L’ultimo atto di amore
Un malessere. Una fitta. Un tonfo. Un salto nel tunnel della speranza. L’inutile corsa al più vicino nosocomio. Un 52enne, di Ragusa, qualche settimana fa, viene ricoverato per emorragia cerebrale presso la divisione di rianimazione dell’ospedale cittadino. Il concitato, febbrile ma preciso intervento dei medici nulla può contro l’evolversi infausto degli eventi. Preso atto del consenso anzitempo espresso dal paziente circa la volontà di donare gli organi, la macchina sanitaria viene messa subito in moto al fine di creare le condizioni idonee per l’espianto degli organi, il primo in assoluto nella città di Ragusa e triplice (fegato, reni e cornee) per il numero di organi espiantati.
Un affannoso scambio di contatti telefonici e telematici costituiscono il prologo dell’iter procedurale da seguire. Da un punto di vista medico, inizia il protocollo tecnico-scientifico per seguire e monitorare le condizioni del soggetto. Il procedimento per l’esecuzione di tali attività è disciplinato secondo modalità tali da assicurare il rispetto dei criteri di trasparenza e di pari opportunità tra i cittadini, o almeno così si spera, prevedendo criteri di accesso alle liste di attesa – per i potenziali riceventi – determinati da parametri clinici ed immunologici.
I trapianti sono una grande conquista della scienza a servizio dell’uomo e non sono pochi coloro che ai nostri giorni sopravvivono grazie al trapianto di un organo. Per questo, nella Lettera Enciclica Evangelium vitae, il Papa ha ricordato che, tra i gesti che concorrono ad alimentare un’autentica cultura della vita, “merita un particolare apprezzamento la donazione degli organi”. Si profilano, però, all’orizzonte una ridda di riflessioni e di interrogativi che in questi casi attanagliano le coscienze.
La donazione dei propri organi si configura come un autentico atto d’amore. Non si dona semplicemente qualcosa di proprio, si dona qualcosa di sé. A tale scopo è necessario un consenso informato. Un gesto tanto impegnativo richiede che la persona sia adeguatamente informata sui processi in esso implicati. L’eventuale consenso dei congiunti ha un suo valore etico quando manchi la scelta del donatore. Per quanto ovvio, un consenso con analoghe caratteristiche dovrà essere espresso da chi riceve gli organi donati. Ma chi è il donatore ed in quale stato si trova al momento dell’espianto? Il donatore di organi è un paziente che si trova in sala di rianimazione. Questo perché non è possibile prelevare un organo da un cadavere, poiché la morte, come comunemente si intende, danneggia irrimediabilmente gli organi per l’assenza di una circolazione continua di sangue e quindi di ossigeno. Condizione necessaria è, dunque, un individuo che è morto clinicamente, cioè in uno stato di morte cerebrale (il suo cervello è elettricamente silente, soltanto il suo cuore batte, vive cioè una vita artificiale). Questa esigenza è di immediata evidenza, giacché comportarsi altrimenti significherebbe causare intenzionalmente la morte del donatore prelevando i suoi organi. Nasce da qui una delle questioni che più ricorre nei dibattiti di bioetica attuali e, spesso, anche nei dubbi della gente comune. Si tratta del problema dell’accertamento della morte. Quando una persona è da considerare certamente morta? Le motivazioni scientifiche vanno oltre i tradizionali segni cardio-respiratori, ponendo, invece, l’attenzione sul cosiddetto criterio “neurologico”, vale a dire sulla rilevazione, secondo parametri ben individuati e condivisi dalla comunità scientifica internazionale, della cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica (cervello, cervelletto e tronco encefalico), in quanto segno della perduta capacità di integrazione dell’organismo individuale come tale. Di conseguenza, l’operatore sanitario, che abbia la responsabilità professionale di un tale accertamento, può basarsi su di essi per raggiungere quel grado di sicurezza e di “certezza morale” necessari e sufficienti per poter agire in maniera eticamente corretta.
