I doni che i Magi avrebbero portato a Gesù Bambino sono doni simbolici. Diverse le interpretazioni sulle letture dei valori da assegnare a tali regali. L’oro rappresenterebbe la sovranità assoluta di Cristo: il re dei re. L’incenso starebbe a significare la sua natura religiosa: Cristo-sacerdote. La mirra simboleggerebbe la sua morte per la salvezza dell’umanità: sepolcro di Cristo.
Al di là del valore simbolico che la dottrina cattolica assegna a ciascuna delle tre offerte portate in dono a Gesù dai “Magi”, celebrati per il loro valore di dono e di riconoscimento della divinità del Messia (Matteo II, 1-12), oro, incenso e mirra – ad un esame approfondito – sembrano essere dotati di singolari qualità terapeutiche, a dir poco, inaspettate!
In medicina l’oro ha un uso radicato nei tempi antichi. In epoca più recente, Koch, scopritore del bacillo della tubercolosi, lo studiò non solo per la cura della Tbc ma per la terapia del lupus perché si riteneva che avessero entrambe la stessa origine. Attraverso procedure “in vitro” riuscì a dimostrare che l’oro inibiva la replicazione del germe, non riuscendo però a poterlo utilizzare in terapia. Alla fine del XIX secolo, l’uso dei sali d’oro, nei casi di “artrite reumatoide”, ebbe risultati molto soddisfacenti. In tale affezione le articolazioni colpite dall’infiammazione diventano calde, gonfie, dolenti, alterandosi talora in maniera vistosa. E’ in tale circostanza che i sali d’oro diventano preziosi per la prassi terapeutica.
L’incenso, specie se assunto per via orale, possiede una efficacia antinfiammatoria ed antibatterica. Tale azione sembra essere più accentuata in combinazione con la propoli, sostanza resinosa, gommosa e balsamica tratta dalle gemme degli alberi, anch’essa caratterizzata da proprietà antibatteriche (gli egizi la spalmavano sulle mummie per impedirne la decomposizione). Risultati apprezzabili della miscela propoli-incenso si ottengono per la cura dell’asma attraverso delle applicazioni sulla pelle sotto forma di impiastro. Infatti i principi attivi moltiplicati dalla sinergia delle due sostanze svolgono un’azione benefica direttamente ai bronchi ed agli alveoli polmonari in quanto assunti attraverso al pelle.
La mirra possiede invece proprietà analgesiche che, al pari della morfina, agisce sul sistema nervoso centrale. Usata anch’essa dagli egizi nelle pratiche di imbalsamazione e dagli ebrei come olio per funzioni sacre, la mirra era già menzionata e presa in considerazione da Ippocrate come antidolorifico, mentre nell’antica Roma la usavano per la cura delle infezioni della bocca, degli occhi ed anche contro la tosse.
Giuseppe Nativo
La comunicazione visiva nel Medioevo
Il termine comunicazione deriva dal latino “communicatio”, a sua volta deverbale di “communicare”, che significa mettere in comune qualcosa, passare qualcosa da uno all’altro. La comunicazione si distingue in verbale, caratterizzata dall’uso delle parole, e in “non verbale”, di cui fanno parte i gesti, le espressioni del volto, le intonazioni della voce, gli atteggiamenti, le immagini. Queste ultime costituiscono, sin dai tempi più remoti, uno dei più diffusi ed efficaci mezzi di trasmissione. Esse definiscono la cosiddetta comunicazione visiva, intesa come processo di comunicazione che raggiunge la sua massima espressione attraverso il canale visivo.
La pittura murale costituisce un esempio emblematico di come, sin dall’antichità, l’uomo abbia sentito la necessità di comunicare messaggi ai suoi simili.
Ancora oggi tale tecnica può essere apprezzata attraverso alcuni frammenti di affreschi romanici, presso una delle cappelle gentilizie, oggi adibita a sagrestia, presso la Chiesa del Carmine di Modica. In altra cappella, facente parte dell’impianto originario della medesima struttura chiesastica, con volta a crociera ogivale, di recente scoperta e restaurata, risalente al periodo tardo-gotico, sono ancora visibili alcuni calzari e porzioni di figure dal sapore medioevale.
In forma graduale si passa poi allo sviluppo di una comunicazione orale appannaggio degli uomini di cultura i quali non hanno ancora a loro disposizione i libri stampati, medianti i quali, sin dal XVI secolo, la cultura si trasforma in un bene “comune”.
