La Fiamma Olimpica passa da Ragusa

 

 

 

E’ stato recentemente presentato a Roma, presso il CONI, il percorso ufficiale del lungo e magico viaggio della Fiamma Olimpica di Torino 2006, che ha toccato, nel corso del suo avvincente itinerario, anche la città di Ragusa.

Il capoluogo ibleo è stato scelto per essere coinvolto dallo spirito olimpico che, il prossimo febbraio, giungerà in Piemonte grazie ai Giochi Olimpici Invernali. L’8 dicembre rappresenta la data in cui ha avuto inizio il percorso ufficiale dell’evento che man mano sarà esteso a circa 600 comuni di tutte le regioni d’Italia, toccando, in 64 giorni, diverse città per concludersi a Torino il 10 febbraio 2006, giorno in cui l’ultimo tedoforo, con la sua fiamma, si accingerà a dichiarare aperti i XX Giochi Invernali. Il viaggio della Fiamma Olimpica rappresenta uno dei più grandi eventi itineranti mai realizzati in Italia, una grande festa dello sport e per lo sport che vede il nostro Paese inserito in uno straordinario circuito sportivo attraverso cui sarà possibile ammirare ed apprezzare le bellezze naturali, artistiche e culturali di ciascuna città inserita in tale iniziativa. Il viaggio itinerante della Torcia è l’evento che porterà l’intera Penisola verso i Giochi Olimpici, trasmettendo i valori rappresentati dalla Fiamma Olimpica a tutti gli italiani, grazie anche ai 10.001 tedofori coinvolti. Un percorso ricco di eventi spettacolari e momenti suggestivi che rimarranno nell’immaginario collettivo del Paese, in un ideale abbraccio a tutto il Mediterraneo.

Mercoledì 21 dicembre, quindi, il viaggio della Fiamma Olimpica – proveniente da Cagliari - ha fatto tappa in città, dalle 18 alle 20, per promuovere e diffondere i valori legati al simbolo per eccellenza dei Giochi. Viva soddisfazione è stata espressa dai vari Enti che rappresentano il settore sportivo di Ragusa, affermando che “nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza la piena collaborazione di tutti i Comuni, le Province, le Regioni, ma soprattutto dei Comitati Territoriali del CONI che, lavorando in sinergica cooperazione, continueranno a dare un contribuito non indifferente all’ottima riuscita dell’intera manifestazione”. L’itinerario ibleo - salutato non solo da appassionati ma anche da numerose persone che hanno voluto manifestare, con la propria presenza, il benvenuto affettuoso ad un evento così importante - è caratterizzato dalla percorrenza di strade ubicate tanto al centro storico di Ragusa-Ibla quanto a quello di Ragusa centro. Tragitto tortuoso che ripercorre il tracciato che porta da Corso XXV Aprile - nel cuore antico di un’affascinante Ibla barocca ed ammaliante, con i suoi mascheroni e vetusti palazzi che manifestano un fasto nobiliare di un tempo che fu – a Corso Italia con la sua centralissima Piazza San Giovanni – una volta luogo di incontro dei “massari” – da Viale Europa – che lambisce la parte alta della città con le sue nuove palazzine – a Via Archimede – che attraversa l’intera città – per poi concludersi in Piazza della Libertà e quindi proseguire per il territorio agrigentino. Protagonista indiscussa della serata iblea è stata la Torcia che ha portato una grande emozione in strada ed in piazza. La Fiamma è l'immagine stessa delle Olimpiadi fin dai tempi dei Giochi dell'antichità quando gli atleti gareggiavano in una staffetta passandosi tra di loro la Torcia. Secondo la mitologia greca la sacra scintilla del Fuoco è stata rubata agli Dei e portata sulla terra da Prometeo per divenire rapidamente il simbolo della ragione, della libertà e della creatività umana. Il tedoforo, cioè colui che porta la Fiamma Olimpica, il più alto e riconosciuto simbolo dei Giochi, ne annuncia il messaggio, ne incarna e diffonde gli ideali verso un obiettivo comune: l’unione e la pace tra i popoli, la lealtà, il coraggio, la fratellanza e, non ultima, la solidarietà.

