Un pensiero triste che si balla: il Tango

Conferenza musicale di Gino Carbonaro al Centro Servizi Culturali di Ragusa

 

Che cos’è la musica? E’ l’Arte di esprimere gli intimi sentimenti attraverso suoni modulati. E’ gioia, dolore, poesia ma anche riflessione interiore dell’animo. E’ il respiro della mente che tocca le sensibili corde del cuore. Se a tutto ciò si aggiunge passione, movimento, ballo di coppia dalle sequenze ritmiche, rapide, focose e tumultuose, si ottiene una “danza dell’abbraccio” che si realizza in parte attraverso l’improvvisazione ed in parte mediante passi codificati. Tutto ciò è il Tango, il tango argentino: una cultura a sé stante che oltrepassa i confini della terra che lo ha generato. Esso affronta questioni esistenziali legate alla condizione umana essendo intriso di solitudine e malinconia nonché di nostalgia, nemica e, nel contempo, consolatrice. Ma perché tutto ciò? E cos’è il Tango?

A spiegarlo con perizia tecnica del professionista in campo musicale, utilizzando quella sincera e genuina affabulazione propria del ricercatore e scrittore, è stato il prof. Gino Carbonaro nel corso di una “conferenza musicale” recentemente tenutasi presso il Centro Servizi Culturali di Ragusa ed avente per tema “Il Tango e la sua storia”. Ad organizzare l’evento culturale è stata l’Associazione “Maria Taglioni”, in stretta sinergia con lo stesso Centro Servizi, da anni impegnata nel campo della promozione, diffusione ed insegnamento della danza sia a livello dilettantistico che professionale.

L’originalità del tema affrontato dal maestro Gino Carbonaro, simpaticamente ed affettuosamente presentato dal giornalista e poeta Emanuele Schembari (Vice Presidente del Centro Servizi Culturali), si è rivelata nel modo di intercalare alla complessa ed articolata discettazione alcuni pezzi musicali (Tango e sue varianti) suonati con la sua inseparabile fisarmonica.