Nel XIII e XIV secolo i libri sono scritti a mano ed è per questo che si trasformano ben presto in oggetti artigianali unici, rari e preziosi. Aumentare la “tiratura” di una pubblicazione significa copiarla in proprio o pagare un copista per provvedere a ciò. Il fatto che i libri siano pochi e molto costosi in quell’epoca non comporta alcun problema: la quasi totalità della popolazione risulta analfabeta e pertanto trova risposta al suo bisogno di immaginare, di conoscere e svagarsi, attraverso canali, per così dire, alternativi alla parola scritta. Infatti, i sentimenti collettivi, più o meno immaginari sono espressi e plasmati in gran parte dal linguaggio delle immagini che raggiungono la loro massima espressione negli affreschi e bassorilievi delle chiese dove trovano giusta collocazione le storie della Bibbia, le raffigurazioni di gioie e pene dell’aldilà. Anche la comunicazione orale svolge la sua azione. Durante le celebrazioni liturgiche le prediche accendono il sentimento religioso suscitando paure e speranze dei fedeli. Lo stesso linguaggio architettonico delle strutture chiesastiche, adottato nei secoli XI e XII, diventa espressione di quella fusione tra l’eredità colta dell’arte classica e i modi costruttivi d’impronta popolare. Le chiese si presentano massicce, potenti e con strutture molto robuste. Il fedele che vi si addentra è accompagnato ad ogni piè sospinto da immagini scolpite e dipinte facenti parte di un organico discorso visivo. La sequenza di episodi dell’Antico e Nuovo Testamento, le scene dell’Inferno e del Paradiso, i demoni e gli animali mostruosi in esse raffigurate si imprimono saldamente nella mente e nella fantasia del popolo.
Chiese e palazzi, al di là del loro fine primario, devono servire a comunicare le idee ed il ruolo del committente.
Sono i “media” dell’epoca: facciate ed affreschi quali concreti libri aperti.
Giuseppe Nativo
Ritagli carnevaleschi d’altri tempi
Tra le feste natalizie e la Quaresima si estende il Carnevale, periodo di balli e mascherate, di allegria e spassi rumorosi: è tempo, o meglio, era tempo di indovinelli.
Quando l’aria frizzantina della tarda sera invitava a stare insieme seduti e raccolti attorno alla conca (braciere), in attesa che la modesta cena fosse servita, l’animo si prestava all’ascolto di alcuni indovinelli. Così, ai tempi dei nostri nonni, venivano impiegate quelle poche ore oltre il tramonto prima di assaporare il sonno ristoratore dopo una lunga giornata lavorativa trascorsa per i campi.
Il rumore secco della legna nel fuoco, il bollore dei legumi nelle pignati ri rigghiu (pentole di terracotta), la fievole e tremolante luce delle lumere (lucerne a olio) che offriva zone di penombra sulle pareti intonacate con calce bianca e sul tetto di canne ingessate, mentre il pavimento con basole di pece attenuava ogni lucore, fornivano l’ambiente domestico dove si riuniva il numeroso nucleo familiare.
Per i più piccini c’erano per esempio: Bianca bianca nn’a cavagna – o – Nun ha bucca e parra / nun ha pieri e cammina.
Per i più avanti negli anni la lascività (ma della lettera non del senso) era espressamente ricercata: si facevano grasse risate, consentendo così di aprire una breccia nella morigeratezza dei costumi. Non che i costumi fossero più morigerati dei nostri nella realtà perché sempre mondo è stato; più morigerati lo erano nelle apparenze, nel contegno esteriore per una certa ipocrisia di atteggiamenti, per il cosiddetto “occhio sociale” sempre puntato e pronto a commenti o sentenze troppo drastiche. Comunque l’inclinazione alla lascivia si fermava, come appena detto, alla superficie, era cioè solo letterale: l’enigma, presentato in forma più o meno breve, veniva descritto in maniera vaga e a volte frammentaria giostrando sulle allusioni, metafore e doppi sensi. La licenziosità solo apparente dell’indovinello era proporzionale alle soluzioni che si rivelavano poi le più candide ed ingenue di questo mondo.
Il FICO D’INDIA per esempio, parlando in prima persona, diceva di sé: Ahi, nun mi tuccari! / Lassimi spugghiari / ca ti fazzu arricriari; e la SCARPA, quasi donna che si lagni di un suo amaro destino: A tutti parti mi porti, / nno’ liettu nenti….
Qualche indovinello era veramente pittoresco, come il seguente, alludente a un igienico oggetto ormai scomparso, diffuso un po’ dovunque, il CANTERO: Aiu na cosa quantu nu munniu / c’assimigghia a ta ziu, / ccu li labbra sbutati / c’asimigghia a ta frati, cco’ fazzulitieddu n’testa / pari ca si nn’issi a festa. Bello anche il seguente sul firmamento (CIELO, STELLE, SOLE, LUNA): Piattu d’argentu / minestra minuta / uomini fistanti / e fimmina amurusa.
Di indovinelli ce ne sono brevi, talvolta secchi, asciutti, che dipingono l’oggetto nel giro di poche parole. Ecco la PIPA: A picciutedda schetta / porta u luci nn’a sacchetta; gli UNCINELLI o gancetti, con cui si allacciano gonne e simili: O iuornu maritati e a notti schietti; la SCOPA: Llara’ llara’ / ppi casa va / cciu’ nova è / cciu’ scrusciu fa.
Si potrebbe continuare a lungo con indovinelli magari un po’ più spinti, ma ci asteniamo. Ciò che in questa sede ci preme far rilevare è che, a confronto dell’indecenza di certi spettacoli e di certe riviste, nel clima di turpiloquio venuto di moda, la maliziosa ingenuità dei nostri indovinelli ci sembra profumo di candore. Senza dire poi che una volta l’anno folleggiare è lecito, semel in anno licet insanire: come ammetteva la stessa saggezza dei latini, i quali nelle feste in onore di Saturno avevano anch’essi il loro carnevale.
Giuseppe Nativo