La Sicilia e la Comiso di Gesualdo Bufalino
Seguitissima relazione del prof. Cirnigliaro al Centro Servizi Culturali di Ragusa
“…Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline… quella bionda del miele, quella purpurea della lava…”. Queste le parole di Gesualdo Bufalino per descrivere la sua Sicilia, la Sicilia di ciascun siciliano, il cui profumo di zagara o di zolfo varca i confini della Terra fino a toccare il cuore di tutti e, soprattutto, di chi ha lasciato la sua Isola per lavoro. Una Sicilia soleggiata che è compagna di vita, tristezza, dolore ma anche gioia. Gioia di vivere in una terra tanto martoriata dagli eventi storici quanto apprezzata da poeti e scrittori. “Vivere” – diceva Bufalino – “equivale ad agire in modo che ogni azione possa trasformarsi in ricordo” e, nei suoi ricordi, la sua città natale, Comiso, ha sempre un posto di riguardo. Un figura, dunque, degna di attenzione – rivelatasi uno dei più singolari talenti letterari del ‘900 italiano - su cui si è soffermato il prof. Nino Cirnigliaro, dopo l’introduzione affidata al prof. Firrito, in una sua articolata e chiara discettazione recentemente tenutasi presso i locali del Centro Servizi Culturali di Ragusa, in sinergia con il C.I.F. (Centro Italiano Femminile), As.Pe.I. (Associazione Pedagogica Italiana), Associazione Culturale Docenti “G.B.Hodierna”, A.I.M. (Associazione Italiani Maestri Cattolici) ed il Comune di Ragusa.
“Affabulatore incontenibile… Erudito e sbrigativo. Razionale ed esoterico”, così è descritto Bufalino in un articolo apparso su “Repubblica” il 10 giugno 2006 in occasione del decennale della sua scomparsa a seguito di un incidente stradale in terra casmenea. Nella sua assolata Comiso - dove era nato nel 1920 - da lui soprannominata “Cruise Town” (dal nome dei missili custoditi, nei primi anni ’80, negli hangar blindati della base militare statunitense alla periferia del paese) - riesce a sottrarsi alla contaminazione della modernità e ad eludere l’effimero delle mode. Non a caso conia il termine “isolitudine”, ovvero la solitudine doppia nell’Isola. Egli è un siciliano schivo, spensieratamente errante nella giungla della letteratura dove la sua fame di sapere ha trovato ristoro attraverso i frutti di quegli alberi vigorosi cresciuti all’ombra dei Verga, dei Pirandello. Poi di Proust, Mann, Joyce; e prima di loro dei classici greci e latini. Lo scrittore comisano può considerarsi il risultato migliore di quella cultura di provincia alimentata da un cospicuo numero di professori, “intellettuali della Magna Grecia”, destinata a non mettere mai fuori la testa dal circuito paesano. Uscendo dall’anonimato, Bufalino raggiunge la meritata popolarità all’età di 61 anni. Quasi per caso e per quell’ineffabile destino che traccia linee discontinue della vita. Egli, per la sua forte passione verso la letteratura, che asseconda sin dalla giovane età, si può definire come lo scultore di parole. E’ questa una definizione che si addice all’autore di “Diceria dell’Untore”, con cui si aggiudica, nel 1981, il “Premio Campiello” e non pochi consensi da parte della critica. Nel romanzo prendono vita, trasfigurate letterariamente, le esperienze e le emozioni provate dallo scrittore nel corso di un suo ricovero in un sanatorio della Conca d’Oro nell’immediato dopoguerra. Un inno alla gioia scandito dal ritmo fuggente della morte. E la morte, peraltro presente in maniera insistente nelle sue opere e nei suoi pensieri, è la compagna di viaggio di Bufalino. “I mie libri”- riferisce lo scrittore in un’intervista – “non sono altro che giochi paraletterali ai quali mi abbandono perché servono a distrarmi dal pensiero della fine…”. Nella coscienza siciliana è forte il senso della morte e della vita. La giovinezza attraversa il solco di una luce abbagliante che poi col tempo sbiadisce. La componente Magna Grecia è, in fondo, una delle più vivaci della subcultura isolana. E greco è anche il senso della morte che appare come un “miracolo alla rovescia, una infrazione alla norma della vita. Più la luce è intensa, più è un peccato la morte”. Anche la memoria, che diventa “luogo della consolazione”, è una sorta di stanza “magica” dove ciascuno “trucca la realtà a uso e consumo delle sue aspirazioni”. “Io mi vado sempre più convincendo” – puntualizza Bufalino – “che la memoria è soprattutto una capacità di travisamento, d’illusione. Noi non ricordiamo quello che abbiamo vissuto, ma lo inventiamo”. Non a caso il sottotitolo di “Argo il cieco” (1984) è i “Sogni della memoria”.
