Da reperti archeologici, costituiti da statuette votive, ritrovati in tombe etrusche si sa che fin dall’antichità i neonati erano strettamente fasciati. La desueta fasciatura tradizionale del neonato, pur essendo tanto antica da perdersi nella notte dei tempi, non ha subito delle varianti di rilievo via via apportate dalle esigenze e dalle stravaganze della moda.
In periodo medievale il bambino è avvolto in un panno di lino (o di altro tessuto per i ceti meno abbienti) e poi in un drappo di lana, il tutto bloccato da un nastro.
Nel XVI secolo il neonato viene fasciato strettamente come una piccola mummia costituendo un’abitudine comune che, a seconda della classe sociale di appartenenza, varia dalla ricchezza delle fasce. Una doppia fasciatura dalle spalle ai piedi permette al bambino di muovere solo la testa. Così facendo si sarebbe ottenuta la sua crescita in maniera diritta e robusta.
Anche nel XVII secolo, l’operazione della fasciatura, cui il piccolo viene sottoposto, sembra essere dettata dal principio di salvaguardare la forma delle membra (considerate alquanto fragili) o di rimediare ad eventuali danni prodotti durante il parto. A fasciatura ultimata il neonato, con il viso scoperto, deve risultare sufficientemente rigido da poter essere sollevato e spostato senza che nessun membro possa essere piegato. In una fase successiva le braccia possono essere liberate quasi contemporaneamente mentre la restante parte del corpo deve rimanere racchiusa ancora per diverso tempo nel rigido involucro delle fasce.
La consuetudine di fasciare i neonati si perpetua nel tempo in maniera tale da risultare ancora diffusa e radicata fino ai primi anni del ‘900. Tale pratica è documentata – intorno ai primi decenni del secolo scorso - dal Pitrè quando segnala che “in più di due terzi della Sicilia”, compreso il circondario di Modica, “serbano l’uso di mettere prigioniero tra le tenaci fasce il neonato e di ficcare in una delle ripiegature della fasciatura l'Abbizzè” – a,b,c, - “o Buzzeu o Santa Cruci”, un libricino di poche pagine con immagini, segni e preghiere, la cui funzione è quella di avere “molte virtù e preserva, chi lo ha addosso, di qualche maleficio possibile”
E’ necessario giungere a circa mezzo secolo fa affinché la moderna puericultura possa mettere al bando il tradizionale bendaggio proponendo nuovi indirizzi.
Giuseppe Nativo
-Bibliografia:
-1) G. Pitrè, “Usi e costumi (credenze e pregiudizi del popolo siciliano)”, rist. anastatica, Gruppo Edit. Brancato-Clio-Biesse-Nuova Bietti, Catania, 1993, Vol.II;
-2) G. Cosmacini, “Storia dell’Ostetricia”, 1, Cilag, Milano-Roma-New York, 1989;
-3) R. Di Lello, “La fasciatura del neonato tra storia e letteratura”, in “Sannio Medica”, nr.4 – ottobre 2001.
Dall’Annunciazione del Gagini
all’iconografia dell’Angelo nell’Arte Medievale
All’interno della Chiesa del Carmine di Modica, in una nicchia della parete sinistra si trova l’opera più significativa di questa chiesa: il gruppo in marmo di Carrara del maestro “marmorario” Antonio Gagini raffigurante l’Annunciazione nella quale si può apprezzare oltre alla figura di una Vergine giovanissima quella di un angelo rappresentato come nella iconografia classica.
Nel corso di quel lunghissimo periodo che gli storici classificano Medioevo la figura dell’Angelo subisce una serie di importanti mutazioni che vengono a determinare la comparsa di variegate iconografie destinate in parte a perpetuarsi nei secoli successivi. Il suo corredo iconografico – frutto di una complessa formazione teologica e filosofica – alle soglie del Medioevo è già fissato nelle linee essenziali. Immaginato come “nunzio celeste”, l’Angelo è rappresentato con le sembianze di un uomo, vestito di dalmatica e pallio, con un maestoso paio d’ali che si notano dietro le spalle. Nel tempo si configurano dei cambiamenti relativi agli elementi di vestiario che iniziano a diversificarsi rispetto al corredo iniziale, dando così origine a diverse tipologie di rappresentazioni che possono molto schematicamente ricondursi a tre gruppi principali : gli “Angeli sacerdote”, gli “Angeli guerrieri” e gli Angeli in veste femminile. L’apporto dato dalla cultura artistica medievale non si limita a questi aspetti, che per lo più rimandano alle diversificate “funzioni” dell’Angelo, ma si estendono all’elaborazione di altre varianti iconografiche nonché all’adozione di ulteriori elementi caratterizzanti da cui si sviluppa l’iconografia angelica poi in parte mutuata dalle culture rinascimentale e barocca. E’ il caso degli “Angeli nuvola” proposti come figure alate sorrette da soffici cuscini di vapore.
Le “angeliche sostanze”, disposte in cerchio come parti integranti delle “Intelligenze motrici” e quindi delle “gerarchie angeliche”, trovano un “divulgatore” di eccezione in Dante Alighieri che così li descrive nella sua “Divina Commedia” (III, canto XXXI, 13-15): ”Le facce tutte avean di fiamma viva, /e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco/ che nulla neve a quel termine arriva”, tentando di delineare l’iconografia delle varie gerarchie angeliche peraltro già elencate da Dionisio l’Aeropagita e da San Gregorio Magno.
