“Alle armi prodi fratelli...”
Le tappe del popolo siciliano verso l'Unità, attraverso le carte d'archivio
“Signor Generale,
Modica, la popolosa Modica, la quinta città di Sicilia, che si è sempre distinta in tutte le fasi della patria libertà appena seppe la Vostra portentosa entrata a Palermo innalzò giubilante la tricolore bandiera, costituì il suo Comitato e il primo atto del Comitato è un indirizzo di omaggio al Generale Garibaldi. Lo indirizzo è questo. Vi prego di gradirlo”.
“Bene la brava Modica – ei mi rispose – ringraziatemi a nome mio il Comitato”.
(7 giugno 1860, Palermo, lettera, senza firma, inviata all'abate Giuseppe De Leva Gravina, presidente del Comitato di Modica, dalla persona incaricata di consegnare il messaggio del Comitato di Modica al generale Garibaldi; Sezione Archivio di Stato - Modica, fondo De Leva, Corrispondenza, atti e scritture del periodo risorgimentale, b. 5/5, fasc. 4)
Bollettini di guerra, stampe, documenti, dispacci, giornali, lettere e telegrammi: è il ricco percorso della mostra documentaria avente per tema le tappe del popolo siciliano, con particolare riferimento al territorio ibleo, visto attraverso il periodo risorgimentale che converge verso l'Unità d'Italia. L'articolata esposizione di vetusti carteggi, che si tiene presso l'Archivio di Stato di Ragusa dal 14 marzo al 30 aprile, si inserisce nell'ambito delle manifestazioni storico-culturali che quest'anno hanno contraddistinto la ricorrenza del 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
Le tappe garibaldine vengono seguite attraverso la documentazione proveniente dal corposo Archivio De Leva (che copre un arco temporale che va dal 1542 al 1935), in particolare dalle carte dell'abate Giuseppe De Leva (1786–1861), procuratore generale del conte di Modica nel 1823 e vicario foraneo (1841-1851; 1856-1867), figura di spicco tra gli esponenti del Risorgimento modicano. Eletto deputato al Parlamento di Palermo nel 1812, è presidente dei Comitati rivoluzionari di Modica del 1848 e del 1860. Attraverso la serie “Corrispondenza e scritture varie del periodo risorgimentale” (1856-1861) possono essere tracciati gli effetti che la spedizione dei Mille produce nella Sicilia sud orientale.
Lo sbarco di Garibaldi a Marsala (11 maggio 1860) segna l’inizio della rivolta siciliana contro il regime borbonico. Nell'area iblea numerosi sono i comuni che insorgono nei primi giorni di maggio (Modica, Ragusa, Scicli, ma anche Comiso e Vittoria). Dopo lo sbarco a Marsala (Tp), sulla costa occidentale, i volontari di Garibaldi hanno la meglio sull’esercito borbonico nei pressi della città di Calatafimi (Tp). A Salemi (Tp), il 14 maggio, Garibaldi si autoproclama “dittatore” della Sicilia. La notizia è diffusa il 30 maggio dal Comitato di Noto (Sr) con un volantino a stampa, a firma del vice-presidente Antonio Sofia, mediante il quale si rende noto a tutti che Garibaldi, “comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, avuto riguardo al fatto che “in tempo di guerra è necessario che il potere civile militare fosse concentrato in mano di una sola persona”, assume la “dittatura” dell'Isola in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia, anticipatamente qualificato re d'Italia (“Avviso interessante”, Sezione Archivio di Stato - Modica, fondo De Leva, Corrispondenza, atti e scritture del periodo risorgimentale, b. 5/5, fasc. 3).
