Avevamo nei numeri precedenti annunciato una intervista sulla questione “Bahia Village”. Il consigliere Meno Rosa ci aveva fornito in visione tutta la documentazione, ma man mano che procedevamo nella lettura diminuiva la voglia di porre domande perché l’essenziale si delineava in maniera veramente strana; si verificava in noi una inversione di curiosità e di indagine”. Alla curiosità di conoscere quale politico aveva attuato favoritismi ed in favore di chi e perché, subentrava la meraviglia che andava oltre ogni normale immaginazione sulle incredibili procedure, sulle inimmaginabili leggerezze e sul magistrale uso della lingua italiana orientato a rendere sfuggevole la realtà.
Dobbiamo confessare che, proprio di istinto, ci sembrava di aver trovato tutti gli elementi per una grande battaglia, e, perché no, anche per una informativa all’autorità giudiziaria. Poi ci siamo accorti che stavamo prendendo un granchio. No! Cari amici, questo caos burocratico non è un caos pilotato e voluto: quando si deve imbrogliare è sempre tutto in ordine, ogni timbro è al posto giusto ed il protocollo e la data non mancano mai.
Il fascicolo “Bahia” è la dichiarazione di identità di una struttura dove il caos è un innato patrimonio culturale di ogni elemento, patrimonio che si arricchisce nella sinergia con quello dell’elemento vicino fino a livelli sublimi.
Questo è estro, è arte che per sua natura non sopporta la noiosità della gerarchia degli uffici in cui l’efficienza e l’ordine sono un devastante ostacolo alla libera interpretazione del fare.
In verità si sta affacciando una nuova visione dell’organizzazione capace di utilizzare anche il non fare come strumento del fare, considerato che il non fare supera anche quei monotoni problemi della competenza e, quello attualissimo, degli organici sempre più ridotti. Sembra l’uovo di colombo però ci si è accorti che solo il fare richiede competenza e costosissimi e defaticanti corsi di formazione ed aggiornamento. In questa ottica pare che qualche studioso di management modicano si stia ponendo il problema di qualificare meglio il non fare nel senso che poi non è semplice come appare perché c’è modo e modo di non fare.
La documentazione del fascicolo “Sahia” fa intravedere lo strumento più utilizzato: la dimenticanza.
Per favorire l’applicazione dello strumento del non fare:
In questo contesto, il dimenticare ha la possibilità di muoversi più agevolmente nel senso che il non fare trova sempre un passaggio burocratico mancante di un altro che giustifica il mio non fare.
In questo brodo primordiale della perfetta burocrazia, le tecniche applicabili del non fare possono essere varie ed originali. Quella classica prevede di non rispondere in maniera organica ed esaustiva, per esempio, a tutti i quesiti contenuti nella lettera del Sindaco, (il riferimento è voluto) poi per allungare il brodo si scrive a qualcun altro chiedendo elementi necessari per rispondere al Sindaco, fosse anche il sapere quale temperatura veniva registrata il giorno in cui i Vigili Urbani notificarono quel documento ai responsabili di “Sahia”.
Ovviamente, tutte queste lettere devono essere protocollate e fare il loro itinerario, nel senso che devono bere l’amaro calice dei tempi tecnici fino in fondo.
Intanto la pratica ha uno sfogo: una risposta è avvenuta poi si vedrà.
Ma se questi sistemi si intravedono in maniera chiara tra i documenti del fascicolo “Sahia” possiamo immaginarne altri: la febbre improvvisa di chi detiene il timbro, l’assenza del solo capace di aprire quel programma, una ferita al dito indice che non consente di usare la tastiera e… poi occorre aspettare la direttiva dell’Assessore ora molto impegnato.
Stiamo smentendo noi stessi: E’ vero anche il non fare è molto impegnativo.
La originaria struttura gerarchica che dava risultati efficienti, ma non sempre efficaci, venne temperata con l’organizzazione per obiettivi che cercò, con buoni risultati, di massimizzare l’uno e l’atro, siamo certi che a Modica si sta esperimentando un nuovo modello organizzativo che supera la stessa informatizzazione per andare oltre, la dove l’informatizzazione, nella grande battaglia intrapresa con i modelli gerarchici, riuscirà a vincere ma autoannientandosi e lascerà il nuovo modello organizzativo: l’efficienza caotica.
