Un’iniezione di buon umore in corsia

 

Tre gli ingredienti magici: “Sim Sala Bim”, naso rosso a patata e sorriso. Il buon umore entra in corsia. Questo è quanto recentemente verificatosi presso il reparto di Pediatria dell’azienda ospedaliera “Civile-Ompa” nel corso di un mirabile evento sponsorizzato dalla Provincia Regionale di Ragusa.

Si tratta del progetto di una nuova metodologia terapeutica fatta di gioia, di sorrisi e di amicizia: la “clown-terapia”. La filosofia che anima l’iniziativa implica un approccio olistico alla realtà della malattia vista non come disfunzione di un apparato o come alterazione di questo o di quel parametro ematochimico ma come un’esperienza di vita tanto per il paziente quanto per chi ha il compito di curarlo. Tale approccio non solo impone un cambiamento di prospettive ma introduce il concetto di una nuova figura professionale pronta a dare un’iniezione di buon umore: il “clown dottore” o “dottor sorriso”.

I “clown dottori” sono una nuova realtà della gelotologia, la disciplina che studia (anche) le potenzialità terapeutiche del ridere e del pensiero positivo. Presenti in moltissimi ospedali in tutto il mondo, in Italia la loro opera si estrinseca da vari anni in diversi nosocomi. Il loro operato ha come fine quello di permettere al bambino ospedalizzato di evadere per un momento dalla realtà dell'ambiente ospedaliero, facendogli così ritrovare i punti di riferimento del suo mondo fatto di colori, musica, magia e umorismo. Tutto questo attraverso spettacoli di animazione umoristica e di altro genere, con un unico filo conduttore: tante risate. Vestiti da clown, ma con camici da dottori, si aggirano per i raparti pediatrici a visitare i piccoli pazienti. La loro tecnica si rivela di tipo “artistico” che risulta la più idonea per poter operare, con un rapporto 1/1, in una situazione “estrema” come l’ospedale. Per tale motivo il “clown-dottore” riceve una formazione specifica per interagire, in un ambiente “psicologicamente difficile” e complesso come quello ospedaliero, con il singolo bambino, all’interno della sua rete di relazioni (genitori, personale), anche nello spazio che egli occupa nella degenza (il lettino, la cameretta). Tale formazione prevede nozioni di psicologia dell’età evolutiva, psicologia relazionale, psicologia dell’ospedale, igiene e procedure ospedaliere, gelotologia, nonché, ovviamente, tutta la parte artistica ("morbida" clowneria, microprestidigitazione, microjongleria, improvvisazione teatrale, uso del burattino, ecc…). Diversamente formato l’animatore potrebbe non essere in grado di leggere i segnali emergenti nella situazione specifica in cui si trova ad operare, con il rischio di superdosare (o sottodosare) il proprio intervento, di non finalizzarlo specificamente al tipo di bambino (e al tipo di patologia) che ha di fronte.

Così a portare una ventata di buon umore, tra i piccoli pazienti del Reparto Pediatria dell’Ospedale Civile del capoluogo ibleo, sono stati due medici, il dottor “Sorriso” ed il dottor “Allegria”, i quali, una volta giunti al capezzale di ogni bambino ricoverato, hanno sfoderato il loro talento di improvvisazione e la loro capacità di divertire creando su misura dei piccoli sketch e facendo il possibile per coinvolgere ogni piccolo paziente, naturalmente entro i limiti delle sue possibilità. Un “vagone” di risate, dunque, che ha coinvolto anche i genitori. L’obiettivo della terapia è raggiunto attraverso gli effetti psicologici e biologici del riso. Ridere, infatti, è un esercizio muscolare e respiratorio che permette un fenomeno di purificazione e liberazione delle vie respiratorie superiori. In buona sostanza, ridere è un primo passo verso uno stato di ottimismo che contribuisce a donare gioia di vivere.

Viva soddisfazione, pertanto, ha espresso il dott. Nicolini, primario della Divisione di Pediatria del nosocomio ragusano, a cui si sono aggiunti gli apprezzamenti del direttore del presidio ospedaliero, dott. Pasquale Granata, per l’ottima riuscita dell’iniziativa che ha trovato massima collaborazione anche nel personale medico, infermieristico ed ausiliario. Il Direttore sanitario ha poi commentato come la frase della famosa pedagogista Maria Montessori, “l’attività è gioia e la gioia fa l’effetto di un’iniezione di salute”, ha fatto comprendere quanto sia importante in reparti dedicati ai bambini poter dare la possibilità di continuare a giocare e a sorridere anche quando la vita viene sorpresa da eventi imprevisti e il “mondo del bambino” viene sostituito dal “mondo sanitario”. Giuseppe Nativo

 

Anestesia: problemi e prospettive

 

Nei vari rami della chirurgia, la soppressione temporanea della sensibilità viene realizzata mediante l’uso di particolari farmaci.

