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A colloquio con la tastiera del mio computer (Dialogo giugno 2010)
L’annuncio della chiusura della rubrica “Carta bianca” ha provocato sorpresa e meraviglia nei miei quattro estimatori. Alcuni si sono fermati solo al titolo “Chiudo la rubrica…” e mi hanno chiesto perché avevo deciso di smettere di scrivere; altri, i più complottisti, mi hanno detto che certamente ero stato “consigliato” in questa mia decisione, visto cosa scrivevo, da “qualcuno che vuole il mio bene”: esagerati! Pochi avevano letto il mio “commiato” fino in fondo. Certamente l’aver chiuso con “carissimi saluti” ha contribuito a fare confusione. Questa diversità di interpretazioni mi suggerisce di ribadire che io chiudo la rubrica ma, Direttore permettendo, non la collaborazione al nostro DIALOGO. Alcuni, però, sostando sulla domanda, come consiglia il filosofo Galimberti, mi hanno chiesto di chiarire meglio il perché di questa mia stanchezza, di andare oltre quel semplice “Sono stanco” cosicché mi hanno costretto a riflettere. Subito mi sono accorto che non posso rispondere “Sono stanco e basta”. Sarebbe una risposta chiaramente liquidatoria, banalissima e bugiarda perché l’intenso lavoro di elaborazione che ho in corso su almeno tre ricerche dicono il contrario. Ed allora mi viene il dubbio se quel “Sono stanco” l’ho scritto io come un “automatico” ed “istintivo” luogo comune, oppure, l’ha scritto la mia tastiera andando oltre i miei pensieri. Ora, “inseguendo” la mia tastiera mi accorgo che quel mio “sono stanco” vuol dire altro. Potrebbe essere stanchezza come rassegnazione di un’attività giornalistico-culturale incapace di provocare la benché minima reazione e riflessione? Oppure, conseguentemente, stanchezza come istintiva consapevolezza di non voler oltrepassare il limite in cui il confronto tra visioni del mondo, deve abbandonare lo strumento, divenuto inutile, della prassi culturale e dialogante per riprenderne altri più primitivi e spicci.? Senza perifrasi dico che ho la sensazione che stiamo vivendo i tempi in cui, pur praticando la filosofia del dubbio sulla bontà delle proprie impostazioni culturali e politiche; dopo aver operato le più severe autocritiche a quanto si va dicendo o scrivendo, ci si accorge di essere vittime di una violenza culturale inaudita. Ecco forse è da questa interiore situazione che la mia tastiera ha tratto lo spunto per scrivere “Sono stanco”. Per esempio, se un luminare accademico, per tanti anni, alla mia richiesta di poter visionare gli atti del settimo centenario della Contea di Modica mi risponde che non vi erano i soldi per pubblicarli, confondendo di proposito il significato di pubblicare con quello di visionare, questa “baronata” era un concetto esoterico riservato a pochi iniziati oppure una presa per il culo? Mentre io ancora cercavo una risposta la mia tastiera in maniera molto più sbrigativa (o più saggia?) ha scritto “Sono stanco”. Se il 29 maggio scorso un altro nuovo virgulto accademico (1), nel commemorare l’89° anniversario dell’eccidio di “Passo Gatta” definisce, giustamente, fazioso il rapporto dell’Ispettore Generale della Pubblica Sicurezza Lutrario inviato dal Ministero dell’Interno ma ricostruisce i fatti prendendo per oro colato le veline e le tesi socialiste, altrettanto di parte, io magari non me ne accorgo ma la mia tastiera scrive “sono stanco”, non avendo più voglia di discutere del profilo dello storico e sui criteri della ricerca storica che uno studioso di storia degno deve seguire. Ma sono io ad essere stanco oppure lo è la tastiera del mio computer? Ho raccolto le idee per scrivere della remissione della querela da parte di Rosa e Militello contro la giornalista Bonino. Avevo goduto gli esilaranti commenti apparsi su un blog locale e riflettuto su articoli apparsi anche in questa testata: articoli da “Santo subito”. Quando ho provato a scriverne la mia tastiera in pratica si è rifiutata. Incredibilmente i tasti si sono mossi da soli e mi hanno trasferito, certamente per distrarmi dai miei propositi, sul sito della diocesi di Noto per farmi scoprire il primo “Quaderno dell’Osservatorio” della Caritas diocesana di Noto (Il pozzo di Giacobbe Editore, Trapani 2010, pp.80). Il quaderno merita più dei quasi nove euri necessari per acquistarlo, nel quale giganteggiano in particolare due bellissimi articoli di Giovanni Salonia e di Marcella Fragapane che riconciliano con la cultura tout court, la riflessione profonda, il cristianesimo inverabile; che mi hanno fatto ricordare il profumo della sagrestia nella quale percorsi tutti i livelli della Gioventù cattolica da Aspirante a Juniores in quel di S. Teodoro. Ricordo e nostalgia di luoghi ora trasformati in “case del popolo”. Ma è solo la mia tastiera ad essere stanca oppure è la mia età che mi suggerisce “ri cògghiri i stigghi”?Forse inconsciamente voglio cominciare a trarre le conclusioni per chiedermi quali sono le mie responsabilità sul fatto che sto consegnando a mio nipote una Modica peggiore di quella che mio padre consegnò a me. Sono certo di avere anche io delle responsabilità sul disastro che è avvenuto sul piano culturale. Ovviamente mi illudo che le mie idee non siano le uniche responsabili, non potendo ad esempio attribuire ad esse alcuna responsabilità sulla creazione di questo Stato di diritto che è talmente di diritto che se dovessi fare uno studio accurato sulla definizione dello Stato sociale e sul governo che nella storia più degli altri ha realizzato uno stato sociale potrei essere incriminato per apologia del Fascismo. Quindi meno male che siamo in uno stato di diritto in cui, per fortuna, le leggi non vengono applicate, perché questo mi mette al sicuro dall’essere incriminato per apologia del Fascismo anche se, pazienza, consente qualche Don Calogero in più in giro e, tanti, ma davvero tanti speculatori e delinquenti politici al governo del paese.
Carmelo Modica
(1) Grandissima promessa e futuro presidente della Fondazione Culturale “Ente Autonomo Liceo Convitto”, quando, dopo Giorgio Colombo, la Fondazione dovrà essere culturalmente distrutta asservendola ad una “cultura di parte”. E’ il destino della nostra Comunità che conosce o la “non cultura! del “Sindaco peggiore”, oppure la cultura faziosa ed arrogante delle sagrestie progressiste. (Dialogo giugno 2010)
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