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Con tutto questo non vogliamo attribuire colpe all’attuale Amministrazione se non esprimere il nostro disappunto nel constatare che la burocrazia è un potere che svilisce la democrazia nel senso che nei fatti gestisce un potere che il popolo ha assegnato alla politica.
Come individuare il "cancro" burocratico? Come definirlo? Come combatterlo?
Una delle prime riflessioni in merito venne svolta da Marx ne "La critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico" nella quale il Filosofo di Treviri definisce la burocratizzazione come: «corporazione che fa dello Stato la sua proprietà privata». In tale studio Marx pone l'accento sulle caratteristiche essenziali della burocrazia che individua nella …'autorità come principio del sapere, il segreto, l'idolatria dell'autorità ma non è solo curioso osservare come pur essendosi distinto, Marx, nell'evidenziare i pericoli legati alla burocratizzazione, i suoi discepoli non solo non ne hanno tratto frutto ma hanno piegato la burocrazia al trionfo della dittatura del proletariato in tutti gli enti locali ove sono arrivati al potere. Anche a Modica, i quasi dieci anni, l’egemonia comunista, socialista e ulivista, che ha preceduto la giunta Torchi,non ha attaccato l’arroganza della burocrazia democristiana-dipendente ma ha solo tentato di trasformarla in comunista-dipendente fino al progetto finale nelle ultime elezioni con palesi collusioni tra burocrati e rifondatori comunisti.
Ecco! vogliamo dire al Sindaco Torchi: noi vogliamo essere governati dai rappresentanti del popolo e non da burocrati.
Comunque torneremo sull’argomento perché esistono i due documenti principali dell’intero fascicolo che meritano un’attenta analisi.
Parafrasando il Cardinale Biffi, che parlando di rapporti con l’Islam ebbe a dire a chi pretendeva che cambiasse opinione: “ma dove sta scritto che dobbiamo per forza essere d’accordo con tutti!”, noi diciamo: ma dove sta scritto che il Signor Alfano deve essere d’accordo con noi e/o viceversa.
Esistono due modi per sostenere le proprie tesi. Il primo, quello classico, è quello di argomentare, il secondo è quello di dileggiare l’interlocutore. Sergio Alfano ha preferito utilizzare il secondo quando ha parlato di una nostra “insospettabile competenza di economia aziendale”, della Bocconi e via… sfottendo, ovviamente infiorettando l’attacco con la spiegazione di qualche teoria, più o meno condivisibile, sulla scienza del commercio e completando il tutto con l’accusa di un nostro pregiudizio “che il Modica non nutrisse grande simpatia per la categoria dei commercianti, lo si percepisce spesso dalle pagine di Dialogo”, anche se nutriamo il dubbio che il termine pregiudizio è stato tirato in ballo solo perché gli ha consentito di chiamare in soccorso, nelle sue argomentazioni, Thomas Mann e le sue… puttane.
Infatti ci sembra un po azzardato definire la nostra notissima, e più che dichiarata, avversione alla cultura dei supermercati rispetto a quella della bottega come un nostro pregiudizio sulla categoria dei commercianti: questo è un mal-giudizio del Sig. Alfano e comunque non è un argomento confutativo.
Forse, sacrificando l’effetto dello sfottò e per completezza, andava detto che molta gente va a sgobbare alla Bocconi per sei anni e non è detto che diventi bravo… come un commerciante.
Però, a confermare che i tempi cambiano, prendiamo atto che ci ha graziato dell’epiteto di fascista; strumento sempre efficace, anche se la sua carica dileggiativa si annacqua giorno dopo giorno considerato che molti antifascisti sono impegnati a parare i colpi di un continuo schiaffeggiamento che la storia sta loro impartendo, con la pubblicazzione di documenti che affratellano i loro padri ed i loro idoli sempre più ai nazisti.