Molta enfasi, e non a torto, è stata data dalla stampa al nobile gesto del soggetto-donatore ma, soprattutto, alla professionalità che ha contraddistinto le equipes di Palermo e di Catania, appositamente intervenute in sinergica cooperazione con quelle di Ragusa, nonché al triplice espianto, condizione questa che pone il territorio ibleo all’attenzione di tutta la comunità scientifica e medica. Purtroppo, però, non con la stessa enfasi sono stati affrontati argomenti che apparentemente si collocano, forse, come collaterali ma anch’essi di rilevante importanza. Innanzi tutto, corre l’obbligo evidenziare che l’espianto, secondo fonti vicine al comparto tecnico-medico dell’ospedale cittadino, avrebbe dovuto comprendere anche i polmoni ed il cuore. Quest’ultimi organi, che avrebbero potuto salvare altre due vite umane, sono andati persi! Ciò non si è verificato per l’imperizia degli operatori sanitari, i quali non solo hanno operato secondo quella “certezza morale” di cui sopra ma ottemperato a tutte le varie fasi procedurali secondo i dettami della normativa vigente.
Il tempo è tiranno, direbbe qualcuno. Senza dubbio esso è una componente non trascurabile, spesso di non facile gestione, ma che, nel caso in specie, risulta fuori causa! Una delle equipe mediche prontamente interpellate e che ha dato subito la massima disponibilità (per l’espianto dei polmoni e del cuore) è stata quella di una struttura del Nord Italia. Malgrado gli sforzi e l’impegno profusi, la corsa contro il tempo ha dato esito negativo. Problemi logistici legati alle difficoltà di trasporto (di andata, ma soprattutto di ritorno) e, non ultime, viarie hanno costretto quella equipe a soffocare ogni entusiasmo. Più sopra si è accennato alle “pari opportunità tra i cittadini”. Ancora una volta si riscontra il fatto che esistono cittadini di serie “A” e quelli di serie “Z”. Il sistema di trasporto aereo, che in questi casi segue canali differenziati dal giornaliero, si è rivelato poco consono a soddisfare le esigenze connesse alla tempistica: eliporti non fruibili nottetempo o troppo lontani dalla struttura in cui si deve effettuare l’espianto. Medesima situazione, a dir poco drammatica, si riscontra nel sistema viario che nella nostra regione offre non poche falle. Si è argomentato su problemi etici connessi all’espianto degli organi, ma si ritiene che anche quelli appena menzionati abbiano la stessa valenza dei primi. Un appello va, dunque, alle Funzioni Regionali e Provinciali affinché pongano in essere tutti gli accorgimenti e le strutture idonee per limitare o, se possibile, eliminare le discrasie appena lamentate.
Prima di allora l’ultimo atto di amore risulterà sempre dimezzato!
Giuseppe Nativo
Una Donna Libera
Le vicissitudini umane sono costellate di storie di donne, le quali, attraverso battaglie e lotte politiche hanno riconcettualizzato la loro stessa storia fino a creare dei veri e propri paradigmi storiografici. Attraverso le parole di Joan Kelly si potrebbe affermare che: “…non è solo questione di restituire le donne alla storia, ma soprattutto di restituire la storia alle donne”. Il Novecento potrebbe essere definito come il “secolo delle ribelli”. Non poche le protagoniste del secolo scorso che ha visto la rivoluzione dell’universo femminile in Italia. Il destino della donna, anche nell’immediato dopoguerra, era legato ad un ruolo familiare molto forte. Una di queste donne, che in qualche modo ha detto “no” ad un percorso segnato dalle tradizioni e dalla società, è stata Maria Occhipinti, figlia degli iblei. Questa la delicata ed interessante tematica affrontata in occasione della presentazione del libro di Maria Occhipinti dal titolo “Una donna libera” (Sellerio Ed. 2004, pp. 351, note a cura di G. Grassi), tenutasi venerdì 12 novembre, presso la sala conferenze del Centro Studi “Feliciano Rossitto” di Ragusa. L’apertura dei lavori è stata curata dal Prof. Salvatore Assenza, Vice Presidente del Centro Studi, a cui si è aggiunta la partecipazione della sig.ra Marilena Licitra Occhipinti, figlia di Maria Occhipinti. La presentazione del volume è stata affidata alla Prof.ssa Laura Barone, da oltre cinque lustri impegnata a dare preziosi e numerosi saggi di storia vista al femminile occupandosi di numerose donne iblee che hanno tracciato un solco indelebile nella memoria dei ragusani, caratterizzando quella “zona grigia” dal dopoguerra agli anni Settanta del Novecento. Numerosi gli interventi programmati: l’On. Giorgio Chessari, Presidente del Centro Studi, ha posto l’accento sulla forte personalità di Maria Occhipinti; il Dott. Tonino Solarino, Sindaco di Ragusa, ha richiamato l’attenzione sull’importanza di avere un “luogo della memoria” intitolato alla Occhipinti; infine, il toccante intervento di Pippo Gurrieri, vicinissimo a Maria nei suoi ultimi decenni di vita, che ha evidenziato il carattere e l’animo di questa “grande” donna ponendoli in relazione all’instancabile impegno profuso dalla stessa tanto in ambito sociale quanto in quello politico, paragonandola ad una “donna-Ulisse” per la sua caparbietà nonché per il suo continuo peregrinare.