Pure la “insularità” è vissuta dallo scrittore con quella consapevolezza di amare la sua terra e, soprattutto, la sua Comiso: “Probabilmente è vero, ma a me piace credere che solo a Comiso ogni cosa si componga e respiri, per naturale destino, in un’aria di perpetua e volubile e lieta invenzione e improvvisazione scenica”. Tutto ciò dà l’idea della peculiarità della città casmenea che si adagia dolcemente sulla Piana dell’Ippari, con il suo saliscendi di vie che si intrecciano tra la pianura e i monti mentre i campanili delle chiese si ergono fieri su piazze, fonti, mosaici e palazzi.
La scrittura di Bufalino è densa di trasposizioni metaforiche, caratterizzata da una sapiente scelta dell’aggettivazione, come afferma lui stesso: “…E dopotutto il registro alto, lo scialo degli aggettivi, l’oltranza dei colori, mi pareva, e pare, il modo che ci resta per contrastare l’ossificazione del mondo in oggetti senza qualità e per restituire ai nostri occhi ormai miopi il sangue forte delle presenze e dei sentimenti”.
Filippo Pennavaria benefattore di Ragusa: luci e ombre
Pubblicato un interessante saggio del professore Luciano Nicastro
“…fare i conti con la propria storia ed in particolare con quella degli ultimi cento anni della città non è solo un dovere della ragione ‘storica’ ma anche una necessità politico-culturale…”. Sono queste le riflessioni che emergono dirompenti dalle pagine del recente saggio dato alle stampe dal professore Luciano Nicastro – autore di numerosissime pubblicazioni tra libri, studi e ricerche in filosofia e sociologia politica - sulla delicata tematica “Filippo Pennavaria e Ragusa - prima e durante il fascismo” (La Biblioteca di Babele Edizioni, Modica 2008, pp. 64). E’ un fatto ormai risaputo che la storia della città di Ragusa sia legata alla figura del senatore Filippo Pennavaria (1891 - 1980), figlio degli iblei. Sottosegretario di Stato nel Governo Mussolini, interviene affinché Ragusa sia elevata a capoluogo di Provincia e ciò con una ricaduta economica rilevante che cambia il volto urbanistico della città a partire dal 1927, momento in cui inizia la sua rinascita istituzionale, politica e sociale che diventa motivo di orgoglio per tutta la cittadinanza. Per tale motivo Pennavaria è “sentito dai ragusani e dai massari come l’espressione più alta della città sino al punto che le tante opere di modernizzazione” attuate assumono la sua paternità e non quella del regime fascista di cui fu “espressione organica e convinta”. Ma fu vera gloria? A porre in risalto luci e ombre, con riflessioni rivenienti dalla lettura di documenti archivistici, è il professore Luciano Nicastro, docente di Sociologia delle Migrazioni e di Sociologia dell’educazione alla LUMSA di Caltanissetta, che vuole “aprire le finestre sulle lezioni della storia” introducendo il lettore – con uno stile scorrevole e “in una forma godibilissima” come puntualizza Carmelo Modica nella prefazione – in quei “quaderni della memoria” dove sono inseriti gli uomini illustri “visti in un contesto significativo e coerente”. Obiettivo principe è quello di innescare, nell’intreccio ricerca/documentazione/didattica, domande sui complessi meccanismi di lettura del presente, “per tracciare le coordinate della Ragusa futura”, attraverso escursioni nel passato sorrette da documentazione accessibile e, soprattutto, da un’ottima esposizione delle vicende storiche epurate da “pregiudizi, stereotipi e vecchi campanilismi su cui si attarda ancora una certa cultura locale”. E’ dal contesto storico e sociale che inizia il “viaggio” di Nicastro il quale, traendo spunto dal “problema più generale del rapporto tra Chiesa e fascismo in tutte le sue espressioni e connotazioni”, esamina la figura del concittadino Filippo Pennavaria in relazione al ruolo “controverso” dallo stesso svolto sul piano politico e religioso inserito nel più ampio progetto che vede la “tumultuosa rinascita di Ragusa elevata a capoluogo di una nuova provincia a danno di centri di più antica tradizione culturale, religiosa e politica come Modica”. Lo fa introducendo il quadro storico d’insieme prima dell’avvento del fascismo che vede la Sicilia inserita in un profondo cambiamento sul piano organizzativo sia pastorale che sociale. Anche a Ragusa si sente tale ventata promossa da tanti giovani cattolici ma anche da non pochi sacerdoti. Il rapporto tra la Chiesa ragusana e fascismo locale, sia nella fase nascente