Come e perché è nata l'idea di scrivere questo libro.
In tanti anni di attività giornalistica accade di elaborare articoli destinati ad esaurirsi nei tempi brevi ed altri che vanno oltre le notizie che li hanno stimolati per assumere una validità “permanente”. Da ciò l’idea iniziale di raccogliere in un unico libro il “meglio” della mia più che decennale attività pubblicistica svolta in alcune testate locali ma prevalentemente su il “Dialogo” con la rubrica “Carta bianca”. Mi sollecitava anche il desiderio culturale di dare a tale materiale un senso più organico capace di farsi visione del mondo.
Ma ciò che ha più delle altre motivazioni sollecitato la realizzazione di questo libello sono stati i libri scritti dai professori Saverio Terranova e Domenico Pisana perché mi sono accorto che quanto io avevo scritto era capace di spiegare quanto i due professori per varie ragioni non avevano ritenuto o deciso di scrivere.
Infatti, con riferimento ai canoni della storiografia, secondo i quali la storia è un metodo che insegna a chiedersi la ragione dei fatti, le pubblicazioni dei due studiosi non sono una ricerca storica ma una raccolta di materiale ad essa propedeutica: pregevolissime “cronologie” che raccogliendo in maniera ordinata, risultati elettorali, composizioni dei vari consigli comunali, forze politiche e politici che si sono succeduti nel governo della città, nonché principali avvenimenti, diventano fondamentali ed utilissimi strumenti per chi voglia scrivere la storia di Modica di questo dopoguerra; sono testi che non possono mancare nelle biblioteche personali dei modicani, nello scaffale delle enciclopedie dei Dizionari, dei “libri dei fatti”, degli annuari e delle rassegne stampa annotate più che accanto ai saggi storici.
Il lavoro del Terranova risente del fatto che l’autore avendo avuto un importante ruolo nelle vicende narrate presenta, in linea con il personaggio, fin troppo evidenti fini agiografici.
Il Pisana, invece, libero da questo tipo di condizionamenti ha il pregio di inserire qualche valutazione di carattere generale che, però non mostra ambizioni di carattere storico.
Ne è consapevole il Pisana il quale scrive che il suo intento non è “ quello di scrivere un libro di storia. Questo compito dovrà essere affidato, in un domani più lontano, agli storici di professione”. (pag.16). Questa “qualità” viene anche confermata da Angelo Di Natale, nella sua Prefazione attribuendo al libro di Pisana il merito di essere “un tentativo di recuperare la memoria di vicende le quali, spesso, anche se relativamente vicine nel tempo, dal circuito della rappresentazione giornalistica mediata e dal sentire sociale corrente per sua natura emotivo e inafferrabile approdano al patrimonio di consapevolezza comune in maniera parziale, frammentario e non di rado falsato”.(pag.6)
Leggendoli ho notato che affiancando alle “cronologie” dei fatti le mie considerazioni, quest’ultime si liberavano totalmente degli spunti di vita politica ed amministrativa e dei personaggi politici che li avevano ispirati per trovare nuovi e più organici collegamenti concettuali.
Ma lo stimolo decisivo a scrivere questo libro l’ho ricevuto dall’inaccettabile invito che fa il Pisana quando scrive che “le istituzioni affidino l’incarico a storici e studiosi, affinché si cimentino in un lavoro di ricerca” (pag 17).
Infatti. La migliore storia è quella che si forma percorrendo un processo storico autonomo e libero che studia tutti i contributi, nessuno escluso, confutandoli, accettandoli, dimostrandone la coerenza reciproca verificandone i rapporti di causa ed effetto non omettendo mai di indicare documenti, fatti ed episodi specie quelli non in sintonia con i propri giudizi complessivi.
L’idea che la storia sia stata sempre scritta dai vincitori è divenuta oggetto di attenta riflessione ed attenzione. Basta osservare la grande credibilità che sta assumendo l’enorme letteratura storica, revisionista, prodotta in questi ultimi decenni specie sulla seconda guerra mondiale, sul fascismo, sulla “democrazia” dei soviet e dei suoi gulag, su Mussolini e, ultimamente, sull’unificazione d’Italia.
Nella storia umana i vincitori esistono anche in tempo di pace ecco perché l’invito del Pisana diviene un chiaro ed evidente tentativo di far scrivere la storia al Potere cioè ai vincitori: il Pisana ci propone la storia scritta con delibera comunale.
Per un uomo libero, definire disdicevole questa proposta è un dovere. In ordine allo schema di una ipotetica delibera comunale sarebbe interessante scoprire i nomi degli autorevoli storici locali cui assegnare l’incarico e quali dovrebbero essere gli artifici intellettuali e linguistici da adottare per rendere la delibera del consiglio comunale diversa rispetto alle “veline” del MinCulPop fascista.