Anni durissimi quelli attraversati dalla Occhipinti (nata a Ragusa nel 1921), nata in uno di quegli ambienti in cui alle donne, come diceva il siciliano Borghese, “mancava perfino la forza di gemere”. Un ambiente dominato dal “sequestro di parola” nel quale la servitù delle donne era anche una servitù volontaria, vissuta come cosa naturale. La Occhipinti, per la sua tenacia, per il suo spirito libero e indomito, diviene subito una “ribelle” la cui ribellione consiste nell’affermare in maniera prioritaria il diritto proprio alla parola, alla manifestazione ed alla testimonianza.
Il libro narra la vita di ogni giorno, con i mille problemi che il quotidiano vivere pone innanzi ad ogni donna come Maria Occhipinti. E’ l’autobiografia di una donna che porta in sé la condizione “tragica” di “donna libera”. In una sua lettera del 26 ottobre 1983 così scrive: “Non mi sono mai pentita di quello che ho fatto, né potrei abbassare la testa…”. Queste le sue parole sincere ed asciutte come i suoi grandi occhi.
Di fronte a un libro come “Una donna libera”, si è al cospetto di un documento eccezionale ancora capace di far riflettere le coscienze moderne.
Giuseppe Nativo
Scuola di Polizia a Ragusa
Tutti conoscono il Vigile Urbano e tutti pensano che il suo compito sia quello di dare le “multe” agli automobilisti indisciplinati o di dirigere il traffico.
Senza dubbio una delle funzioni specifiche del Vigile o meglio dell’Agente di Polizia Municipale è quella di Polizia Stradale ossia di far rispettare le regole del Codice della Strada ma questa è solo una delle sue molteplici funzioni. Per questo motivo i corsi di formazione per i neo-assunti mirano a rendere più qualificato il personale che dovrà disimpegnare il servizio assegnato e, nel contempo, renderlo ad una dimensione più a misura d’uomo.
Ciò è quello che si prefigge l’Amministrazione Comunale di Ragusa, unitamente a quella di Scicli, avviando un percorso formativo per 21 unità, delle quali 7 provenienti dal Comune di Scicli. Altre 8 unità, che contribuiranno ad assicurare un significativo potenziamento dell’organico da tempo atteso da tutta la cittadinanza ragusana, saranno inserite in tempi successivi. Sono già trascorse oltre tre settimane dall’avvio del corso inaugurato, il 6 novembre scorso, dall’Assessore alla Polizia Urbana del Comune di Ragusa, presso la sala AVIS con il primo modulo sulla Comunicazione - intotolato “Comunicare il Cambiamento dell’Amministrazione Pubblica Locale: quale ruolo per la Polizia Municipale?” – che è stato curato dal Dr. Gian Piero Saladino, Dirigente della Comunicazione Istituzionale del Comune di Ragusa e formatore esperto della materia. Il Dirigente nel corso del suo intervento ha posto l’accento sulle funzioni della Polizia Municipale - stabilite dalla legge quadro sull’ordinamento della P. M. del 7 marzo 1986 n. 65, recepita in Sicilia con le integrazioni contenute nella legge regionale 1 agosto 1990 n. 17, e succ. modifiche – che è un organo di controllo preposto ad una funzione pubblica in ordine al rispetto delle leggi e dei regolamenti, presidiati da sanzioni di varia natura. Dalla sua costituzione, avvenuta ab antiquo, i compiti del Corpo si sono moltiplicati. Da semplice guardia civica con funzioni di vigilanza e di tutela dell´ordine pubblico si è trasformato in un soggetto ben più complesso e articolato per essere in grado di rispondere alle esigenze sempre crescenti della comunità. In una realtà in continua trasformazione, oggi la Polizia Municipale assume un ruolo fondamentale, impegnato ogni giorno in una costante opera di prevenzione, di controllo del territorio e di servizio al cittadino. Da qui l’esigenza per una maggiore “comunicazione” da parte della Funzione pubblica. Per servire i cittadini in maniera appropriata è necessaria ed indispensabile una forza lavoro adeguata non solo alle mutate esigenze ma, soprattutto, addestrata e capace di intervenire con competenza e professionalità per fronteggiare comportamenti illeciti o criminosi. E’ su questi temi che sarà articolato il percorso formativo che prevede lo svolgimento di tematiche specialistiche da parte di personale qualificato appartenente all’Amministrazione ma anche di personale esterno come il Dr. Domenico Carola, Comandante della Polizia Municipale di Isernia. L’impianto formativo, della durata di due mesi, voluto dai due Comandanti delle Polizie Municipali, Dr. Giovanni Scifo (per Ragusa) e Dr. Francesco Nifosì (per Scicli) ha dato l’imprimatur per una funzione pubblica di eccellenza che deve ascoltare, dialogare e collaborare con il cittadino, restituendo risposte corrispondenti alle sue attese.