Sebbene vi siano molte ipotesi susseguitesi negli anni, si sa che il Tango nasce tra Beunos Aires e Montevideo, sul Rio della Plata, intorno agli anni ’80 del XIX secolo. Appare all’improvviso come una sorta di linguaggio comune della gente di Buenos Aires costituita da un cospicuo numero di immigrati di origine italiana, spagnola, tedesca, russa, famiglie numerose che abitano fianco a fianco nei grandi conventillos (vecchie case con ampio cortile interno, caratteristico dell’architettura spagnola e sudamericana, su cui si affacciano numerose stanze) nei cui cortili le note ed i passi rappresentano il trait d’union per molte persone rispetto a quanto non possa contribuire quel castigliano sgrammaticato che ciascuno si sforza di parlare. Nell’arrabal, quartiere di periferia, si realizza l’incontro fra la gente del porto e quella delle campagne. La gente della pampa porta la payada, un’antica forma di poesia popolare caratteristica delle feste di paese: il payador improvvisa dei versi endecasillabi, seguiti da un caratteristico stacco di chitarra. Intorno agli anni ’70 dell’800 la payada si evolve e ad essa si unisce il ballo. Quest’ultimo, detto “habanera”, ovvero danza spagnola diffusasi a Cuba e portata dai marinai fino alle due sponde del Rio della Plata, si diffonde ma velocemente si trasforma, assumendo l’andamento caratteristico e insolito di una camminata in cui l’uomo avanza e la donna indietreggia. Nasce così la milonga (milonguear significa passare la notte alternando canto e ballo). Dal porto di Buenos Aires arriva anche il “candombe”, danza caratteristica dei neri (che avevano abitato un piccolo borgo nella parte vecchia prima di scomparire decimati dalla febbre gialla), in cui le coppie ballano separate ma molto vicine, abbandonandosi a sensuali movimenti pelvici. Sono gli ingredienti che si intrecciano e fondono in quello che sarà il Tango. I primi tanghi, privi di autori riconosciuti, sono mere compilazioni di melodie folcloristiche, talvolta corredate da testi di tono gioioso e licenzioso. Il Tango come danza prende vita nelle strade, nei locali di periferia e nei postriboli delle capitali rioplatensi, dove si incontra la popolazione di immigrati giunti nel nuovo continente negli ultimi decenni del XIX secolo. Il ballo si diffonde inizialmente tra gli uomini. E’ infatti considerato immorale se ballato in pubblico da coppie miste, anche per l’evidente allusione all’atto sessuale: la coppia danza infatti abbracciata, generalmente guancia a guancia, molto unita nella parte superiore del corpo, mentre la parte inferiore esegue una serie di passi e figure in cui spesso le gambe e i bacini finiscono con l’essere a stretto contatto. Per tale motivo è oggetto di interdizione ecclesiastica. Caratteristica del Tango-danza è la combinazione di passi e figure eseguite da una coppia di ballerini che danno vita a una coreografia fortemente ispirata dalla musica. Il primo Tango d’autore, “El Entrerriano” è composto da Rosendo Mendizábal nel 1896. Le prime formazioni orchestrali di Tango sono costituite da piccole orchestre di tre o quattro strumenti facilmente trasportabili; il trio flauto, arpa e violino è ben presto sostituito dal trio bandoneón, chitarra e violino. Agli inizi del XX secolo il pianoforte si sostituisce alla chitarra, inaugurando così la formazione strumentale classica dell’orchestra da Tango. Tra i maggiori autori del primo periodo del Tango, convenzionalmente denominato Guardia Vieja (“vecchia guardia”) e compreso indicativamente tra il 1900 e il 1920, si ricordano Angel Villoldo, Roberto Firpo e Francisco Canaro. Nato come musica da ballo, il Tango si arricchisce ben presto di testi destinati a diventare parte indissolubile della forma musicale che ne è all’origine. Giocosi e picareschi agli esordi, negli anni ’20 e ’30 del Novecento, i testi dei tanghi iniziano a ruotare attorno ad argomenti molto cari agli immigrati quali la famiglia, la figura mitizzata della madre, la faticosa realtà dell’emigrato, la nostalgia per la patria e l’amore lontani, il tutto senza tralasciare la vita dissoluta e lasciva dei cabaret. Il Tango è anche una danza della notte che nelle sue epoche successive – quando si diffonde anche nel vecchio continente - incorpora le tecniche e gli ideali artistici del balletto classico e moderno, le forme della musica europea, il vocabolario del “lunfardo” (linguaggio in parte inventato ed in parte legato alla lingua parlata dell’immigrante, originariamente usato come gergo dalla gente della malavita). Il Tango mantiene un vincolo obliquo con la realtà: permette di sfuggirla e, nel contempo, se ne costituisce riflesso spietato. In buona sostanza, per dirla con una celebre riflessione di Enrique Santo Discepolo (un napoletano amante dell’opera, del teatro e della musica che arriva in Argentina verso la fine del ‘900 quando ancora non ha vent’anni, divenuto poi Direttore dell’Orchestra municipale di Buenos Aires), il Tango è “un pensiero triste che si balla”.

 

 

 

 

Il giallo della benzina solida

Presentato alla libreria Saltatempo il romanzo-inchiesta di Salvatore Cosentino

 

