratta, pertanto, di una scelta infelice sotto il profilo etico e sociale; per tale motivo condividiamo pienamente le osservazioni del dottor Russo, primario del reparto ortopedico del nosocomio modicano, il quale ha messo bene in evidenza la situazione paradossale e sgradevole nella quale verrebbe a trovarsi qualora fosse costretto a chiedere il certificato di residenza prima di visitare un paziente.
L’Italia si è finalmente liberata del politico-manager che l’ha ingannata per cinque anni con false promesse; che avrebbe dovuto modernizzare il Paese promuovendone la crescita finanziaria e infrastrutturale e che aveva assicurato il miglioramento delle condizioni economiche di noi italiani:
ciò che è invece vertiginosamente cresciuto è il volume di affari delle sue aziende e ciò che è drammaticamente diminuita è la credibilità internazionale dell’Italia. Ci siamo liberati di colui che definiva la sua Patria un’azienda e che progettava di guidare con spirito aziendale persino la Scuola, ossia l’ultimo baluardo a difesa di quei valori umani e culturali sui quali è nata la nostra civiltà e che ci consentono ancora di possedere una nostra specifica identità. Ce ne siamo liberati a Roma ma non a Palermo: la decisione di Manno, infatti, è la logica conseguenza dello spirito liberista e dell’esasperato economismo che aleggia nelle stanze dell’inquisito Cuffaro e dei suoi assessori; di Roberto Lagalla, nella fattispecie; cui è stata affidata la sanità siciliana.
Dopo aver sperperato il pubblico denaro, il nostro governo regionale, anziché porre un freno al proliferare di alti dirigenti regionali con stipendi esorbitanti e cercare di sanare il bilancio bloccando il fiume di denaro che alimenta la piaga del clientelismo, non trova di meglio che colpire la sanità pubblica - tagliando i posti letto e mettendo a rischio servizi di vitale importanza come la risonanza magnetica – mentre per anni certe cliniche private hanno goduto di rimborsi stratosferici.
Speravamo che le disavventure giudiziarie nelle quali è coinvolto avessero indotto il nostro Governatore a tenere atteggiamenti più cauti in materia di sanità, ed invece persevera, come se nulla fosse, nelle sue discutibili scelte; è dello scorso mese di Giugno, infatti, un suo decreto che autorizza la creazione di 375 posti letto per la riabilitazione nelle cliniche private, soprattutto, guarda caso, nel palermitano e nell’agrigentino: per la sanità pubblica non c’è una lira e si tagliano i servizi, per quella privata si spenderanno tra i 50 e gli 80 milioni di euro all’anno.
Manno ed Elia – quest’ultimo direttore sanitario dell’Ospedale” Maggiore” di Modica – hanno dovuto adeguarsi agli ordini provenienti da Palermo, ma sentire un direttore sanitario che elenca dati statistici e che parla del “suo”Ospedale come di un’azienda che deve operare in maniera sana attraverso un oculato controllo del bilancio, ci preoccupa, e non poco.
Qui non sono in discussione, ovviamente, le doti umane e professionali delle persone, sulle quali non ci permettiamo di esprimere giudizi, ma è il tipo di mentalità oggi diffusa nell’ambiente medico e sanitario che ci preoccupa. E’ evidente che coloro i quali occupano posizioni dirigenziali debbano anche far quadrare i bilanci, ma ridurre la sanità ad una sorta d’impresa fatta di costi, prestazioni, spese e guadagni, è deplorevole dal punto di vista morale e umano.
Il risparmio è doveroso, ma lo si faccia senza operare discriminazioni e senza danneggiare gli ammalati; si potrebbe cominciare, ad esempio, con l’abbassare gli stipendi di manager, direttori sanitari, primari e medici ospedalieri, il cui salario è doppio, e talvolta addirittura triplo, rispetto a quello di altri professionisti.
Discriminare i pazienti sulla base di un certificato, quello di residenza, e il chiamare “ utenti” gli ammalati è la logica conseguenza della crisi ideale che attanaglia l’Occidente, che ha smarrito il senso della sacralità della vita ed ha reciso i legami con le sue radici, sia quelle laiche ( la civiltà greco-latina) sia quelle religiose (la spiritualità ebraico-cristiana); è il prodotto di una mentalità aziendalistica e ragionieristica che ha invaso persino le corsie degli ospedali, trasformando l’ammalato in un cliente: una pedina, senz’anima e senza dignità, su una scacchiera fatta di numeri e di fredda contabilità.