Le ferrovie iblee, tra storia e territorio
Non si può attraversare la parte sud-orientale di questo lembo di Sicilia senza essere ammaliati dalla bellezza paesaggistica. Per ammirarne appieno gli affascinanti scenari in tutta la loro imponenza, un punto cardinale dopo l’altro, nelle tante giornate di sole che inondano l’isola, il turista potrebbe utilizzare il mezzo che, come negli anni ’80 del XIX secolo, percorra un tracciato curvilineo, ora arrampicandosi sulle vallate iblee, ora ruotandovi attorno, utilizzando vecchi percorsi: la locomotiva a vapore.
Tratte ferroviarie iblee, tra storia e territorio, sono le tematiche discettate nel corso del convegno “Ragusa in treno”, recentemente tenutosi presso l’aula consiliare del Palazzo di Città alla presenza di un folto ed attento pubblico. A relazionare, dopo i saluti dei vertici politico-istituzionali del Comune, sono stati chiamati Daniele Pavone (ricercatore e pubblicista nel settore della valorizzazione dei beni culturali), Piero Muscolino (docente di Trasporti all’Università IULM di Milano, già Dirigente Generale delle FF.SS.) e Roberto Montelucci (Funzionario dei Trasporti su rotaia e già consulente Commissione Interministeriale tratto ferrovia Firenze-Roma).
Attraversando il territorio ibleo ci si accorge che il sistema viario è quasi “accompagnato” da una linea ferrata a volte in pendenza, rispetto all’asse stradale, altre in salita, che con il suo sinuoso tragitto, rispettando le asperità naturali del terreno, raggiunge i punti più lontani della provincia toccando, in un “abbraccio affettuoso”, diversi comuni dell’hinterland. Ci si imbatte, pertanto, in non pochi caselli ferroviari con relativi fabbricati che, non di rado, sono fatiscenti o dismessi da tempo. Si è, in buona sostanza, di fronte ad una linea ferroviaria facente parte di un progetto iniziato nella seconda metà del XIX secolo, finalizzato alla realizzazione di un articolato sistema di collegamenti ferroviari volto a migliorare lo sviluppo dei territori afferenti alla parte sud-orientale della Sicilia. L’approvazione, a luglio del 1879, della legge n. 5002, detta anche “Baccarini” dal nome dell’allora Ministro dei Lavori Pubblici, che favorisce nuove costruzioni ferroviarie in territorio italiano (suddividendole in 4 categorie – linee normali e a “scartamento ridotto” – in base alla loro importanza e contributo statale versato per la costruzione e gestione), dà la possibilità di fornire alla città di Ragusa un sistema ferroviario, talora con “alcune realizzazioni dalla notevolissima arditezza progettuale”, che attraversa un territorio oggi di alto interesse culturale anche per gli splendidi scorci paesaggistici di cui si può cogliere l’essenza percorrendo il tratto ragusano della Siracusa-Licata. La città di Ragusa è servita da due linee ferroviarie: la Siracusa-Licata e la cessata Siracusa-Vizzini-Ragusa, entrambe frutto del sopra citato progetto che fornisce alla Sicilia sud-orientale un complesso sistema di collegamenti su rotaia. La prima ad essere completata è la Siracusa-Licata (inaugurata tra il 1886 ed il 1893) che rappresenta per molto tempo una infrastruttura molto importante per la Città. Il completamento della Lentini Diramazione-Caltagirone (quest’ultima attivata sino a Gela solo alla fine degli anni ’70 del secolo scorso) nonché l’affermarsi del trasporto su autoveicoli gommati contribuiscono ad un notevole e costante ridimensionamento della tratta Siracusa-Licata, dovuta anche alla lunghezza