Altro elemento che ormai sembra acquisito, dal politicamente corretto, è che un infermiere o il medico sono gli unici abilitati a parlare di sanità, i commercianti del commercio ed i magistrati di giustizia nel contempo si è democratici e contro ogni forma di corporativismo.
Nel nostro caso sembra che l’Alfano da commerciante ritiene che solo un commerciante possa cimentarsi in simili discussioni ed invocando, per sfottere, la Bocconi lancia il messaggio che solo un laureato alla Bocconi può parlare di commercio senza essere commerciante, restando, così, prigioniero di una presunzione che in tutto l’articolo attribuisce a noi. Dobbiamo anche ritenere che l’Alfano, da come scrive, ha consapevolezza dei nostri studi, della nostra carriera scolastica e dei nostri interessi culturali.
Comunque stiamo riflettendo sulla rampogna e non è detto che pur di continuare a parlare di commercio tenteremo di acquisire i titoli richiesti iscrivendoci, nonostante l’età, alla Bocconi oppure aprendo un negozio per divenire commercianti.
A questi argomenti dell’Alfano, non abbiamo voglia di dare ulteriore seguito.
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Solo a favore dei quattro nostri lettori, vogliamo aggiungere che non occorre essere discepoli della Bocconi per dire che i dati da citare non possono essere l’aumento delle imprese al dettaglio ma piuttosto l’aumento del fatturato complessivo, perché altrimenti si dovrebbe anche accettare l’idea che 100 occupati al 50% di orario di lavoro non equivalgono a 50 disoccupati, e, a costo di essere tacciati per allievi della School of Economics di Londra, insistiamo nel dire che la voce principale nel progetto di apertura di una attività commerciale è l’analisi della concorrenza già esistente e quanto fatturato si ritiene di potere assorbire. (Vogliamo leggere uno degli schemi di progetto più diffusi?)
La sollecitazione dei consumi ha un limite invalicabile nella capacità di spesa di ciascun consumatore. E quando tale capacità è al limite, come ormai dicono i più grandi analisti (non si arriva alla fine del mese), la lotta per togliere fatturato alla concorrenza rimane comunque la regola; regola che rimane anche quando si ricorre alla offerta di prodotti alternativi, anche se in questo caso si realizza attraverso il tentativo di far cambiare al consumatore abitudini e categoria di prodotti da consumare.
Con altre parole: nel primo caso lancio il messaggio che il mio caffè, il mio bar è più confortevole, nel secondo caso lancerò il messaggio che leggere un libro dà più frutti di un espresso.
Insomma il limite invalicabile è il portafogli dei consumatori e se i consumi di un dato bacino di utenza possono fornire un reddito decente a 1000 commercianti, se aumentano i commercianti la torta individuale dei singoli commercianti diminuisce e l’occupazione aumenta in maniera fittizia perché aumenta attraverso l’impoverimento di altri.
Il commercio è uno strumento per una politica di sviluppo. Il commercio non crea risorse ma le distribuisce. Lo sviluppo è altro, o meglio è un concetto più complesso che richiede il concorso di molti fattori tra i quali, importantissimo, anche il commercio.
E’ partendo da queste considerazioni che abbiamo in animo di dare il nostro contributo per sollecitare la creazione di un sistema città. Per parlarne vi diamo appuntamento al circolo dei bocconisti, sarà chiesta la tessera.
Rileggendo il nostro intervento sulla polemica Pisana-Di Rosa Vogliamo precisare, per evitare ogni fraintendimento, che quando diciamo che le argomentazione del Pisana e del Di Rosa hanno valenza perché viviamo l’epoca della mediocrità noi non intendiamo esprimere un giudizio di valore sui due uomini politici ma solo un giudizio negativo sullo spirito che caratterizza l’epoca presente. Perché è chiaro che ogni azione politica o intellettuale ha una sua caratura che prescinde dalla qualità dello spirito dei tempi che viviamo anche se molto spesso è da essa condizionata. Un’azione o un progetto politico può essere opinabile, non condiviso, inadeguato, non rivoluzionario… ma è difficile che possa sopportare un giudizio di valore se non in un contesto di analisi diverso da quello nostro.
Carmelo Modica