che in quella del regime dittatoriale vero e proprio, sembra essere attraversato da fasi alterne. Nel primo periodo (1922-’26) frange laiche ed ecclesiastiche “si servono dell’on. Pennavaria, capo del fascismo ibleo, per ottenere non la provincia ma la creazione della diocesi di Ragusa”. Già nel 1913, l’affermazione del Pennavaria è salutata “come una condizione particolarmente favorevole”. L’elevazione, nel 1927, della città di Ragusa a capoluogo di provincia e sede di sottoprefettura, ad opera di Pennavaria, ripropone l’antica aspirazione dei sacerdoti e cattolici ragusani di diventare Diocesi autonoma da Siracusa (la questione è ripresa dal giornale “Sentinella fascista” in un articolo pubblicato il 21/02/1926), a cui è ab antiquo incardinata. Nicastro va oltre i fatti di cronaca indagando a fondo su documenti archivistici che, sebbene testimonino “una continuità di impegno di Filippo Pennavaria” nella sua “azione politica e diplomatica”, prestano il fianco a numerosi interrogativi circa la mancata elevazione di Ragusa a sede di Diocesi (attuatasi negli anni ’50) insinuando il dubbio se ciò sia dovuto ad “una difficoltà oggettiva o una scelta politica” o a “difficoltà” frapposte dalla città aretusea. Dal 1926 il rapporto Chiesa-Fascismo inizia a deteriorarsi diventando conflittuale “sino ad esplodere anche a Ragusa in una vera e propria incompatibilità”. Il fenomeno delle “violenze squadristiche”, verificatesi negli anni precedenti, si acuiscono dando origine a molteplici episodi di tracotanza e di provocazione anche nei confronti del mondo cattolico locale il cui seme di promozione sociale e religiosa si realizza nelle figure delle beate Maria Schininà e Maria Candida dell’Eucaristia. E’ anche il periodo della “offensiva antisocialista” che, secondo le direttive del Regime, deve “completare l’opera di ripulitura della feccia rossa” in terra iblea. Corre l’obbligo tenere presente che le divergenze fra le opposte fazioni politiche fomenta la violenza come metodo di lotta o come stato di necessità per la “difesa morale e politica” di ciascuna corrente. E’ proprio in tale contesto che sorge la necessità di riconsiderare la figura di Pennavaria su cui l’Autore cerca di “aprire lo scrigno della nostra memoria” per andare “oltre il rivestimento e cogliere il nucleo della verità”. Una verità, forse, scomoda, quella enucleata da Nicastro, che vede Pennavaria come uomo politico “intelligente ed abile” a cui però “non si può attribuire il merito della creazione di una provincia” in quanto già fortemente voluta dal regime fascista “in funzione antisocialista e per controllare meglio le frange sediziose del popolo del sud est della Sicilia”. Tale riflessione stride fortemente con quella corrente che vede il Pennavaria come “grande benefattore” della sua Ragusa.
“I Fuoriscena” di Claudia Gafà al Teatro Donnafugata di Ragusa-Ibla
Un lungo, scrosciante e caloroso applauso ha suggellato la conclusione della recente serata teatrale dedicata alla mise en space della professoressa Claudia Gafà dal titolo “I Fuoriscena (il barbone che abita in noi)”. Si tratta di un evento, inserito nell’ambito della stagione teatrale 2007/2008, svoltosi nella splendida cornice del Teatro Donnafugata, piccolo gioiello di architettura settecentesca nel cuore del centro storico dell’antica Ragusa. L’iniziativa, proposta ed organizzata dal “Gruppo Teatro Danza Ludens” di Ragusa, è stata seguita da un numeroso ed attento pubblico che ha apprezzato l’ideazione coreografica predisposta con perizia dalla Gafà, responsabile del coordinamento e direzione artistica della rappresentazione scenica che ha visto una magistrale interpretazione gestuale e musicale dei giovani interpreti.
Il “Teatro Danza” nasce nel capoluogo ibleo nel 1987 sotto l’egida della Gafà, docente con maturata esperienza nell’insegnamento di “educazione fisica” nelle scuole medie di secondo grado, la quale introduce un apposito laboratorio teatrale seguito da tanti giovani talenti che, assecondando la loro passione per il teatro, seguono anche lezioni di danza. Il teatro-danza non è solo parola e immagine ma anche emozione che deve confluire in un’equilibrata padronanza del gesto e del movimento come espressioni di sensazioni e di impulsi emotivi. Il teatro è anche una dimensione in cui gli umori dell’anima sono immersi in un rapporto armonico che si colloca tra verità e menzogna, tra realtà e fantasia.