del percorso e, quindi, non competitivo rispetto al sistema stradale. La Siracusa-Vizzini-Ragusa nasce dall’esigenza di raggiungere con la linea ferrata diverse località ricadenti in territorio aretuseo e ragusano (Floridia, Palazzolo Acreide, Chiaramonte Gulfi, etc.), non servite dalla Siracusa-Licata. Il 21 giugno 1911 alcune personalità dell’epoca costituiscono a Roma la SAFS (Società Anonima per le Ferrovie Secondarie della Sicilia) che, con Regio Decreto n. 697 del 15 febbraio 1912, assume la concessione per la costruzione e l’esercizio della Ferrovia. Inizia così la progettazione e realizzazione della Siracusa-Vizzini-Ragusa (inaugurata tra il 1915 ed il 1923) che presenta un caratteristico tracciato a Y il cui fulcro è rappresentato dalla stazione di Bivio Giarratana (Rg): la linea proveniente da Siracusa, dopo aver attraversato la splendida Valle dell’Anapo, molto ricca per patrimonio naturalistico ed archeologico, si dirama in due tronchi, di cui uno arriva fino a Vizzini (passando da Monterosso Almo e Buccheri), presso la stazione FS di Vizzini Scalo, mentre l’altro, dopo aver servito Chiaramonte Gulfi, giunge nel capoluogo ibleo, servendola con due stazioni, di cui una di campagna, denominata Annunziata, e l’altra centrale, confinante con quella FS. Tale linea, che è stata una delle due sole ferrovie in concessione della Sicilia (l’altra è la Ferrovia Circumetnea), è costruita a “scartamento ridotto” di 950 mm (per “scartamento ferroviario” si intende la distanza intercorrente tra i lembi interni delle due rotaie misurata a 14 mm sotto il piano di rotolamento; la larghezza in genere utilizzata è di 1435 mm; le linee che utilizzano uno “scartamento” di misura inferiore, sono dette a “scartamento ridotto”) che permette di effettuare un buon tracciato percorribile in zone tortuose (caratteristiche del territorio ibleo), sebbene riduca parecchio la velocità della locomotiva. La lunghezza della linea è di 124, 35 km (di cui circa 97 km per la tratta Siracusa-Bivio Giarratana-Ragusa a cui si aggiungono i 27 km della tratta Bivio Giarratana-Vizzini scalo). Il servizio è garantito da un parco macchine di 10 locomotive a vapore, realizzate appositamente a Breda e numerate da 01 a 10, a ciascuna delle quali è inoltre attribuito il nome di una località servita dalla Ferrovia (per cui l’unità 06 è denominata “Giarratana”, la 07 “Chiaramonte”, la 08 “Ragusa”, e così via). A seguito della realizzazione di un tronco a servizio del Porto di Siracusa, per il trasporto dell’asfalto proveniente dalla miniere di Ragusa, la tratta raggiunge un periodo di notevole importanza. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, per una serie di decisioni manageriali non lungimiranti, la SAFS interrompe il servizio sui due tronchi da Bivio Giarratana per Ragusa e Vizzini (18 febbraio 1949), decidendo poi per la chiusura definitiva (30 giugno 1956), seguita poi dal totale smantellamento. Oggi di questa ferrovia, che ripercorre una delle rotte di penetrazione percorse sin dai tempi della colonizzazione greca, rimangono non poche tracce che assumono notevole importanza in quanto collocate in un “insostituibile corridoio di collegamento fra alcuni dei principali siti di interesse archeologico”. Da qui l’esigenza di sviluppare le potenzialità turistiche della ex tratta Siracusa-Vizzini-Ragusa (peraltro già note negli anni ’30 del Novecento) “attraverso la tutela e valorizzazione di questa parte importante della recente storia iblea”.