Lo sforzo più grande compiuto dalla cultura figurativa medievale è quello di tentare di offrire un’immagine e di chiarire, attraverso l’efficacissimo mezzo letterario e pittorico, quei punti oscuri della natura angelica, stante l’”impalpabilità” della materia.
Particolarmente emblematica risulta quell’iconografia che lega l’Angelo al vento e all’elemento aereo in genere inteso ad esprimere la natura spirituale del messaggero divino. Al di là dei molteplici riferimenti alla Sacra Scrittura, ai testi pseudo dionisiani ed alle innumerevoli speculazioni teologiche, il testo da cui dipende, in parte, tale scelta iconografica di grande suggestione è sicuramente un passo del “Liber sententiarum” (I, X, 19), dove gli Angeli vengono descritti come caratterizzati “(…) da quell’aria che sta più in alto e che indossano come solida forma fatta di cielo (…)”. Tale concezione, poi ripresa anche da Tommaso d’Aquino (“Summa Theologiae”), porta successivamente alla nascita di un’altra iconografia: quella degli “Angeli uccello”. Quest’ultima trova riscontro nel commento di Gerolamo al passo profetico di Isaia (46, 8-11), ove il rapace invocato dall’Oriente è paragonato al Cristo, mentre i suoi Angeli sono paragonati agli uccelli che aleggiano “per tutto il mondo” (“Commentarium in Isaiam”, libb. VIII e X). A tale riguardo è d’obbligo rammentare che gli uccelli sono quelle creature le quali, più delle altre, riescono ad evocare, nell’immaginario collettivo, la figura dell’Angelo.
Altra grande innovazione grafica del Medioevo è quella degli “Angeli musicanti”, rappresentati nell’atto di suonare strumenti musicali. Essi compaiono per offrire agli uomini il dono della musica, riflesso impalpabile di quella che è l’armonia delle “sfere” e del cosmo.
Giuseppe Nativo
Il Tempo catturato
All’interno del Duomo di San Giorgio in Modica, il pavimento marmoreo ospita, lungo tutto il braccio minore, una “meridiana solare” tracciata con eleganza e sapienza nel 1895 dal matematico Armando Perini, direttore dell’osservatorio astronomico ubicato al quartiere Consolo. Un raggio di sole, entrando da un’apposita fessura ricavata nella parete orientale del transetto, sotto la volta, nel corso dell’anno percorre l’ellittica dello zodiaco segnando il mezzogiorno solare. Tale sistema serviva a misurare il tempo.
Calcolare la durata del fluire delle cose, comprendere l’essenza, ordinare gli avvenimenti umani nella dimensione spazio-temporale, costituiscono compiti ai quali l’uomo, da tempo immemorabile, non si è potuto sottrarre sia per ragioni contingenti (appartenenti al suo vivere quotidiano), sia per ragioni più propriamente speculative (dettate da riflessioni filosofiche, teologiche e scientifiche).
Se ai greci si deve la personificazione mitologica del tempo, chiamato “khronos” (antichissima divinità legata al mito della creazione), agli egizi è da attribuire la raffigurazione del tempo nelle sembianze di un serpente che si morde la coda, inteso come simbolo di eternità.
Il più antico sistema conosciuto per “catturare il tempo” è il cosiddetto “gnomone” costituito da un’asta dritta che, grazie all’ombra proiettata sul terreno, permette di determinare l’ora. Dallo gnomone si passa poi alla “meridiana”, costituita da un “quadrante solare” e da uno “stilo” che va inclinato parallelamente all’asse di rotazione della terra, per avere le stesse variazioni d’ombra in qualsiasi località. Questi sistemi non sono abbandonati neppure quando viene inventato il “peso motore” applicato prima agli automi e poi ai primi orologi meccanici: gli “svegliarini”. In quest’ultimi, al contrario di ciò che accade nei nostri orologi, l’ora è segnata da un indice fisso su un “quadrante mobile” che compie un giro di 12 o 24 ore, in corrispondenza delle quali può essere inserito un piolo che giunto alla leva fa scattare la suoneria. Da qui la descrizione dantesca della gloriosa ruota dei beati celesti che si muove “come orologio...tin tin sonando con sì dolce nota…” (Paradiso, X, 139-146).
Suddividere il giorno in 24 ore uguali e stabilirne inizio e fine si rivela un’operazione, a dir poco, ardua: tra i campanili delle chiese e le torri comunali, che battendo i rintocchi sulla campana segnalano ai cittadini l’ora, non corre sempre buon sangue. Il tempo indicato dal “quadrante solare” sulle chiese differisce da quello segnato dagli orologi meccanici che devono subire delle costanti correzioni. Le “ore canoniche” sono più lunghe durante il giorno d’estate e più brevi d’inverno, mentre le torri civiche suddividono 24 ore uguali da tramonto a tramonto.
L’applicazione del meccanismo dello “svegliarino” all’orologio pubblico costituisce una tappa importante anche per consentire al ceto nobile di “catturare” il tempo e “portare” con sé l’indicazione dell’ora.
La “miniaturizzazione” degli orologi inizia alla fine del XV secolo, avviando una produzione dalle forme stravaganti e fantasiose: orologi incassati nelle spade e negli anelli, arricchiti da incisioni e preziose decorazioni. Si afferma poi nella seconda metà del XVI secolo, per praticità, la forma ovale e quella rotonda da “petto” o da “tasca”. Le tasche del Rinascimento non sono certo le nostre, ma piuttosto delle borse in cui si ripongono gli ancora ingombranti e pesanti orologi, contenuti in scatole finemente lavorate, privi di coperchio e con una sola lancetta.
Giuseppe Nativo