Una piccola formula chimica che ha tutte le carte in regola per rappresentare un grande passo per l’umanità. Un siciliano, specializzato in ingegneria chimica, autore di una scoperta scientifica tanto portentosa da rivoluzionare l’economia petrolifera. Una vicenda dalle connotazioni a dir poco strabilianti. Una trama da dipanare come “un racconto a ruota libera, imprevedibile e discontinuo sino alla fine”. Una storia reale che “comincia dalla fine dei fatti narrati, per quella preponderanza logica che la realtà, certe volte, ha sulla fantasia”. Un giornalista, anche lui siciliano, che per oltre un trentennio, rovistando negli archivi di Stato italiani, francesi e tedeschi, segue le tracce dell’ingegnere per mettere insieme, tassello dopo tassello, fatti su cui aleggia l’ombra del silenzio. Un silenzio che ubriaca la verità ammantandola di una tenebrosa coltre di indifferenza, sotto cui sono soffocati mille e poi mille “perchè”. Oscure presenze, servizi segreti e intrighi internazionali, tentano di spegnere quella sete di conoscenza a cui, caparbiamente, si aggrappa l’instancabile giornalista come l’erba ribelle che perfora il cemento. Questi ingredienti non sono quelli affascinanti di un film del grande Hitchcock, ma elementi reali e tangibili di una vicenda che sa di inverosimile ma che lascia l’amaro in bocca e tante domande. E’ con tanti “perché” che inizia il percorso narrativo di un romanzo-inchiesta che vuole andare sino in fondo. E’ un viaggio nella vita, nella storia di un nostro conterraneo di Piazza Armerina (En), l’ing. Gaetano Fuardo (1878 – 1962), dei suoi sacrifici, dolori e, forse, gioie. E’ un’indagine che cerca di approfondire e affrontare le quotidiane questioni legate alla sua scoperta ma anche alla sua esperienza umana intrisa di solitudine, malinconia nonché di nostalgia, nemica e, nello stesso tempo, consolatrice. E’ con una raffica di “perché” che il lettore viene investito dalle prime pagine del libro di Salvatore Cosentino, giornalista e scrittore di Mirabella Imbaccari (Ct), che traccia il solco dell’intera vicenda avente per tema “Il giallo della Benzina Solida” (Bonfirraro Editore, pp. 224). Una storia vera narrata con la genuina affabulazione di noi siciliani.

E’ proprio “un siciliano che guarda un altro siciliano”, come ha puntualizzato il dott. Carmelo Arezzo (Segretario Generale della Camera di Commercio di Ragusa, giornalista e critico), a cui è stata affidata la presentazione del menzionato volume, nel corso della recente iniziativa culturale tenutasi presso la sala conferenze della libreria “Saltatempo”, promossa ed organizzata dalla stessa. “Si tratta di un libro dalla lettura appassionante, estremamente ricca di suggestioni e di suggerimenti per riflessioni successive” – ha continuato Arezzo – “che poteva scrivere solo Salvatore Cosentino, perché è uno scrittore prezioso che ha sempre fatto della sua attività di scrittura, parallela peraltro a quella professionale (svolge l’attività di “speziale” come ama definirsi), un percorso impegnativo. Cosentino ha fatto sempre lo scrittore fuori dal coro. Molte di queste sue caratteristiche non le troviamo nel risvolto di copertina ma dentro il libro quando parla di un’altra persona che è l’alter ego di Cosentino, il quale parlando di altri parla di se stesso”. Si tratta di un testo “coraggioso” non solo per le problematiche di cocente attualità ma anche per il tortuoso labirinto, quello ricostruito dall’Autore, che non intende piegarsi alle “verità ufficiali”. Verità opache che impediscono la divulgazione della strabiliante scoperta dell’ing. Fuardo, autore di quella formula “magica” atta a produrre la “benzina solida” ottenuta con un processo di gelatinizzazione e, dunque, da commercializzare in scatola come i detersivi. Si tratta di un prodotto, così è scritto sulla quarta di copertina, che “galleggia in acqua come il sughero (e quindi non inquina i mari); evita gli incendi sugli aerei e su ogni altro mezzo che utilizza i carburanti; manda in pensione le petroliere e i distributori stradali” riducendo almeno del 50% il costo dei prodotti petroliferi. E’ un’indagine che coinvolge fino al midollo osseo l’Autore che, sin dal 1973, segue le tracce dello sfortunato ingegnere. Rimasto orfano da ragazzino e dopo aver superato brillantemente gli studi intrapresi al Politecnico di Torino, Fuardo si laurea in ingegneria chimica. Trasferitosi a Milano, mette a punto la sua invenzione che lo porta a lavorare per il governo francese contro cui, successivamente, incardinerà una controversia legale, che vincerà solo dopo la sua morte. Dopo aver collaborato per l’Inghilterra di Churchill e la Germania di Hitler, dove il Fuhrer gli mette a disposizione una fabbrica per la produzione di benzina solida molto importante per gli usi bellici, poi distrutta dai servizi segreti britannici, rientra in Italia per morire in miseria. Ma non è tutto. Il propellente in forma solida è stato utilizzato dalla Francia nella guerra d’Indocina, dove è trasportato per via aerea (dal dicembre 1953 al marzo 1954) allo scopo di rifornire dal cielo il presidio francese. Persino lo stesso Eisenhower si occupa della “benzina solida” ma è costretto a chiudere gli impianti, subito dopo averli aperti, a seguito di forti pressioni occulte. In buona sostanza, il Fuardo è stato schiacciato dalla sua stessa scoperta dimenticata o fatta dimenticare ma per la quale Cosentino, documenti alla mano e pubblicati in appendice, vuole fare giustizia narrativa attraverso la pubblicazione di una vicenda che passerà alla storia per aver sollevato tanti “perché” pesanti come macigni o, perchè no, come petroliere.