Mostra di opere progettate per la Chiesa ragusana dal 1955 al 1959
Duilio Cambellotti, “artista-artigiano” dai molteplici talenti
“Presentare Duilio Cambellotti ai cittadini di Ragusa sarebbe fuor di luogo, direi inopportuno. Ragusa ha il vanto, come poche città d’Italia e la stessa Roma, di possedere numerose opere del Maestro, e tutte egregie… Pittore, scultore, incisore, orafo, medaglista, scenografo, illustratore di libri, Duilio Cambellotti fu un virtuoso di tutte le arti, grande al pari dei più grandi del Rinascimento…”. Ciò è quanto scrive, nel 1960, Saverio Fiducia qualche tempo dopo la scomparsa di Cambellotti, di cui presentava nel capoluogo ibleo una bella mostra. Ad oltre quarant’anni dalla scomparsa l’artista torna a far parlare di sé attraverso un’iniziativa promossa dall’Amministrazione Comunale su proposta dell’Assessore alla Cultura, Francesco Barone. Si tratta della mostra di disegni preparatori, studi e bozzetti esecutivi che costituiscono il corpus delle opere progettate da Cambellotti per la Chiesa ragusana in un ambito temporale che va dal 1955 al 1959. Luogo espositivo scelto è la vetusta chiesa di S. Antonino (Ragusa-Ibla) che dal 5 al 27 gennaio ha ospitato anche altre opere provenienti dall’archivio dell’artista e riguardanti la nutrita ed instancabile sua produzione. “Le opere progettate per la Chiesa ragusana negli anni ’50 del secolo scorso” – spiega il curatore della mostra, Arturo Dinatale – “rappresentano il ritorno del grande artista romano nella nostra città, a più di vent’anni dal ciclo pittorico da lui compiuto nei fastosi saloni del Palazzo del Governo”. Nei primi anni ’30 del Novecento inizia, in ambito ragusano, il solco artistico tracciato dal Cambellotti attraverso l’esecuzione delle decorazioni murali del nuovo Palazzo della Prefettura (si tratta dei tre ambienti di maggiore spicco: il Salone d’Onore, la Sala del Camino e la Sala da Pranzo, dove, oltre ai temi ricorrenti del regime, sono rappresentati i prodotti della terra unitamente alle attività del territorio ibleo), nell’ambito della quale si instaura una fruttuosa sinergia – amichevole e di “committenza” pittorica - con Antonino Cannì, apprezzato artista ragusano.
Dopo circa quattro lustri, il Cambellotti viene chiamato a predisporre la realizzazione di numerosi progetti per la Chiesa ragusana. Si tratta di un breve ma intenso periodo, quello tra il 1955 e il ’59, in cui il Maestro disegna, curando sin nei minimi particolari, i bozzetti riguardanti i soggetti e le scene da realizzare per le vetrate della chiesa dell’Ecce Homo di cui solo tre, dei quindici elaborati, sono posti in opera ed inaugurati nel giugno del 1956 (il “Coronato di spine”, sulla facciata della chiesa; la “Natività” e la “Pentecoste” sui lati opposti del transetto). In quello stesso ciclo di produzione artistica è realizzato, in occasione della istituenda Diocesi, il prezioso “Pastorale della Diocesi di Ragusa” (di cui sono esposte alcune foto). Una committenza importante che Cambellotti, su incarico dell’allora Vescovo Mons. Pennisi, porta a termine nel 1957. In tale opera, di argento a fusione in parte dorato, con smalti e gemme, si può notare lo straordinario contributo artistico di Cambellotti caratterizzato da una raffinatezza senza eguali.
Il percorso espositivo è anche arricchito da preziosi ed interessanti disegni di opere poi non realizzate, quali, ad esempio, il bellissimo pulpito dall’Artista concepito per la Cattedrale di San Giovanni Battista, sede della cattedra del Vescovo, del quale si può ammirare il bozzetto in gesso.
Tutta la vasta e complessa produzione di Cambellotti (1876-1960) è caratterizzata da una “rinnovata interpretazione delle forme nate per un uso quotidiano e pervasa da un linguaggio artistico ispirato all’inesauribile repertorio offerto dal mondo della Natura”. Molteplici sono i contatti che l’Artista ha modo di intrattenere con numerosi esponenti del panorama artistico italiano a cavallo tra la fine dell’800 e i primi del ’900 (Balla, Boccioni, D’Annunzio, etc.). La paziente acquisizione di tecniche di lavoro (come l’intaglio del legno, la scultura, la vetrata, la xilografia, la fusione bronzea, etc.) testimoniano “la ricerca dell’espressione artistica attraverso svariati mezzi, partendo dallo studio del reale, via via sintetizzato”.