Tema principe della serata è stata la problematica che ruota attorno a quelle persone emarginate da una società ricca di valori vuoti nella loro intima essenza, ovvero quella fascia sociale guardata da tutti con preoccupazione: i barboni, che soffrono quotidianamente una condizione di disagio, i “Fuoriscena” come li ha voluti chiamare Claudia. I “Fuoriscena” sono persone senza dimora e che, giornalmente, provano sulla loro pelle la carezza del freddo pungente, il selciato sotto la schiena, l’umidità, l’incertezza che piova da un momento all’altro, la paura di svegliarsi derubati. “Sono persone rifiutate dagli altri o che rifiutano gli altri” – puntualizza la professoressa Gafà, raggiunta nei camerini dopo lo spettacolo – “persone che non sanno stare sulla scena della vita. Non sono né belli, né ricchi, né bravi. Si agitano con rabbia, dolore, stupore. Combinano guai, fanno del male, si fanno del male. Per la nostra società sono un problema: depressione, ansia, follia, impotenza, violenza”. E sono proprio queste le caratteristiche che la Gafà ha voluto mettere in evidenza sul palcoscenico. Nasce così una interpretazione gestuale del vissuto affidata ai danzatori del “Gruppo Teatro Danza Ludens” che si sono calati nei panni dei “senza tetto” costretti a spendere la vita nel disagio e cercando lo stratagemma per arrivare a fine giornata. I barboni sono anche appellati “invisibili”, pur trovandosi quasi ad ogni angolo della strada. Eppure, a guardarli da vicino, non sono dissimili dai passanti anche loro immersi nella loro quotidiana e frenetica follia urbana. Nella rappresentazione scenica il dramma dei “Fuoriscena” è rappresentato attraverso la danza che diventa ricordo, pensiero lontano che abita il corpo e che non affiora più con le parole. Tra reale ed irreale si dipana la coreografia scandita dal ritmo incalzante dei brani che fanno da commento musicale alla vicenda scenica. Piccoli gesti-suono si inseguono, si muovono, danzano, vivono. Gesti che fanno affiorare ricordi o che catapultano in una non realtà. Sta proprio in tutto ciò la sensibilità artistica della Gafà che è riuscita a far vibrare l’animo artistico dei suoi bravi danzatori attraverso le trasformazioni di un corpo in equilibrio tra l’essere soggetto ed oggetto della danza.
Fabio Romano, un artista che vive per la pittura e nella pittura
Interessante mostra personale alla “Galleria degli Archi” a Comiso
Ci si trova spesso di fronte a metafore che divengono una forma di fuga dalla vita quotidiana, ma nel contempo riportano al pensiero. Un quadro deve far pensare, deve indurre a riflettere e non semplicemente accogliere con la sua veridicità. Cosa si cerca nelle mostre d’arte? Sicuramente un riposo o uno svago della mente, ma soprattutto si cerca un rapporto con l’artista che, attraverso le sue opere, deve saper parlare, dire, esprimere qualcosa che non si trova nell’intimo di ciascuno con facilità. Un quadro deve rappresentare l’equilibrio tra la forza espressiva e l’intensità concettuale di un artista. Queste caratteristiche emergono dirompenti attraverso le opere pittoriche del giovanissimo Fabio Romano che recentemente ha tenuto una mostra personale, presso i locali della “Galleria degli Archi” a Comiso, avente per tema “Il movimento della vita”. Nato nel 1988 nella città casmenea, Fabio asseconda la sua passione per la pittura frequentando il locale Istituto d’Arte che lo proietta a Roma, dove attualmente frequenta l’Accademia di Belle Arti. All’età di sedici anni mostra il suo prezioso talento in una collettiva, organizzata dalla “Galleria degli Archi”, in onore dei Fratelli Taviani. Le sue potenzialità espressive sono notate da Angelo Buscema e Salvo Barone che lo indirizzano e guidano “verso la perfetta fusione tra l’impostazione classica del quadro, la tradizione magistrale del disegno figurativo e l’iconografia pittorica contemporanea”. Giovanissimo con “Scribarte” di Gino Baglieri è presente all’Arte Fiera di Forlì. Dal 2004 al 2007 partecipa a diverse mostre collettive tenutesi presso il Castello di Donnafugata e la “Galleria degli Archi”, tra cui l’ultima nel 2007 “Cento artisti intorno al giardino”. La sua prima personale, da poco conclusasi, lo vede ancora una volta protagonista nella galleria d’arte diretta da Salvatore Schembari.
