San Giorgio, santo cavaliere
Immagini di una festa attraverso i clic di Vincenzo Giompaolo
“La fotografia è un attimo di irripetibile equilibrio tra il fatto ed il sentimento, tra il contenuto e la forma”. Così nel ’72 Leonardo Sciascia scrive nella prefazione di un volume fotografico. Lo scatto si rivela come testimonianza visiva di un luogo o sintesi di una storia di cui è immortalato un fermo immagine, una porzione di attimo fuggente nel fluido divenire della quotidiana realtà. Ciò emerge in ogni libro di Vincenzo Giompaolo, palazzolese ma ragusano di adozione, che, dagli anni Settanta in poi, da Gibellina ai Nebrodi, dai Peloritani agli Iblei, viaggiando con la sua inseparabile macchina fotografica ha raccontato visivamente l’intima anima dell’universo siciliano cogliendone le espressioni più autentiche, la variegata umanità: la Sicilia dei quartieri popolari, delle tradizioni religiose.
Accanito cultore di etnografia e studi sulle tradizioni popolari siciliane, raccogliendo un cospicuo materiale fotografico e magnetofonico, Giompaolo giunge adesso alla sua ottava pubblicazione con il volume “San Giorgio 2010 (Ragusa Ibla). Immagini di una festa” (Santocono Editore, Rosolini-Sr- 2011. pp. 128), con testi di Mimì Arezzo, Nino Cirnigliaro, Gaetano Cosentini e Sac. Pietro Floridia.
Storia, mito, immagini, colori ed emozioni sono il perfetto mix su cui si fonda l’intera architettura tematica affrontata dal libro di Giompaolo sapientemente accompagnata dal suo prezioso e mirabile reportage fotografico effettuato in occasione dei festeggiamenti del santo patrono di Ragusa Ibla, San Giorgio martire, che, a maggio del 2010, sono culminati con la rappresentazione scenografica del martirio.
“Ho voluto aggiungere alle mie pubblicazioni un ulteriore volume di cui parte preponderante è rappresentata, ancora una volta, dalle foto che riprendono non solo alcuni particolari momenti festivi ma anche scene del cosiddetto martirio” - precisa l’autore – “alla ricerca di un sapore antico sotto la scorza della fredda quotidianità”. E’ proprio questo l’obiettivo che si prefigge l’opera di Giompaolo che, attraverso i testi ben calibrati di Arezzo, Cirnigliaro, Cosentini e Sac. Floridia, fornisce al lettore un quadro di insieme sulla figura del Santo toccandone i variegati aspetti religiosi, iconografici, festivi e folcloristici.
Il culto di S. Giorgio, come santo e martire, è presente in tutto il mondo e “nella quasi totalità delle chiese cristiane, ed è onorato perfino dai musulmani”, annota Mimì Arezzo, specificando che il nome del Santo “era invocato contro i serpenti velenosi, la peste, la lebbra e la sifilide e, nei paesi slavi, contro le streghe”. Nella iconografia greca è facile confondere S. Giorgio con S. Demetrio anche se si nota qualche differenza: il primo ha il cavallo bianco mentre per l’altro è nero; e il “bersaglio” del cavaliere (Giorgio uccide un drago, Demetrio un moro). A Ragusa Ibla il ricordo del Santo è molto sentito in quanto “festa di primo grado”, come attesta un decreto del 1879 citato da Nino Cirnigliaro il quale precisa che “il martirio e la leggenda, come per tanti altri santi, camminano insieme e così si racconta del Santo Martire Giorgio tagliato in due da una ruota chiodata” e che “miracolosamente risorto, opera parecchie conversioni… risuscita persone morte da secoli e con un semplice alito abbatte le statue degli idoli”. In tempi passati, ricorda Gaetano Cosentini, la festa del patrono S. Giorgio assumeva una valenza particolare nella cosiddetta rappresentazione del “Martiriu”, cioè una sorta di processione figurata, con carri allegorici e figure umane. La prima notizia certa di tale processione volta a “solennizzare il Martirio del patrono S. Giorgio” si ricava da una “Provvista” concessa, in data 24 dicembre 1630, da mons. Fabrizio Antinoro da Napoli (vescovo di Siracusa dal 1629 al 1635) con formula “pro clericis tantum” per farvi cioè partecipare i chierici, estesa ai sacerdoti nel 1632.
Per il Sac. Pietro Floridia il momento religioso è “espressione della religiosità popolare iblea, è senz'altro un ricco e significativo momento della multiforme realtà sociale del ragusano, che non solo richiama ed esprime aspetti della psicologia ed antropologia propri dell'uomo siciliano, ma che particolarmente interpella il senso cristiano del popolo che di essa ne è il soggetto e il protagonista”.
Giuseppe Nativo