La mostra, dunque, vuole “raccontare il percorso” dell’avventura artistica di Cambellotti, “rendendo omaggio ad uno dei più grandi artisti italiani del XX secolo che ha saputo cogliere in pieno i colori e lo spirito di Ragusa”.
“L’iniziativa” – scrive l’Assessore alla Cultura, Francesco Barone, nella puntuale ed articolata presentazione dell’evento – “resa possibile da Marco Cambellotti, nipote del grande Maestro, costituisce un motivo di straordinario interesse in una città che si impone all’attenzione nazionale ed internazionale come centro di eccellenza culturale sia per le molteplici attività sia per i beni patrimonio dell’UNESCO”.
Attraversamento sperimentale per i non vedenti
Il sistema L.O.G.E.S. a Ragusa
La problematica che ruota attorno l’abbattimento delle cosiddette “barriere architettoniche” ha posto, a far data dagli anni ’70, non poche riflessioni sulla emanazione ed applicazione di disposizioni legislative a tutela dei portatori di handicap. La “barriera architettonica” è qualunque elemento costruttivo o ostacolo che impedisca, limiti o renda difficoltosi i movimenti, o la fruizione di servizi, da parte di chiunque, in particolare di coloro i quali si trovino con una limitata capacità motoria o sensoriale. Esempi classici di “barriera architettonica” sono: scalini, porte strette, spazi ridotti, pendenze eccessive; ma esistono anche casi di barriere meno evidenti, come parapetti “pieni” che impediscono la visibilità a una persona in carrozzella o di bassa statura. Vi sono anche elementi di ostacolo ai non vedenti quali i semafori privi di segnalatore acustico, oppure oggetti che sporgono in alto e verso cui si può andare a sbattere in quanto non rilevabili con l’uso del bastone bianco. La necessità di garantire al maggior numero di persone il diritto alla libertà di movimento ha portato alla elaborazione e definizione di parametri comuni da indicare a livello normativo. Il problema sociale costituito dalla presenza di “barriere architettoniche” nei luoghi urbani (spazi pubblici) è certamente ben presente a tutte le amministrazioni pubbliche e, più in generale, può dirsi ormai assimilato dalla pubblica opinione. La stessa legislazione di settore ha posto in essere specifiche normative che mettono a disposizione strumenti operativi a carattere programmatorio e pianificatorio. La realizzazione di sistemi atti a favorire la motilità, attraverso il riconoscimento dei luoghi e delle fonti di pericolo da parte dei disabili visivi, rappresenta un obbligo di legge, così come ribadito all’art. 1 del D.P.R. 24 luglio 1996 n. 503, che specifica meglio quanto già enunciato nella “Legge-quadro sull’handicap” del 5 febbraio 1992 n. 104, relativamente alla eliminazione delle barriere architettoniche.