“Fabio Romano è uno dei coraggiosi che hanno deciso di vivere per la pittura e nella pittura”, così lo descrive il professore Andrea Guastella (critico d’arte) nella prefazione al catalogo “Il movimento della vita”. Una raffigurazione sintetica ma nel contempo fortemente intrisa del significato espressivo dell’opera di Fabio che “sta emergendo con forza, guardando alternativamente ai classici della pittura moderna e ai contemporanei come Giovanni La Cognata, Salvo Barone e Jenny Saville”. Il percorso espositivo è stato contraddistinto dalla presenza di grandi tele dedicate ai paesaggi urbani di Comiso, ma anche di altri dipinti che ritraggono volti e nudi di giovani coetanei dell’artista. Il carattere stilistico, ma anche espressivo, di Fabio induce il visitatore a soffermarsi sui suoi dipinti. Egli, “interessato com’è alla materialità della pittura”, predilige “una superficie cromatica densa e strutturata” dentro la quale i personaggi si trovano quasi avviluppati. Il repertorio iconico di cui si serve l’artista casmeneo - dal paesaggio urbano della sua città natale all’intimo spazio di una stanza, al ritratto di giovani coetanei - tratteggia un processo naturale per chi dà all’arte il significato di rappresentare la realtà che osserva. Sul versante visivo Romano va oltre inserendo un quid che colpisce l’immaginazione, che prende emotivamente. “Profili cupi”, “mani grigie e ossute” prendono quasi corpo dalla “monotonia impassibile dei fondi”, quest’ultimi “aspetti della medesima, rugosa realtà”. Una realtà che, a volte, avanza coprendo una sagoma (“Io, l’altra”, 2007, olio su tela), che si compenetra nel personaggio fino a mostrarlo gravido di inquietudine (“Mal di luna”, 2004, olio su tela) o che cerca di distaccarsi dalla stessa figura verso una realtà altra (“Io, l’altra”, 2008, olio su tela). Una realtà “dipinta senza compiacimento, a tratti con violenza” che si nota, quasi con irruenza, nel dipinto raffigurante un individuo “privo di protezione, in attimi in cui chiunque preferirebbe stare solo con se stesso” (“l’uomo in toilette”, 2007, olio su tela). Anche il paesaggio urbano assume una caratteristica ben definita: è visto dall’alto, un po’ a mezza altezza, quasi ad ostentare un desiderio di staccarsi dalla quotidianità in cui si vive immersi senza però allontanarsi troppo. Lo sforzo di Romano è quello di fissare nei suoi quadri “il movimento della vita” in maniera tale “che gli oggetti si animino quando uno sconosciuto, magari fra cent’anni, poserà lo sguardo su di loro”.
1948-2008 Buon compleanno alla Costituzione italiana
Festeggiamenti alla Prefettura con mostra documentaria dell’Archivio di Stato di Ragusa
“Assemblea Costituente ha ieri approvato Costituzione Repubblica Italiana fausto avvenimento che ha dato popolo italiano suo ordinamento democratico dovrà degnamente essere celebrato si est disposto che speciale numero gazzetta ufficiale che pubblica provvedimento verrà direttamente trasmessa SS. LL. che ne cureranno consegna sindaci et altri autorità provincia in apposita riunione da tenersi giorno 31 dicembre… f.to Presidente Consiglio De Gasperi” (telegramma, datato 23/12/1947, con cui si comunica ai prefetti che l’Assemblea Costituente ha approvato il giorno precedente la Costituzione della Repubblica, dando incarico agli stessi di consegnare alle autorità della provincia il numero speciale della G. U. contenente il testo della Costituzione; fonte: Archivio di Stato di Ragusa, Prefettura, Gabinetto, b. 2048).
“Richiamasi particolare attenzione SS. LL. sulla norma… stabilente che testo Costituzione stessa dovrà essere esposto nella sala comunale per tutto anno 1948 in modo che ogni cittadino possa prenderne cognizione. F.to Prefetto Mondio” (telegramma, datato 29/12/1947, del Prefetto di Ragusa, Ugo Mondio, indirizzato ai sindaci della provincia di Ragusa; fonte: Archivio di Stato di Ragusa, Prefettura, Gabinetto, b. 2048).
“La Costituzione che entra in vigore domani 1° gennaio 1948 viene consegnata oggi nel suo testo ufficiale… Promulgata dal primo Presidente della Repubblica inizia – per una fatale e significativa coincidenza - a cento anni di distanza dalla rivoluzione nazionale del 1848 – uno degli atti più solenni della vita del Popolo Italiano!” (discorso pronunciato il 31/12/1947 dal Prefetto di Ragusa, Ugo Mondio, durante la cerimonia di consegna della Costituzione ai sindaci della Provincia; notizia ripresa e pubblicata su “La Sicilia del Popolo” in un articolo del 06/01/1948; fonte: Archivio di Stato di Ragusa, Prefettura, Gabinetto, b. 2048).