A testimonianza dell'orgoglio e della responsabilità di cui l'Italia tutta è investita, il viaggio della Fiamma Olimpica di Torino 2006 ha ottenuto il coinvolgimento attivo delle più alte Autorità e Istituzioni nazionali.

Gli oltre diecimila tedofori, che si alterneranno durante il lungo itinerario, rappresentano gli alfieri dello spirito olimpico, disegnando con la Fiamma un percorso (circa 11.000 chilometri) che simboleggia il filo rosso della passione sportiva ancora una volta emblema dell’Italia unita da un unico sentimento.

 

                                                                                              Giuseppe Nativo

 

  

Il Natale: una tradizione nel cuore degli iblei

 

Passeggiando per Ibla, tra i “casuzzi vasci”, per quella fitta teoria di “stratuzzi” e “vanedda”, il cui tracciato talora ricalca l’originario impianto urbanistico medievale, si può ancora avere la possibilità di avvertire il profumo inebriante di antiche pietanze frammisto a quel penetrante odore di legna bruciata che un tempo accompagnava a casa le stanche membra del “massaro”. Se a tutto ciò si aggiunge la collocazione di rocce dirute, frastagliate e nude - rispecchianti una bellezza arcaica e, nel contempo, seducente da cui erge l’antico centro storico immerso una fantastica vegetazione, dove impera fecondo l’ulivo, il fico d’India ed il carrubo - il quadro barocco, naturalistico e traboccante di vitalità, è completato. In questo particolare e suggestivo ambiente, Ibla si trasforma in un pezzo, al naturale, di Presepe che richiama alla mente la fervida testimonianza natalizia. Il Natale, festa che unifica i cuori in un’unica capanna, ha di per sé un fascino singolarissimo.

“La Chiesa per il Natale lancia il suo grido di gioia ed invita tutti a rendere omaggio a Gesù Cristo, nato nella più grande povertà”, questo il sentimento, che si eleva dall’anima secolare degli iblei, quasi una preghiera innalzata al cielo, raccolto, in oltre 30 anni di ricerca, dallo studioso di tradizioni popolari siciliane V. Giompaolo (cfr. “Natale in Sicilia”, opera in CD, HGO Edizioni, Ragusa 2004, da cui sono tratte, per gentile concessione, le foto a corredo del presente articolo). Il Natale è una festa complessa poiché raccoglie in sé variegati richiami etno-antropologici rivenienti da esigenze religiose, pagane, folkloristiche, sociali e, non ultime, storiche. Un aspetto che colpisce particolarmente è la straordinaria vigoria e la disarmante bellezza di una tradizione che a volte, sopraffatta dal consumismo industriale e tecnologico, fa fatica a mantenere quel sapore e quella genuinità di un tempo che fu. Si tratta di una tradizione fortemente radicata nel cuore di ciascuno e che trae origine dall’interno degli insediamenti rurali. Gli usi, le consuetudini, ma anche gli alimenti e la loro preparazione, il rapporto con la terra, l’organizzazione del lavoro nei campi, rappresentano quella cultura contadina in cui possono essere individuate le nostre radici in un'ingenua commistione di sacro e profano. Proprio da quelle comunità, dall’anima di quella gente, da quella innocente e simpatica gestualità sono nati i proverbi, i modi di dire, le storie da cui trae nutrimento quella saggezza popolare che con grande difficoltà si cerca di preservare e tramandare alle nuove generazioni.