Giuseppe Nativo
Natale in Sicilia
“…L’uso di allestire il presepe in casa risale al 1517, l’anno in cui San Gaetano da Thiene fu ispirato a predicare l’opportunità di questa testimonianza natalizia…”. Queste le informazioni che ci fornisce Luigi Colaleo in un suo intervento relativo ai presepi della tradizione calatina (in “Presepi di Caltagirone…”, Lombardi Editore, Palermo 1994, pag. 47). Da qui l’esigenza di predisporre il presepe con addobbi e personaggi a volte creati o abbelliti dall’estro artistico di pittori, ceramisti nonché da umile gente dall’animo caldo e generoso. Da qui il sorgere di tradizioni locali che rendono il presepe un evento unico per l’impronta data alle singole creazioni calate in ciascuna realtà territoriale ricca di storia e di antiche tradizioni.
Su questi presupposti trae spunto il percorso fotografico proposto dal dott. Vincenzo Giompaolo, frutto di un interesse e di un impegno ultra trentennale alla ricerca delle radici della tradizione siciliana che volge lo sguardo al Santo Natale sotto diverse forme a volte sacre, a volte profane ma che convergono in un senso “sano” e “genuino” che si appella alla sensibilità dell’animo di ciascuno. Nel clima natalizio, in cui la Chiesa lancia il suo grido di gioia ed invita tutti a rendere omaggio a Gesù bambino, nato nella più grande povertà, ben si inserisce la mostra fotografica di Giompaolo allestita per l’occasione presso il “Tempio del Cioccolato Gisol” di Ragusa con la partecipazione e l’intervento di numerose strutture ragusane impegnate da tempo sul campo culturale e delle tematiche etniche, quali il Centro Servizi Culturali, l’Ass. Culturale Docenti “G. B. Hodierna”, l’A.S.P.E.I., l’Associazione Culturale “Sicily is one” nonché il Comune di Ragusa. La mostra fotografica, avente per tema il “Natale in Sicilia”, si articola in una ventina di fotografie, le più rappresentative dell’opera di Giompaolo, che toccano il cuore della Sicilia immortalato nei suoi momenti più belli e tradizionali che possono essere riassaporati attraverso un CD-rom appositamente predisposto. In esso sono raccolte quasi un centinaio di foto scattate dallo stesso Giompaolo, ricercatore di problematiche etnografiche e studi sulle tradizioni popolari siciliane. La presentazione dell’opera è avvenuta in presenza di un folto pubblico che, presso la sala esposizioni della “Gisol”, ha seguito con molto interesse l’intera iniziativa culturale. Ad aprire i lavori, dopo i saluti di Giorgio Solarino (responsabile marketing della “Gisol”) e del dott. La Mesa (responsabile dell’Ass. Culturale “Sicily is one”), è stato il presidente del Centro Servizi Culturali di Ragusa, il prof. Cirnigliaro, che ha posto l’accento sulla valenza dell’opera di Giompaolo vista sia da un punto di vista culturale che etnografico. Significativa la presenza dell’On. Bartolo Pellegrino che, con il suo intervento, ha evidenziato l’esigenza di rivalutare le nostre tradizioni quali uniche testimonianze di un passato che sembra lontano ma a cui siamo legati attraverso un cordone ombelicale dal quale traiamo ancora oggi sostentamento.