 

 

 

 

“… i festivi trionfi e le comuni allegrezze…”

Inaugurata all’Archivio di Stato di Ragusa mostra documentaria

 

Anche quest’anno il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MIBAC) ha organizzato la “Settimana della Cultura” che, giunta ormai alla decima edizione, si è svolta su scala nazionale dal 25 al 31 marzo scorso. Per sette giorni, la cultura italiana è stata “in vetrina”, con oltre 1.800 tra eventi, mostre, convegni, visite guidate ed aperture straordinarie, facendo partecipi Istituzioni pubbliche e private, Enti locali ed Associazioni. Nel corso di questa settimana i cittadini hanno avuto la possibilità di riappropriarsi dell’arte, della cultura, del patrimonio, seguendo le tracce della storia del Paese. E’ nell’ambito di tali iniziative che la Direzione Generale per gli Archivi si è fatta promotrice di analoga iniziativa con il coinvolgimento dell’amministrazione archivistica, attraverso le varie strutture dislocate su tutto il territorio italiano, proponendo manifestazioni aventi come slogan “Una festa per tutti… attraverso le fonti documentarie”. Dalla storia risorgimentale al periodo delle due guerre, dalla vita di corte a quella familiare, dalle tradizioni popolari alla letteratura, il documento diventa quasi “portavoce”, filo conduttore per eccellenza di un racconto che ripercorre ogni ambito della vita di ogni città. Il documento, insomma, diventa protagonista di un percorso culturale che trae linfa vitale dall’immenso patrimonio documentario conservato presso gli Archivi di Stato, sedi meno note al grande pubblico. Si rendono, pertanto, disponibili luoghi destinati solitamente allo studio ed alla documentazione che, per l’occasione, si trasformano in spazi che accolgono manifestazioni ed eventi culturali fruibili da tutti nel tempo libero.

