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Monserrato:la cultura imbrigliata nel filo spinato della malapolitica (Dialogo ottobre 2010)
La mia biblioteca, circa 2000 volumi e migliaia di ritagli di pagine culturali accumulate in almeno 40 anni, si trova sparsa in piccoli mucchi nelle varie “postazioni di lettura” che in un dato momento, il mio umore, interesse culturale o spunto da sviluppare per l’articolo su DIALOGO, mi ispira. A volte mi viene la voglia di mettere ordine; concentro tutto il mio impegno e volontà per applicare le più collaudate tecniche di catalogazione e gestione delle biblioteche. Ma poi, al primo libro che devo sistemare, succede che la volontà cede al ricordo di quando lo comprai, chi fu a donarmelo o a quale barbiere chiesi di poter strappare dal suo giornale quell’articolo su Adriano Sofri. Le cose si complicano quando esso mi offre spunti per esempio per dimostrare la inutilità della facoltà di Scienze dell’Amministrazione a Modica oppure del come i comunisti svolgono nella scuola il compito di formatori. In questo caso i ricordi indicano temi collaterali, e per bisogno di organicità, comincio a cercare altro: ed i mucchietti di libri si moltiplicano. La cerca del libro che mi serve diviene così complicata; complicata ma… piacevole perché in questo vagabondare da un mucchietto di libri all’altro accade che mentre cerco Giovanni Gentile, incontro un ritaglio dell’Unità del 1970 che riporta una frase di Mario Capanna, capo nel sessantotto, insieme al contrapposto ritaglio de “Il Borghese”. In questo girovagare spesso dimentico il motivo iniziale della cerca e vado a finire su temi completamente diversi. In questo delizioso bighellonare tra foglietti impolverati e libri ingialliti dal tempo, a volte, ho l’impressione che non sono io che opero la scelta ma sono loro, libri e ritagli, a farsi scegliere in armonia con interessi culturali che forse a livello subconscio ho l’ansia di indagare. Questa estate ho fatto, diciamo, una rimpatriata con “La meditazione delle vette” di Julius Evola, che avevo letto negli ultimi anni ’70, e “Le parità e le storie morali dei nostri villani” di Serafino Amabile Guastella che mi fu donato nel 1980 da quel “cuore modicano” che risponde al nome di Arturo Belluardo indimenticabile direttore del Corriere di Modica. Lo stesso libro ad ogni rilettura ad una certa distanza di tempo dalla precedente, comunica e fornisce stimoli e messaggi sempre diversi: ovviamente siamo noi che abbiamo mutato sensibilità e/o punto di osservazione culturale. Così “La meditazione delle vette” che allora poteva sollecitarmi a prendere zaino, scarponi e piccozza oggi per ragioni fisiche, non mi ha portato più in alto, ed in macchina, di Monserrato da dove tra il groviglio di fili di acciaio e malefiche antenne, (fili spinati della malapolitica) è possibile vedere la mia Modica, la mia bellissima Modica; ma anche quel Palazzo San Domenico dove il mio sindaco, miope come Mr. Magoo, è spiaccicato sulla visione del presente, incapace di raggiungere postazioni di vetta dalla quale traguardare grandi orizzonti, osservare il contesto generale ed assaporare l’ebbrezza dei grandi progetti. Solo da tale postazione il mio sindaco potrebbe valutare se la zavorra al buon governo della città è un Partito democratico fallimentare oppure l’alleanza con un partito devastante oppure, umilmente e serenamente assumere consapevolezza di una intrinseca e personale incapacità attitudinale a fare il Sindaco. La rilettura de “Le parità e le storie morali dei nostri villani”, invece, mi ha svelato uno stupendo affresco della vita quotidiana e della condizione umana della Modica dell’800. In esso è descritto lo scenario in cui nel settembre del 1860 nove delinquentelli, villani modicani, condannati a morte per rapina a mano armata vennero “criminalmente giustiziati” da una Dittatura modicana di debolissima caratura morale: una vergogna!. La diversa godibilità culturale di questa rilettura di Guastella, a 30 anni di distanza dalla prima, è data dal fatto che nel frattempo ho scoperto e mi sono “innamorato” di quei nove umili villani, ma anche a causa di una mia vicenda personale e privata che sta accompagnando la redazione di un mio libello su “Aucisu comu ê novi” e della quale darò conto in appendice al libello stesso perché essa fornisce spunti rivelatori del come la “nubiltà re cappedda” dell’ottocento si manifesta nei tempi attuali. E’ sempre questa seconda lettura di Guastella che fa nascere in me il dovere, e lo attuerò con questo libello, di ripagare con “piombo di parole” chi, in quel primissimo pomeriggio del 24 settembre 1860, “giustiziò” i nove villani modicani con piombo vero nei pressi del cimitero vecchio di Modica Alta. Guastella trae da favole e leggende diffuse nel popolo modicano riflessioni morali e sociali che disegnano, attraverso la descrizione della vita familiare, delle malattie, del concetto di furto e di proprietà nonché delle miserie della vecchiaia e della solidarietà contadina, un profilo culturale preciso del villano modicano. Un profilo che si completa anche con il ricorso del villano ad astuzie quotidiane e, persino a libere interpretazioni del vangelo per piegare anche gli insegnamenti e la vita dei Santi alla necessità di giustificare comportamenti criticabili e piccole violenze che divenivano essenziali per superare le durezze di un avverso destino e sbarcare il lunario giorno dopo giorno. Nel costruire il profilo del popolo villano Guastella indaga, ovviamente, anche il pensiero che i villani hanno dei nobili, ma non in maniera tale da poterne ricavare un profilo. Sarebbe interessante una ricerca sociologica sulla genealogia della nobiltà modicana così tanto ostentata: cosa pensavano i nobili dei villani, quali fossero i loro atteggiamenti e comportamenti concreti nei confronti della servitù, dei villani e delle loro mogli, quale il loro concetto di matrimonio e di patrimonio, il concetto di lavoro, di giusto e di dovere, quale il rapporto con la religione e come tutto questo si manifestava nei loro incontri conviviali e nei rapporti tra famiglie signorili. In materia politica l’Abate De Leva sembra avesse le ide chiare: ”Guai se il volgo si immischia e vuol prendere il posto e far la parte dell’Uomo pensante, allora ogni buon dritto va alla malora […] il Bene si deve attendere dall’alto, questo solo è stabile e vero bene, non mai dal basso” (1). Ogni mio lettore è libero di sentenziare di miei “condizionamenti emotivi eccedenti o di un linguaggio di inaudita violenza , anche, di fregnacce” purché ammetta che critica un tipo di approccio non una sostanza. Io conosco l’alto ed il basso non la destra e la sinistra; so pure che villano e nobile sono due categorie dello spirito non del censo o degli incarichi più o meno alti o altissimi svolti nella struttura dello Stato. Ha ben scritto Gustave Thibon (2) “le anime nobili possono conoscere delle cadute, ma non commettere delle bassezze: possono cadere, ma non appartengono al basso” e la classe politica modicana dell’estate del 1860 con la vicenda dei nove ha dimostrato di essere “basso”, un “basso” del quale, purtroppo, essa non si è affrancata neanche nei tempi attuali.
Carmelo Modica Ottobre 2010
(1) Archivio di stato di Modica - Archivio De Leva, Corrispondenza De Leva—Agnello, b 6/4, Lettera del 5 XII 1847. (2)Gustave Thibon, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, Effedieffe edizioni, Vignanello di Viterbo 1998.
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