Una mostra ed un CD-rom, dunque, dedicati ai presepi, ai “pastureddi”, ai “bammineddi”, ai “ciaramiddari”, alle “nuvene” natalizie ed alle tradizioni della nostra isola, con particolare attenzione a quelle della zona sud-orientale. Fra nostalgia e volontà di conservare le immagini di un passato che sta scomparendo, Vincenzo Giompaolo propone il “suo” Natale visto dietro la macchina fotografica nei tanti paesi della Sicilia, con le loro usanze, con le loro peculiarità, ma accomunati dallo stesso sentimento di partecipazione gioiosa, corale all’evento più sentito dell’anno. Non è il Santo Natale ad essere immortalato, bensì il cuore di ciascuno pieno di gioia e di speranza.
Giuseppe Nativo
Natale sotto i ponti
In un mondo tormentato da incubi catastrofici e oppresso da una fredda tecnologia computerizzata è quasi necessario tentare di ricostruire un incontro con la natura. Il periodo che precede e introduce la festività del Santo Natale è sicuramente propizio per cercare di assaporare la bellezza del nostro territorio. Non si possono trascurare i molti aspetti paesaggistici spesso affascinanti e a volte sconosciuti ospitanti una simbiosi botanico-naturalistica di interessante struttura e di immediata comprensione. Nel tormentato assetto orografico dell’area iblea, tra lo snodarsi di vallate ora incassate come canyons ora sboccianti in dolci declivi, si può cogliere l’essenza di un paesaggio irripetibile.
E nella ricerca dei fenomeni naturali immediatamente fruibili (ambiente paesaggistico e botanico) si pone l’iniziativa proposta ed intrapresa dal comitato di quartiere “Carmine-Putie”, Santa Maria delle Scale e Santa Lucia in sinergica cooperazione con il Comune di Ragusa. Si tratta di una “passeggiata ecologica” nella vallata Santa Domenica attraverso la “Panoramica dei Ponti” che si snoda lungo il percorso che da Largo San Paolo risale la scalinata che collega a Piazza Carmine. Una iniziativa sicuramente unica nel suo genere che si propone di far conoscere dei percorsi inediti nonché la possibilità di gustare un aspetto paesaggistico dal sapore antico e, ancora in parte, selvatico.
Il percorso pedonale - ricco di basole e dentelli di pietra locale, posti in opera con la stessa tecnica a secco degli antichi “mastri” e “brurata” di sigillatura dei giunti - accompagna l’incedere curioso del viandante facendo scorgere ora scorci arborei ora ruderi di umili vestigia – il mulino ad acqua, ubicato “a Cava”, sotto la chiesa del Carmine - divenuti quasi irriconoscibili dall’ingiuria del tempo. All’imbrunire, mentre gli ultimi raggi solari si nascondono dietro le declinanti colline che ad anfiteatro circondano il suggestivo scenario ambientale, sorge in penombra l’arroccato quartiere dell’antico centro storico, “Jusu”, Ragusa-Ibla, con le sue variegate luci. Dalla “panoramica” sembra scorgere un quadro barocco, un pezzo al naturale di Presepe pulsante e vivente con scorci e “monumentalità” solenni determinati dagli elementi più imprevisti e disparati: dalla fontanella al pezzo di finestra antica, dai ferri battuti, ritorti ed arrugginiti alla fitta teoria di viuzze che legano le case, le une addossate alle altre, attraverso una “tramatura” dal sapore medievale.
E’ una passeggiata che apre l’animo ed il cuore a vecchie speranze e timori che sono gli stessi della nostra infanzia nel corso della quale tutto appariva diverso ed il cielo, con la Luna d'argento e le stelle dorate, era pieno di gnomi, folletti e fatine incantate che regalavano una pioggia d'auguri ed un pensiero gentile per un Santo Natale.
La passeggiata costituisce, pertanto, un modo alternativo e certamente valido per cercare di fornire un utile supporto alle politiche, peraltro già avviate dall’Amministrazione comunale, volte ad un maggiore richiamo turistico della nostra zona nonché al rilancio del centro storico del capoluogo ibleo.
Giuseppe Nativo