Questi rappresentano alcuni dei più significativi documenti che segnano le prime tappe del lungo percorso intrapreso dalla Costituzione. “Legge fondamentale della Repubblica italiana”, la Costituzione – approvata il 22 dicembre 1947 dall’Assemblea Costituente, eletta in occasione del referendum sulla forma istituzionale dello Stato fra repubblica e monarchia del 2 giugno 1946 – entra in vigore l’1 gennaio 1948. Proprio quest’anno la Costituzione compie il suo 60° anno di età. Pur mantenendosi “giovane”, si tratta di un testo che si presenta ancora oggi “chiaro e moderno” e “che va direttamente al cuore dei problemi” (come già dichiarato da Romano Prodi il 25/10/2007 alla presentazione delle iniziative del governo previste per il corrente anno).
Si tratta di un anniversario che – come ha affermato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo messaggio di fine anno – deve essere un’occasione “per rivederne alcune regole relative all’ordinamento della Repubblica” ed ulteriore stimolo per ancorarsi “ai suoi principi” ed “ai suoi valori morali”.
Da qui l’avvio di una serie di manifestazioni volte a celebrare il 60° anniversario della Costituzione che ha visto anche la città di Ragusa impegnata sul fronte celebrativo. La Prefettura di Ragusa ha dato l’avvio ad un variegato programma di iniziative, volte a conferire un’ampia e doverosa rilevanza all’importante commemorazione. Il 13 maggio scorso, nei Saloni di rappresentanza del Palazzo del Governo, il prof. Luigi Arcidiacono – docente di Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catania – ha tenuto un intervento, diretto a tutte le autorità civili e militari presenti alla cerimonia, avente per tema “A sessant’anni dalla Costituzione Repubblicana: profili di attualità e aspettative di riforme”. A conclusione dell’articolata ed ampia prolusione si è proceduto, in presenza del Prefetto e del Presidente della Provincia di Ragusa, alla consegna simbolica della Costituzione a tutti i sindaci dei comuni iblei nonché alla inaugurazione della mostra documentaria che – allestita negli stessi Saloni di rappresentanza, a cura dell’Archivio di Stato di Ragusa – attraverso documenti storici, fotografie e articoli di stampa del tempo, ha consentito di ripercorrere i primi momenti dell’entrata in vigore della Costituzione. Tale periodo è stato oggetto di rivisitazione attraverso il convegno-dibattito sul tema “La Costituzione della Repubblica Italiana: sessant’anni ma non li dimostra” tenutosi, a cura della prof.ssa Ciancio, docente ordinario di Diritto Costituzionale della Facoltà di Giurisprudenza di Ragusa, il 28 maggio presso l’Auditorium della Camera di Commercio.
Alle iniziative abbinate al tema della commemorazione si aggiunge il concorso di idee “I giovani e la Costituzione” riservato agli studenti, di ogni ordine e grado, che con la realizzazione di lavori di vario genere, hnno la possibilità di concorrere alla vincita di Borse di studio offerte da sponsors locali e la cui consegna è prevista in Prefettura nel corso delle manifestazioni celebrative per la Festa della Repubblica.
Quando la poesia fa vibrare il cuore
Al Centro Servizi Culturali la XXII edizione del Premio di Poesia Giovanile “Mario Gori”
Che cos’è la poesia? E’ un narrare ritmato del cuore in cui prevalgono cadenze, ripetizioni, immagini che vanno ad “alterare” i significati immediati delle parole conferendo, però, significati interiori. E’ introspezione dell’anima che diventa immagine, colore, emozione. La poesia è anche una forma creativa di comunicazione e, in quanto tale, investe tutte le generazioni. La poesia, infatti, non ha età e, dunque, è sempre giovane. E’ sulla base di tali istanze che il Centro Servizi Culturali di Ragusa promuove da anni un concorso di poesia volto a scoprire nuovi giovani poeti. Anche per quest’anno si è appena concluso il Premio di Poesia Giovanile “Mario Gori”, giunto ormai alla XXIIa edizione, organizzato dallo stesso Centro Servizi in collaborazione con il Comune di Ragusa, Gruppo “Mario Gori” e Banca Agricola Popolare. Divenuto negli anni un appuntamento ormai fisso nell’ambito della critica, il concorso vede la partecipazione di numerosi giovani. Articolato in due Sezioni (sezione “A”, riservata ai concorrenti dai 19 ai 30 anni; sezione “B” ai giovani da 13 a 18 anni) il concorso incoraggia le giovani leve ad assecondare la loro passione per il versante poetico. Nella sala convegni del Centro Servizi, alla presenza di un folto ed attento pubblico, si è, pertanto, dato il via alla premiazione degli elaborati esaminati e scelti da una qualificata giuria formata da Giovanni Occhipinti (Presidente), Gaetano Accardi, Nino Cirnigliaro, Salvatore Fava, Emanuele Schembari (Segretario), Edda Varani Ancione.