Su tale delicata e cocente problematica il Comune di Ragusa ha recentemente posto la massima attenzione realizzando il primo attraversamento pedonale per non vedenti in prossimità dell’impianto semaforico del Ponte F. Pennavaria (Via Roma, nei pressi di Piazza Libertà). I lavori sono stati caratterizzati da due fasi: la prima con la posa in opera dello speciale materiale, utilizzato in via sperimentale, avvenuta a luglio scorso; la seconda con l’intervento conclusivo dei lavori, avvenuto lo scorso 16 gennaio. In quest’ultima fase i tecnici comunali hanno realizzato le “intercettazioni” sui marciapiedi, i segnali di pericolo valicabile a bordo dei marciapiedi stessi e, nella parte inferiore, le indicazioni di servizio caratterizzate da appositi codici che si basano su una nuova tecnica sperimentale, il sistema L.O.G.E.S. (Linea di Orientamento Guida e Sicurezza). Messo a punto da Casalgrande Padana su licenza esclusiva, il sistema L.O.G.E.S. è un linguaggio speciale impresso su piastrelle in grado di garantire una maggiore autonomia e sicurezza ai disabili visivi nei loro spostamenti. Gli elementi modulari che compongono la pavimentazione, dotati di scanalature appositamente studiate per forma, spaziatura e altezza del rilievo, permettono ai non-vedenti di seguire un certo percorso attraverso il senso tattile plantare e manuale (il bastone bianco), l’udito e il contrasto di luminosità (per gli ipovedenti). Il sistema di guida “artificiale” L.O.G.E.S. - che consente di individuare con facilità linee di arresto, pericoli, scavi, ostacoli insormontabili - si affianca ed è complementare rispetto al sistema di guide “naturali” rappresentate da quelle particolari conformazioni dei luoghi (muri, marciapiedi, cordoli, siepi, aiuole, echi sonori, etc.) che consentono al disabile visivo di orientarsi e di proseguire la sua marcia senza bisogno di altre indicazioni. I menzionati elementi modulari della pavimentazione sono articolati in codici informativi suddivisi in: “codici base” e “codici complementari”. I “codici base”, da cui traggono origine quelli “complementari”, sono quei codici informativi impressi sulle piastrelle che hanno il compito di fornire l’indicazione di “direzione rettilinea” (scanalature parallele al senso di marcia) o quella di “arresto-pericolo” (piastrelle con calotte sferiche disposte a reticolo diagonale, avvertibili sotto i piedi in modo da rendere scomoda una prolungata permanenza sopra di esse).
Tale sistema, in Italia, è già stato adottato dalle Ferrovie dello Stato, dalle Poste Italiane e dal Comune di Roma. Ragusa rappresenta, pertanto, la seconda città che ha introdotto tale innovazione, sia pure sperimentale, al servizio di tutti coloro i quali sono diversamente abili.
Feste e tradizioni popolari attraverso le carte d’archivio
“Scoprire le origini di feste ancor oggi vive e le radici delle nostre tradizioni può aiutarci a vivere più consapevolmente il presente, comprendendo riti e costumi delle classi colte e di quelle popolari”. E’ questo l’incipit della presentazione relativa alla “Agenda”, una pubblicazione realizzata ogni anno dalla Direzione Generale per gli Archivi in sinergica cooperazione col MIBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali). L’Agenda per l’anno 2008, con le sue 126 illustrazioni rivenienti da un’accurata selezione operata all’interno dei fondi documentari conservati presso gli Archivi di Stato, è dedicata ad alcuni aspetti del patrimonio “immateriale” del nostro Paese. Feste civili e religiose, usanze popolari, sebbene siano momenti particolari di aggregazione che hanno come filo conduttore il sentimento genuino che sgorga dall’animo umano in qualunque situazione e momento, spesso diventano “consuetudini” di cui talvolta non si conosce la storia. I documenti che testimoniano di feste popolari, folklore, tradizioni e saperi, raccontando la storia di un territorio o di una comunità, ne rappresentano le caratteristiche essenziali della sua identità. Diventano, inoltre, primario supporto ai fini della conservazione, diffusione e valorizzazione di un patrimonio che in Italia è molto ricco.