Già in epoche antichissime vengono usate con intento anestetico, nel quadro di una medicina empirica, bevande soporifere (per es., la mandragora) oppure manualità quali la compressione delle carotidi. L’anestesia comincia ad acquistare un profilo scientifico con la nascita e i progressi della chimica. L’interventistica, almeno fino alla metà del XIX secolo, richiede grandi abilità e rapidità. Le qualità richieste al chirurgo sono quelle di avere l’occhio dell’aquila, la forza del gigante e la mano di velluto. Tutta la letteratura sul tema, fino all’era dell’anestesia, sottolinea la necessità di manovrare i “ferri” con destrezza onde evitare il più possibile i dolori al paziente e limitare i conseguenti contorcimenti raffrenati a forza da nerboruti assistenti.

La scena inizia a mutare dopo il 1846 con i tentativi, portati a buon fine, di produrre insensibilità al dolore mediante l’inalazione di gas chimici. Risale al 1956 l’utilizzo del bromoclorotrifluoroetano che trova larga diffusione non solo per la sua potenza che si dimostra superiore a quella dell’etere, ma anche per la rapidità del risveglio del soggetto anestetizzato e per l’assenza di effetti postumi (nausea, vomito). L’utilizzo di altre sostanze anestetiche, tra cui vari preparati non barbiturici per l’anestesia endovenosa, unitamente a nuove tecniche narcotizzanti, hanno permesso al chirurgo, sin dal terzo decennio del secolo scorso, di intervenire, con appropriate manovre invasive, evitando al massimo i casi di eventi infausti (collasso polmonare; etc.).

A tale proposito ci siamo rivolti ad un anestesista, con maturata esperienza sul campo della narcosi, che svolge la sua attività, da oltre sei lustri, presso uno dei nosocomi afferenti alla struttura sanitaria del capoluogo ibleo.

 

-Dott. Figura, dal punto di vista dell’anamnesi, come viene inquadrato il paziente che deve subire un intervento chirurgico con anestesia generale? Esiste un rapporto da instaurare tra paziente e anestesista?

 

Il paziente viene inquadrato all’interno di una scala di rischio A.S.A. (American Society Anestesiologist) per gruppi di patologie collaterali che aumentano il rischio di complicanze (ASA da 1 a 4). In base a tali gradi di rischio (intendendo solo la probabilità statistica di un evento contrario) viene richiesto e raccolto il “consenso informato” del paziente. E’ a mio avviso fondamentale un colloquio preventivo tra paziente e medico Anestesista. Ha il duplice scopo di “legalizzare” il rapporto medico-paziente e di allontanare l’ansia, grande nemica di ogni anestesia.

 

-In genere le preoccupazioni del paziente sono rivolte sull’esito dell’intervento e/o sulle eventuali problematiche insorgenti da trattamento anestetico?

 

Dico sempre, scherzando, ai miei pazienti, di “temere il chirurgo, non l’anestesia”. E’ solo una battuta ma serve a far capire che l’anestesista e l’anestesia sono i migliori amici, gli angeli custodi di quel paziente durante l’atto chirurgico. Il fatto di temere l’anestesia è normale ed è legato a quell’alone di mistero che avvolge tale pratica medica, misconosciuta anche agli addetti ai lavori ma che ha alla sua base  norme scientifiche estremamente rigide e severe.

 

-Si possono verificare casi infausti?

 

Purtroppo come in tutte le pratiche mediche, anche nell’anestesia - anche se tale pratica viene esercitata col massimo di perizia, diligenza e prudenza - vi sono casi infausti. Ciò rientra nella legge dei grandi numeri e della statistica.

 

-Quali prospettive ci riservano le ricerche su nuove tecniche anestetiche?

 

La domanda si collega alla precedente. La ricerca è volta all’ottenimento di farmaci anestetici più sicuri, meno dannosi, più efficaci ed anche meno costosi.

 

 

                                                           Giuseppe Nativo