Magistratura e politica:

un rapporto difficile nella Sicilia dei vicerè

 

 

Alcuni secoli prima che il vocabolo “mafia” si diffondesse in seguito alla rappresentazione, nel 1862, della nota commedia “I mafiosi di la Vicaria” del palermitano Giuseppe Rizzotto, la Sicilia era martoriata dalla violenza, dalla sopraffazione esercitata dalla nobiltà attraverso la protezione accordata alla criminalità. Tale situazione, soprattutto nel corso del XVI secolo, è ampiamente documentata da alcuni uomini di toga che in quel tempo esercitavano, o meglio, cercavano di esercitare la loro professione malgrado le avverse condizioni politiche soggette al controllo della Corona spagnola la cui longa manus era infiltrata in quasi tutti gli uffici amministrativi talora anche con propri emissari.

Sullo stato di disagio della magistratura, che già contava le sue vittime, e sulla corruzione presente in Sicilia si rendeva interprete l’”avvocato fiscale” (qualcosa di simile all’attuale Procuratore, ma con più esteso potere e con maggiore difficoltà ad esercitarlo!) del Tribunale della Regia Gran Corte di Palermo (massimo organo giudiziario di Sicilia unitamente a quello presente a Modica, capitale della Contea), l’utriusque iuris doctor Antonio (de) Montalto, con un memoriale pervenutoci attraverso alcune lettere. Tale corrispondenza, intrattenuta con Carlo V e risalente al 1531, costituisce un interessantissimo carteggio attraverso cui è possibile ottenere la radiografia sullo stato della giustizia in Sicilia nel terzo decennio del cinquecento.

L’alto ufficiale rimarcava che “in quisto regno non se fa iusticia de homini de qualitati”. Quelli colpiti dalla legge erano soltanto i ceti meno abbienti, “di panni baxi et di quilli cussì disventurati…”. Dalle citate lettere, custodite presso l’Archivo General de Simancas, emerge un quadro di un’isola in preda ad atti criminosi che si verificavano in “tutti li terri di Sichilia” provocando spargimento “de sangui” con gravi azioni “di latrocinii, di violentii et altri delitti gravissimi…”. La gente non stava sicura neppure “in li propri casi”. Tale stato di cose alimentava “quereli, reclamuri, lamentattioni, lacrimi et suspiri di li pirsuni dapnificati et oppressi…”. La paura aveva già generato quel sentimento che successivamente sarà chiamato omertà: nessuno, infatti, era disposto a fornire la sua testimonianza a causa dell’impunità di cui godevano potenti e delinquenti. Tali epistole, trascritte in un arco brevissimo di tempo, dall’8 marzo al 15 aprile 1531, contenevano anche la descrizione di numerosi casi ritenuti illegittimi ed una cospicua quantità di reati gravissimi “passati senza il debito castigo”. Insomma una serie di gravi denunzie sullo stato dell’ordine pubblico e sull’inefficienza della prevenzione e della repressione, causata soprattutto da carenze nell’attività degli organi giurisdizionali.

Puntuale si verificava una reazione che in breve assumeva tutto il sapore di un tentativo di vendetta da parte viceregia e baronale e che nello stesso tempo doveva servire a neutralizzare quanto denunziato dal coraggioso Montalto. A quest’ultimo venivano, pertanto, mosse pesanti accuse, tra cui quella di insubordinazione all’Autorità costituita, tanto da essere subito sospeso dal suo “officio” e messo sotto inchiesta. Amareggiato, ma fiducioso in una sua difesa ad oltranza contro l’incrollabile potere politico, il Montalto così commentava tale complotto intentato nei suoi confronti: “inquisittione generalissima de la vita mia, nullo comparente accusatore nec legitimo denunciatore”.

 

                                                 Giuseppe Nativo

 

 

-Bibliografia:

-1) Orazio Cancila, “Così andavano le cose in Sicilia nel secolo sedicesimo”, Edit. Sellerio, Palermo, 1984;

 

-2) Adelaide Baviera Albanese, “Problemi della giustizia in Sicilia nelle lettere di un uomo di toga del Cinquecento”, in “Studi dedicati a Carmelo Trasselli”, a cura di G. Motta, Saveria Mannelli 1983.