Pisana già ci dà un segno di come potrebbe essere redatta una simile delibera scrivendo che “sono loro (storici professionisti ndr) che devono scrivere una storia della città” e, come ogni buona velina che pretende di essere rispettata, aggiunge che gli storici professionisti incaricati “devono dar vita ad un testo organico, complessivo, diviso in tomi e periodi, dove tutti i processi economici, politici, culturali, religiosi, urbanistici, sanitari siano analizzati nella loro profondità per tracciare il cammino di questa città d’arte che tutti ci invidiano” (pag 16). Quando sarà il momento ci indicherà la grammatura della carta, il titolo il sottotitolo, la quantità di pagine la irrinunciabilità alla sovra copertina, alla carta patinata e magari la dedica: “…all’on. Nino Avola , insigne democristiano ed indimenticabile Assessore alla cultura della Regione Sicilia”. (Dialogo novembre 2010)
Ovviamente queste sollecitazioni traevano la loro forza e determinazione dalla struttura portante della mia visione del mondo formatasi sulle letture di Evola, Spengler e Guenon, temperate da una speciale mia formazione scolastica, Geometra laureato in Scienze politiche, affiancata da una interiormente appagante acquisizione dei principi e stile militare acquisiti in Accademia militare ed applicati nell’attività professionale, che mi ha definitivamente posizionato nel principio Mussoliniano secondo il quale “La cultura che non si trasforma in prassi diviene semplice masturbazione intellettuale.”
La conseguenza è il mio disagio, per non dire disprezzo ed avversione, nei confronti del politichese, del parlare senza metodo, senza spirito operativo e senza la cultura dei risultati, senza la pianificazione e senza sottoporre le decisioni alle regole del processo decisionale che pur vengono studiate nelle migliori università.
E’ in questo humus che si sono “innestati” alcuni momenti particolari che hanno acquistato la qualità di strumento operativo, una sorta di risposta ad un personale “Che fare?” che ogni uno di noi si arrovella di definire nella sua attività orientata ad inverare in un modello operativo la visione del mondo posseduta..
Da quando Pino Rauti oppose, alla politica almirantiana la mozione politica “Andare oltre” il mio “Che fare?” ha cominciato a prendere forma. “Andare oltre”: oltre ha una sua intrinseca natura trasgressiva che soddisfa la componente anarchica che pervade la cultura della Destra Tradizionale ed ha una fortissima carica operativa. Essa, infatti suggerisce di cercare la verità dietro ciò che appare che spesso è inquinato da passioni ed interessi anche malavitosi, incivili e bestiali dell’uomo. Andare oltre significa anche privilegiare la metafisica, la meta politica, la metastoria.
Si provi ad andare oltre le dichiarazioni e le veline dei politici e governanti; Si provi ad andare oltre le dichiarazioni dei supporter del calcio miliardario; Si provi ad andare oltre…
Ogni comportamento, ogni dichiarazione, ogni programma ha nell’immediato il valore di una manifestazione di intenti; ma ciò che dà loro un senso ed un valore è il loro collegamento in un diretto rapporto di causa ad effetto con i risultati raggiunti e stabilizzati.
Le cronologie dei due professori danno cognizione dei fatti accaduti che però nel loro succedersi dicono o nulla andando di poco oltre la semplice e spicciola cronaca.
Noi viviamo tempi particolari caratterizzati da grandissima presunzione in cui si confonde la cultura con la conoscenza. L’alluvione di informazione ridondante, non riflettuta ingenera la falsa idea di sapere intendere di tutto … di scienze, di medicina e … di storia. Ciò crea un clima particolare in cui chi cerca di razionalizzare ed ordinare questo gigantesco mare di informazioni diviene uno storico di professione anziché quello che è effettivamente: professionista dell’archiviazione ordinata di informazioni ovvero colui che favorisce esercizi di verifica realizzando apparati iconografici, mappature, glossari, sintesi "estreme"... il tutto per agevolare, invogliare, semplificare ecc.
Le comparse democristiane, i voltagabbana e gli avversari veri e finti di questi quadretti di famiglia, nella descrizione dei due autori si susseguono come maschere di fuori scena del potere da decifrare che non si vedono e non sono mai stati raccontati ma che decidono, fa politica e piegano le leggi ad indefinibili interessi.
Dall'assenza di processi politici normali si avverte la presenza di un progetto orchestrato da forze estranee alla politica, un "dietro le quinte" che autorizza a pensare che esiste una dimensione invisibile della storia modicana.
Le scene descritte dal Terranova sembrano quell'altrove cui si riferiva Leonardo Sciascia quando scriveva “Il potere non è nel Consiglio comunale [...]. Il potere è sempre altrove.”
Questa sciasciana e fondatissima supposizione ci fa pensare l'utilità di un raffronto, con criterio di pura esegesi, dei metodi della politica con quelli che Falcone e Borsellino hanno descritto come peculiari delle strutture mafiose.