Tra i tanti temi affrontati con le annesse iniziative (se ne contano oltre 150) che hanno interessato gli istituti periferici, quello scelto dall’Archivio di Stato di Ragusa, dal titolo “… i festivi trionfi e le comuni allegrezze…”, riguarda la documentazione che ruota attorno alle feste, folklore, costume e tradizioni popolari. La mostra, allestita nei locali dell’ente archivistico ibleo, risulta suddivisa in due sezioni: “Feste religiose” e “Feste laiche”. “L’obiettivo è, innanzi tutto, quello di rendere più forte e radicata una coscienza che metta al centro la cultura come volano d’identità collettiva, risorsa da sviluppare e da utilizzare come strumento per la formazione delle nuove generazioni”, ha così puntualizzato la dottoressa Anna Maria Iozzia (direttore dell’Archivio di Stato di Ragusa), nel corso della serata inaugurale, alla presenza del Vescovo di Ragusa (S. E. mons. Paolo Urso), del Presidente dell’Amministrazione Provinciale (ing. Franco Antoci), Viceprefetto (dr. Claudio Sammartino), Assessore alla Cultura del Comune di Ragusa (geom. Francesco Barone). La mostra resterà aperta dal 27 marzo al 30 aprile (lun.-sabato ore 9,00-12,00; mart.-ven. anche nelle ore pomeridiane 15.00-17,30). “L’esposizione documentaria” – spiega la dr.ssa Iozzia – “si propone di cogliere le variegate sfaccettature delle festività, sia di quelle a cadenza annuale sia di quelle legate ad eventi momentanei e contingenti. Le feste, intese come momento di rinnovamento spirituale o di gioiosa aggregazione sociale, caratterizzate da suggestive scenografie con scintillio di luci e colori, sono testimoniate dalla cospicua mole di carte d’archivio dalle quali possono essere attinte non poche notizie sugli usi e costumi di ciascuna epoca”. I documenti esposti, tratti da diversi fondi archivistici, coprono un arco temporale che va dal XV secolo agli anni ’70 del Novecento e spaziano, oltre che in ambito provinciale, a livello regionale, nazionale ed europeo.

Il percorso espositivo inizia con la sezione riguardante le “Feste religiose”, ricchissime di carteggi di cui i più antichi risalgono alla seconda metà del ‘400. Atti notarili, lettere, registri, manoscritti che registrano la descrizione di antiche usanze in occasione di ricorrenze liturgiche portano il visitatore indietro nel tempo, verso un passato ormai dimenticato ed occultato dalle pieghe del tempo. Tra i più antichi: anno domini 1692, 16 di agosto, per la festa dell’Assunzione in S. Maria delle Scale di Ragusa, il maestro Paolo Falcuni di Comiso si obbliga a suonare, per tre anni, “trometti e bifari” dietro un compenso annuale di onza 1 e tarì 9 (Arch. di Stato-Sezione di Modica, notaio Carlo Falce, Ragusa, n. 370/43, c. 59 r-v); nell’ottobre del 1731, in occasione della festa dell’Immacolata nell’antico Convento di S. Francesco di Ragusa, con atto in notaio Odierna, il sac. Carmelo Castelletti, procuratore del menzionato convento, si assicura la prestazione del maestro Nunzio Campo che, ricevuta la somma di tarì 22 e grana 10, si impegna a portare “le carte per l’apparato della chiesa di detto Ven. convento per la festa della Concezione” (Arch. di Stato-Sezione di Modica, notaio Arcangelo Odierna, Ragusa, n. 385/30, cc. 54v-55r).

La sezione relativa alle “Feste laiche” comprende tutte quelle manifestazioni promosse ed organizzate in occasioni di ricorrenze civili, tra le quali: l’Ordine n. 5 del tenente colonnello comandante del presidio di Ragusa, Bramante Francesco, per la visita in Via Roma delle truppe dei giovani fascisti e delle organizzazioni del Regime in occasione della festa dello Statuto da tenersi il 7 giugno 1936 (Arch. di Stato di Ragusa, Prefettura di Ragusa, Gabinetto, b. 2526); il telegramma, datato 31 dicembre 1947, del prefetto di Ragusa, Ugo Mondio, con cui si riferisce alla Presidenza del Consiglio dei ministri lo svolgimento della cerimonia celebrativa della Costituzione, svoltasi in quella mattinata, alla quale hanno preso parte le autorità civili, politiche e militari della provincia nonché tutti i sindaci a ciascuno dei quali è stato consegnato il numero speciale della Gazzetta Ufficiale contenente il testo della Costituzione (Arch. di Stato di Ragusa, Prefettura, Gabinetto, b. 2048).

Elemento comune di tutte le ricorrenze, tanto laiche quanto religiose, è il fervore che traspare dalla descrizione puntuale ed articolata di tutti gli adempimenti connessi per la buona riuscita di ogni iniziativa. Ricorrenze che rappresentano le tappe storiche di una comunità civile inserita nel contesto sociale di un territorio.

 

                                                                                                          Giuseppe Nativo