Per la Sezione “A” il primo premio è andato al ragusano Fabrizio Sozzi, 30 anni, con la poesia “Togli le scarpe”, con la seguente motivazione: “Per la limpida maturità del verso, sempre misurato seppur pronto allo slancio evocativo. Per l’equilibrata alternanza tra modernità e richiami ad una lingua poetica che oscilla tra innovazione e tradizione. Notevole la cura fonetica… Moderato e funzionale l’impiego dell’apparato retorico”. Il secondo posto è andato a Cristian Firrincieli, 26 anni, di Ragusa, con la lirica “Orizzonti”. Questa la motivazione: “Sulla scia della lezione ermetica la poesia si spoglia dell’andamento narrativo, rinuncia al valore descrittivo del verbo e assume il carattere intenso della parola che si fa immagine…”. Al terzo posto si è classificato il chiaramontano Giovanni Garretto, 26 anni, con la poesia dal titolo “Radici aeree”, con la motivazione “Per la qualità e l’originalità delle immagini… in cui uomo e natura si trasfigurano nel reciproco abbraccio”. Segnalati a pari merito: S. Alfano (29 anni, di Modica, con “L’isola”), G.B. Bufalino (23 anni, di Ragusa, “Teatri dell’io), E. Cappello (28 anni, di Ragusa, con “Sud”), R. Cotroneo (28 anni, di Ragusa, “L’eterna notte”), A. Di pasquale (22 anni, di Chiaramonte Gulfi, “Mi preparo ed esco”).
La vincitrice del primo Premio della Sezione “B” è la comisana Vanessa Modica, 15 anni, con la poesia “Prendi un sorriso” che ha suscitato gli applausi con la seguente motivazione: “Nella immediatezza lessicale e metrica si intravede una universale sensibilità nei confronti di chi soffre, esplicitando in maniera diretta e spontanea il ruolo del poeta che sa sentire e sa dare voce all’anima dolente del mondo”. I finalisti, tutti segnalati a pari merito, sono: G. Bellomia (14 anni, di Ragusa, “Il canto di mio nonno”), B. Bellio (15 anni, con “Frammenti di cuore”), F. Cultraro (16 anni, di Acate, “Io sono il tutto e il niente”), S. Pepi (17 anni, di Vittoria, “Nero su bianco”), A. Rizza con “Io alla mia età”.
L’Archeologia tra Terra e Mare
Il Centro Studi “F. Rossitto” promuove due giornate di studio
Due le sessioni di studio. Sedici le relazioni su tematiche specifiche. Otto le Soprintendenze ai Beni Culturali (Ragusa, Siracusa, Catania, Enna, Caltanissetta, Agrigento, Trapani, Messina) che hanno dato la loro adesione unitamente a cinque Accademici dei Licei (i professori Pugliese Carratelli, Pelagatti, Rizza, Tusa, Di Vita). Cinque le Università interessate. Quattro gli Enti che hanno lavorato in sinergia per promuovere l’intera manifestazione. Questi i numeri che ruotano attorno alle due intense giornate che hanno caratterizzato il convegno “L’Archeologia tra Terra e Mare”, promosso ed organizzato dal Centro Studi “F. Rossitto” - in collaborazione con l’Assessorato Regionale Beni Culturali e Pubblica Istruzione, Centro Subacqueo Ibleo Blu Diving e l’UISP di Ragusa - tenutosi il 12 e 13 maggio scorso presso l’Aula Magna della Facoltà di Scienze Agrarie dell’Università di Catania-Sede di Ragusa Ibla. “Si tratta di un’occasione unica” – ha spiegato il Presidente del Centro Studi, on. Giorgio Chessari – “per illustrare le ricerche e le nuove prospettive di indagine sul versante dell’Archeologia avuto riguardo alle problematiche relative alla conservazione e fruizione dei reperti che vengono alla luce non solo dagli scavi di terra ma anche dal mare. Tutto ciò grazie all’impegno, ultra decennale, da parte di valenti studiosi da anni dediti alla ricerca di un prezioso patrimonio che viene dal passato”. Suddivisa in due sessioni, la manifestazione culturale trae spunto dal quarantesimo anniversario della fondazione della rivista “Sicilia Archeologica” cui collaborano numerosi professionisti, tra cui il prof. Vincenzo Tusa, oggi 87enne, promotore della citata Rivista, edita dall’A.P.T. di Trapani, nata nel 1968, della quale è Direttore responsabile. Proprio quest’anno, in occasione di tale ricorrenza, il Centro Studi “F. Rossitto” di Ragusa – nell’ambito delle attività culturali volte a far conoscere la Sicilia nel suo intimo – si è fatto portavoce di problematiche che toccano i variegati campi specialistici dell’Archeologia di terra e di mare. Per l’occasione sono stati chiamati a relazionare numerosi ricercatori la cui valenza è riconosciuta in campo nazionale ed internazionale. Le sessioni pomeridiane, dopo i saluti dei vertici politico istituzionali della città di Ragusa, sono state caratterizzate dalle relazioni introduttive curate dal Presidente del Centro Studi “F. Rossitto” di Ragusa (on. G. Chessari), dal Presidente del Centro Subacqueo Ibleo Blu Diving (M. Buggea) e dal Presidente Archeoclub d’Italia sede di Ragusa (V. Piazzese), cui è seguita l’articolazione degli interventi programmati. Ospite d’eccezione è stato il professore Vincenzo Tusa, Accademico dei Lincei, Soprintendente emerito dei Beni Culturali e Ambientali, Professore emerito dell’Università di Palermo, ma anche socio e membro di non pochi Organismi, specializzati in diverse discipline, tra i quali l’Istituto Archeologico Germanico, Istituto di Studi Etruschi e Italici, Istituto di Preistoria e Protostoria (Firenze), Accademia di Scienze Lettere e Arti (Palermo), Comitato Direttivo della Società Siciliana di Storia Patria.