E’ sulla base di tali istanze che l’Archivio di Stato di Ragusa, attraverso l’impegno profuso dalla direttrice, dottoressa Anna Maria Iozzia, e dai suoi collaboratori, ha contribuito alla stesura della “Agenda 2008” fornendo all’Organo centrale archivistico, dopo un’attenta ricerca, per la relativa pubblicazione, materiale cartaceo attestante il fervore ibleo nel corso di eventi civili e religiosi che hanno contraddistinto il territorio afferente alla provincia di Ragusa. Si tratta di quattro documenti, significativi non solo da un punto di visto storico ma anche da quello iconografico, tutti provenienti dalla stessa struttura archivistica iblea: “fotografia della processione in occasione della istituzione della diocesi di Ragusa” (AS Ragusa, fondo Prefettura, Gabinetto, 18/08/1950); stralcio documento della “determinazione del comitato di Modica per i festeggiamenti in occasione dell’ingresso del generale Giuseppe Garibaldi a Palermo” (in cui si legge che “oltre alla illuminazione del paese per tre giorni, ai fuochi artificiali e ad uno spettacolo musicale gratuito, l’evento si sarebbe celebrato anche in chiesa, col canto dell’Inno ambrosiano”; Sez. AS Modica, Archivio privato De Leva, Corrispondenza, 30/05/1860); “volantino a stampa con l’immagine della Immacolata Concezione, in cui si chiede un’elemosina per togliere dal peccato, almeno in questa solennità, le donne di malaffare e radunarle nella Casa di Nostra Signora degli Abbandonati per tentare di redimerle” (AS Ragusa, Archivio privato Statella, s.d.); fotografia scattata nel corso della XI Festa dell’uva a Santa Croce Camerina (AS Ragusa, Prefettura, Gabinetto, 29/09/1940). Quest’ultima, fra le feste paesane promosse dal regime in quegli anni, è lanciata come la “battaglia dell’uva” allo scopo di incentivarne il consumo. Nella foto d’epoca sono immortalati alcuni gerarchi con bambini che distribuiscono uva alle scolaresche del paese.
Momenti di storia, dunque, che meritano di essere ricordati in quanto tasselli del passato che servono a comprendere più profondamente il presente. “Oltre alla comunicazione istituzionale, volta a fornire una informazione esauriente e percepibile rispondente alle esigenze di utenti diversi” – spiega la dottoressa Iozzia – “attraverso la nostra Agenda si vuole dare anche una comunicazione sul prodotto culturale che mira a diffondere nonché promuovere capillarmente la conoscenza di un patrimonio documentario così ricco, anche da un punto di vista iconografico, come quello della nostra Sicilia. Per tali motivi l’Agenda si presenta come una sorta di vademecum, un promemoria facile da consultare”.
Pubblicati alcuni documenti dell’antica Chiesa Madre S. Giorgio di Ragusa Ibla
Quando l’Archivio racconta
“E’ un momento memorabile perchè è da anni che stiamo lavorando affinché l’ingente patrimonio culturale della parrocchia sia messo a disposizione della collettività. Con questo primo quaderno iniziamo un cammino importante che mette in luce la memoria storica dell’antica Ragusa”. Questo l’incipit del discorso introduttivo affidato a don Pietro Floridia (parroco della Chiesa Madre di San Giorgio in Ragusa-Ibla) in occasione di un’importante iniziativa culturale recentemente promossa ed organizzata dal Circolo di Conversazione di Ibla. Si tratta della presentazione del 1° Quaderno dell’Archivio storico parrocchiale della Chiesa di San Giorgio che ha avuto un esito a stampa dopo una certosina ed annosa ricerca cui si sono dedicati, con impegno non comune, tre studiosi di storia locale che hanno messo a disposizione le loro competenze maturate sul campo per portare alla giusta attenzione un complesso materiale archivistico: l’ing. Giuseppe Arezzo, la dr.ssa Clorinda Arezzo (esperta in Conservazione dei Beni Culturali), l’arch. Maria Sortino ed il dott. Gaetano Veninata (neolaureato in Giurisprudenza). Il gruppo di studio, insediatosi nei locali attigui alla canonica, da destinare a sede dell’archivio storico della Chiesa Madre di S. Giorgio, dopo i relativi lavori di restauro grazie ai fondi della legge speciale per Ibla, ha iniziato l’attività