L’ultimo mese dell’anno, in quello spazio di tempo alla fine del quale è festeggiata la nascita del Bambin Gesù, è vissuto, all’epoca dei nostri nonni, cioè una decina di lustri or sono, in una dimensione religiosa correlata ad un intimo rapporto tra agricoltura e ritmi naturali. Il detto “a Natali, a jurnata crisci quantu ‘npassu ri cani” testimonia come le celebrazioni natalizie rappresentano il periodo in cui i giorni cominciano ad allungarsi e la potenza del sole aumenta. E’ anche il momento in cui, per ripararsi dal freddo e dalle intemperie, la gente cammina con i berretti ben calcati e indossando “supra i spaddi” (sopra le spalle) delle casacche pesanti, “i mantillini”, che servono a coprire anche collo e volto. Il giorno successivo a quello di S. Lucia, ovvero il 14 dicembre, rappresenta, per la cultura contadina dell’epoca, un momento di rilevante importanza poiché hanno inizio i cosiddetti “cariennili”: cioè quei dodici giorni che precedono la notte di Natale, ciascuno rappresentante un mese del futuro anno, nel corso dei quali il succedersi delle relative condizioni climatiche costituiscono un valido supporto per le previsioni meteorologiche riguardanti la successiva annata agraria. Sempre il 14 dicembre, giornata dedicata a S. Spiridione ed alle sue virtù taumaturgiche, la “massara” mette a “nnùciri i luppini” (addolcire i lupini), di produzione propria o acquistati, da gustare, come fine cena, il giorno di Natale. L’operazione consiste nel mettere i lupini a mollo per 24 ore - avendo, frattanto, cura di provvedere al ricambio dell’acqua – per poi farli bollire per circa mezzora. L’acqua della bollitura, peraltro amarissima, sarebbe servita per “spidocchiare cani e maiali”, mentre i lupini, in tal modo sbollentati, sono calati, posti all’interno di un sacco pulito, nell’acqua fredda della “sterna” (cisterna) dove si lasciano per qualche giorno, sino a quando acquistano un buon sapore (cfr. R. Antoci e N. Cirnigliaro, “Massari e Massarie”, Utopia Ediz., Chiaramonte Gulfi 1995, pagg. 62-77). Nel comparto dolciario, una vera leccornia, che trova d’accordo tanto i grandi quanto i piccini, oltre ai biscotti tipici degli iblei (quali, ad esempio, i “mucàtuli”, con la loro caratteristica forma a “S”, che in origine si dovettero chiamare “nucàtili”, per via dell’impiego delle noci, peculiarità culinaria oggi scomparsa), è costituita da un dolce tipico ragusano: la “ghigghiulena” (in altre zone della provincia iblea, è chiamata col nome di “cubaita”), che, talora, mette a dura prova i denti dei degustatori. Essa è a base di sesamo, cotto nel miele, unitamente ad un “pugno” di mandorle. Il composto, dopo essere stato mescolato continuamente e lentamente, è stirato su una lastra di marmo, curando prima di bagnarla per evitare che il composto si attacchi, e, quindi, tagliato a quadri bislunghi, romboidali (cfr. F. Tidona, “Le dosi, le feste, i dolci nella tradizione ragusana”, Ragusa 2002, pagg. 16-28). Quanta attenzione per prepararla e quanta gioia che si provava! La stessa che traspariva dagli occhi dei bambini quando, a partire dal 16 dicembre (data di inizio della “novena”, pratica cattolica, ancora oggi in vigore, consistente in un ciclo di preghiere e di pii esercizi per i nove giorni antecedenti al Natale), con gli occhi lucidi per il freddo ma anche per la grande gioia del momento, riempivano, con la loro numerosa presenza, le strade impolverate per ascoltare i “ciaramiddari” (zampognari): un gruppo di musicanti che, provvisti di zampogne (strumenti musicali simili alle cornamuse, tipici dei pastori dell’Italia centro-meridionale), andava girando per le vie della città per suonare nenie natalizie. Aria “frizzantina”, ma anche aria di festa completata dall’allestimento di presepi con variegate statuette o anche “viventi”, la cui luminosità raggiungeva il suo massimo splendore nella notte di Natale. In questi ultimi anni si è avuto modo di apprezzare in provincia alcuni “presepi viventi”, in cui le varie scene, impersonate tanto da bambini quanto da adulti, tutti con abiti del tempo di Gesù, sono predisposte negli ambienti più suggestivi del paesaggio ibleo, come i quartieri di San Rocco e San Paolo a Ragusa Ibla, a Vittoria, a Monterosso o a Giarratana (dove, a partire dal 1986, viene allestito nel vecchio centro storico denominato “Cuozzu” – ciglione - un grandioso presepe vivente che ha dato grande prestigio e notorietà alla cittadina).

Emblematica e gravida di significato risulta la frase che ancora oggi qualche anziano usa dire per rappresentare, iconograficamente e sinteticamente, quasi un mese ovvero il periodo che va dall’Immacolata (8 dicembre) all’Epifania (6 gennaio): “All’uottu Maria, o tririci Lucia, o vinticincu nasci u veru Messia!”.

 

 

                                                                                              Giuseppe Nativo