La prima sessione del convegno è stata dedicata proprio alla figura dell’archeologo Vincenzo Tusa, personalità di spicco dell’Archeologia del secondo Novecento, non solo per aver contribuito all’incremento degli scavi archeologici in luoghi importantissimi della Sicilia, ma anche per aver promosso ed avviato la costituzione di non pochi parchi archeologici (tra i quali: Selinunte, Segesta, Marsala, Pantelleria, Ustica, Imera, Cave di Cusa, Iato, Marineo), come peraltro attestato dalle testimonianze-relazioni dei professori Di Vita (già Direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene e Rettore dell’Università di Macerata), De Miro (già Soprintendente Beni Archeologici della Sicilia Centro Meridionale - Ordinario di Archeologia Classica dell’Università di Messina), Mormino (Soprintendente Beni Culturali di Palermo), Panvini (Soprintendente Beni Culturali di Caltanisetta). Il quarantennale di “Sicilia Archeologica” è stato trattato dal prof. Distefano, instancabile archeologo ragusano, con un excursus sugli articoli relativi alla zona iblea pubblicati, nel tempo, dalla rivista, mentre la prof.ssa Cutroni Tusa (Università di Palermo) ha disquisito sul contributo della ricerca archeologica, nelle province di Palermo e Trapani, per la conoscenza dell’antica monetazione nella Sicilia occidentale.
La seconda sessione è stata dedicata alla complessa tematica riguardante “I nuovi ritrovamenti dell’Archeologia subacquea lungo la costa iblea: tutela, recupero o conservazione in sito. Ipotesi di fruizione turistica”. Le varie tematiche, discettate nei diversi interventi programmati, hanno posto in luce molteplici problematiche. La sicurezza durante le immersioni è stato l’argomento trattato dal prof. Maestrelli (Presidente Nazionale Lega per le attività subacquee). Il patrimonio sommerso, ricco di ritrovamenti il cui studio può apportare un notevole contributo alla conoscenza del passato, nonché i nuovi orizzonti dell’archeologia subacquea in Sicilia, sono stati oggetto di variegate trattazioni (Palmisano, Falco, Scerra, Bruno). Sono state proiettate immagini inedite riguardanti il ritrovamento di anfore, ma anche di relitti di imbarcazioni naufragate. Ne ha parlato il prof. Sebastiano Tusa (figlio), responsabile del Centro regionale per l’archeologia subacquea, tracciando un quadro di insieme molto articolato ed interessante (dai molti relitti delle isole Lipari al sito preistorico di Pignataro, dal relitto normanno di S. Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, alle ricerche su porti ed approdi). Tali ritrovamenti confermano ciò che emerge dai documenti archivistici che attestano notizie circa le antiche rotte seguite nei secoli scorsi dalle imbarcazioni (tale problematica è stata brillantemente affrontata dal prof. Distefano, “Relitti e naufragi a Camarina. Ipotesi di alcune rotte”).
Le conclusioni sono state affidate al prof. Sebastiano Tusa, dalla variegata e molteplice attività tra cui quella di Soprintendente del Mare per la Regione Sicilia, Docente a contratto di Archeologia Subacquea presso il Corso di Laurea in Archeologia Navale dell’Università di Bologna (sede staccata di Trapani), esperto di Paletnologia nonché Docente a contratto di Metodi e Tecniche della Ricerca Archeologica presso il Corso di Laurea in Architettura dell’Università di Palermo.
Giuseppe Nativo