di ricerca con la sistemazione del vasto complesso materiale documentario. Tale archivio riveste non poca rilevanza considerato che la citata Chiesa ha svolto, per oltre cinque secoli, il ruolo di sede vicariale ricoprendo una posizione cardine dal punto di vista “amministrativo, decisionale e comunque di guida dell’intera collettività ragusana”. “Oggi, a distanza di tre anni dall’inizio dei lavori, entrare nel locali dell’Archivio” – specifica l’ing. Giuseppe Arezzo (Presidente del Circolo di Conversazione), nel corso della relazione inaugurale – “continua ad essere motivo di entusiasmo, a testimonianza del formidabile interesse che i carteggi ed i loro contenuti trasmettono”. La documentazione ad oggi inventariata dal menzionato gruppo di lavoro copre un arco temporale che va dagli anni ’20 del XVI secolo ai primi anni del Novecento ed è costituita da: “testimonianze circa i fatti criminali in cui furono coinvolti ecclesiastici ed i chierici, anche coniugati”; “riveli degli ecclesiastici”; “autorizzazioni annuali delle processioni”; “decreti di carcerazioni e scarcerazioni per le persone soggette alla giurisdizione ecclesiastica”; “autorizzazioni per negozi dei beni ecclesiastici”; e tanta altra documentazione che merita una ricerca più ampia per sviscerare ciò che la storia non ha detto. Quattro sono i documenti inediti pubblicati nel 1° Quaderno dell’Archivio storico parrocchiale. Il primo riguarda il “Furto avvenuto a piazza degli Archi nel giorno del terribile terremoto del 1693, fatti conseguenti e problematica connessa alla divisione della Città avvenuta nel 1695” (a cura di Giuseppe Arezzo); il secondo esamina “Il Rivelo dei frumenti degli ecclesiastici di Ragusa nel 1646” (di Gaetano Veninata); il terzo riguarda le “Indagini d’archivio sulla chiesa di San Filippo Neri a Ragusa Ibla” (di Clorinda Arezzo); il quarto prende in considerazione il “Diario manoscritto di un viaggio da Ragusa a Napoli nel 1850” (a cura di G. e C. Arezzo e G. Veninata).
A presentare il volume del 1° Quaderno dell’Archivio storico parrocchiale - dopo i saluti dei vertici politico-istituzionali della città di Ragusa unitamente alle autorità laiche ed ecclesiastiche - è stato il prof. Giuseppe Barone, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Catania. L’illustre relatore, nel suo articolato e puntuale excursus, ha illustrato la centralità assunta sin dal medioevo dalla Contea nella quale l’universitas (cioè la “città”) di Ragusa trova un posto di rilevanza per la fiorente economia del XV e XVI secolo, stimolata dalla produzione di frumento, esportato in Spagna dove risiedono i Conti, dall’allevamento di bestiame unitamente alle attività imprenditoriali svolte dalla borghesia locale. In territorio ibleo, a far tempo dal XIV secolo, si rileva una pluralità etnica dovuta soprattutto alla presenza di comunità ebraiche che con la loro industriosità apportano una ricchezza economica non indifferente attraverso anche gli scambi commerciali ed operazioni finanziarie con mercanti non siciliani. L’economia subisce poi un vero e proprio tracollo a seguito della cacciata degli ebrei (decreto di espulsione del 1492). E’ il periodo della frenetica attività inquisitoriale operata sotto l’egida del Santo Uffizio spagnolo (XVI e XVIII sec.). E’ anche il periodo della nuova classe borghese emergente che, con l’istituto giuridico degli “enfiteusi” (concessione di terre dietro pagamento di un determinato “canone” annuo), apporta grande sviluppo all’agricoltura. Nonostante le arretratezze e ristrettezze dovute alle continue carestie ed epidemie, si nota comunque una certa “vivacità” in tutti i campi della struttura sociale: da quello culturale a quello commerciale, da quello politico a quello giuridico. Tutto ciò fornisce al territorio ibleo delle connotazioni uniche nel suo genere. In tale contesto ben si inserisce la pubblicazione degli antichi documenti dell’Archivio storico della Chiesa Madre di San Giorgio di Ragusa-Ibla il cui studio può certamente far luce su aspetti e problematiche finora sconosciute o poco approfondite.
Giuseppe Nativo