Tra le tante comunicazioni indirizzate all'abate De Leva se ne segnalano due. Una lettera con firma autografa di Salvatore Castiglia (questi aveva partecipato con Bixio al colpo di mano che aveva consegnato ai Mille le navi “Piemonte” e “Lombardo”; combattendo valorosamente a Calatafimi aveva meritato la stima di Garibaldi che, al ritorno a Palermo, lo nomina comandante generale della Marina siciliana), inviato da Garibaldi in missione a Pozzallo (maggio 1860): “Con questo mio officio le invio otto individui nostri connazionali, i quali sono venuti meco in Pozzallo precedendo d'un giorno la piccola spedizione sotto gli ordini del sig. Nicola Fabrizio. Dovendo io qui rimanere ancora qualche giorno, dove ho ad adempiere altra missione affidatami dal Generale Garibaldi; non potendoli accompagnare personalmente, le raccomando alla sua benignità e protezione. Dessi attenderanno costà l'arrivo del loro capo sig. Fabrizio...”. L'altra riguarda una comunicazione telegrafica (5 giugno 1860) trasmessa dal vice presidente del Comitato di Noto al presidente del Comitato di Modica: “Noto, ore 7 antemeridie. Dietro l'attacco di Giovedì i Regi abbandonarono Catania imbarcandosi per Messina. La città governata dai buoni cittadini...” (Sezione Archivio di Stato - Modica, fondo De Leva, Corrispondenza, atti e scritture del periodo risorgimentale, b. 5/5, fasc. 4 e 10).
Dopo Palermo, anche Catania registra l'inarrestabile percorso dei garibaldini verso l'Unità d'Italia.
Il pianto di Maria all'alba del giorno senza tramonto
Quale incomparabile dolore abbia provocato la fibrillazione del cuore di Maria alla vista del Figliolo
messo in croce è sicuramente al di là dell'umana comprensione. L'aria, resa appena frizzantina dal
vento fresco ma moderato di primo vespro, accarezza quasi con dolcezza il corpo emaciato ed esangue del Cristo. Una folata gira attorno ai suoi, ai curiosi, ai soldati quasi volteggiando e facendo vibrare i cimieri, sfavillanti come saette, dei soldati preposti alla vigilanza dei condannati. Lacrime amare, quasi asciutte, percorrono il viso non ancora del tutto crespato di Maria che, avvolta nel suo mantello, vuole abbracciare con il suo sguardo tutta la persona dolorosa del Figlio.
Gli occhi velati d'amaro pianto sono rivolti al cielo, mentre il cuore di mamma rammenta le tenere cure date al fanciullo accarezzando con amore le memorie di quel tempo in cui il Figlio era tutto suo e si affidava all'affetto materno.
Oggi è così lontano da lei, così superiore alla sua debolezza, trasfigurato dalla missione divina che Egli ha da compiere.
Il pianto di Maria svolge quasi l'unico motivo dell'incontro e del contrasto fra l'umano ed il divino, che trovano la loro unità profonda solo in uno slancio d'intenso e sublime amore. La Vergine non è soltanto il simbolo dell'umanità, ma è essa stessa una donna vivente e sofferente alla vista del Figlio tanto martoriato dall'umana crudeltà.
E' anche la Madre di Gesù; come Cristo, che è Dio, è pure figlio amoroso ed umano.
Dalla visione triste di questo mondo, dove l'interrogazione ansiosa del mortale e la risposta divina si incontrano invano nell’immanente, non nasce nell’animo la disperazione ma piuttosto un senso di accorata speranza, inconsapevole e misteriosa come la forza d'amore che la ispira.
La stessa forza che ha sprigionato quell'energia, incommensurabile all'umano intelletto, redentrice delle colpe primordiali.
Ed ecco l'alba del nuovo giorno senza tramonto, foriera di luce e vincitrice sulle tenebre: la Risurrezione di Cristo che ci richiama il primo mattino luminoso del creato.
E' l'inizio di una nuova creazione.
E' una forza nuova che è lievito di vita la cui essenza è ineffabile, com'ebbe a dire il sommo poeta...."oh quanto è corto il dire e come fioco /al mio concetto! e questo..../è tanto, che non basta a dicer poco. /O luce eterna che sola in te sidi, /sola t'intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi!..." (PAR., XXXIII, 121-126).
Giuseppe Nativo