Al via gli appuntamenti culturali del Caffè Letterario Quasimodo
Presentato “Il Feudo Modicano e il Regno di Sicilia” volume di Giuseppe Chiaula
Nella storia siciliana la Contea di Modica è tradizionalmente rammentata come regnum in regno, per aver rappresentato, dal suo sorgere al suo cessare, una delle realtà politiche istituzionali più interessanti dei periodi medievale e moderno. Su tale nodo si intrecciano le tematiche storico-giuridiche affrontate nel recente volume di Giuseppe Chiaula, “Il Feudo Modicano e il Regno di Sicilia” (Arti Grafiche Monolithus, Modica, pp. 104).
L’autore, con alle spalle non poche pubblicazioni anche di natura storica, nativo di Modica, risiede da oltre un cinquantennio a Roma, dove ha operato come magistrato della Corte dei Conti.
Il volume è stato presentato al Palazzo della Cultura di Modica (Rg) rappresentando il primo degli appuntamenti promossi ed organizzati dal Caffè Letterario Quasimodo di Modica che, anche per l’edizione 2011-2012, ha presentato un fitto calendario di eventi culturali. «Si tratta – ha spiegato Domenico Pisana, presidente del Caffè Letterario - della sesta stagione dei “sabati letterari” che si inserisce non solo come attività culturale e letteraria ma anche come impulso per approfondire e sviluppare tematiche giuridiche, in genere, poco praticate in campo storico ma che rivestono particolare importanza per meglio comprendere aspetti del passato, come quelli affrontati con perizia da Giuseppe Chiaula nel suo libro», ponendo all’attenzione del folto pubblico presente in sala l’importanza e la necessità di «creare occasioni di scambio e momenti di riflessione».
La presentazione è stata affidata all’avvocato Antonio Borrometi che, nel suo articolato excursus, si è più volte soffermato su determinate problematiche affrontate dall’autore focalizzando l’attenzione su taluni aspetti peculiari del territorio comitale tratteggiando alcune dinamiche storiche affrontate nel libro. Un criterio di indagine, quello adottato da Chiaula, che cerca di cogliere le specificità degli antichi istituti feudali evidenziandone le differenze rispetto all’assetto ordinamentale che ne è seguito. Borrometi ha saputo cogliere aspetti del testo che delineano la capitale della Contea in un periodo storico “passato” ma che si riallaccia a tematiche ancora oggi di grande attualità.
Questo saggio, riconsiderando varie questioni trattate in un precedente volume, va ad analizzare problematiche in tema di rapporti fra l’ordinamento comitale modicano, con quello del sopraordinato regno di Sicilia, anche al fine di individuare aspetti similari ed analogici. La particolarità dell’opera sta nella capacità di ricerca intrapresa con l’occhio analitico del giurista, accompagnata dal “rigore storiografico e la passione civile”, come avverte il prefatore, il magistrato Salvatore Rizza. Nella sua articolata trattazione, Chiaula offre notevoli e preziosi spunti per una “rivisitazione ragionata” della storia comitale mettendo in piena luce i “fermenti autonomistici” che “si verificarono e anticiparono la presa di coscienza popolare manifestatasi poi nel XIX secolo”.
Nel saggio in disamina si perviene alla conclusione che il regime differenziato del feudo modicano, malgrado le gravi interferenze subite, nel corso della sua storia, dall'assolutismo, primario e secondario, abbia comunque lasciato prova di qualche valenza. La lontananza dei Conti, interessati solo alle copiose rendite, il frazionamento delle proprietà, la partecipazione di ampie categorie di cittadini alle pubbliche funzioni, ha consentito, nel relativo territorio, esperienze e tirocini altrove impossibili, e quindi praticamente utili per affrontare le impegnative sfide del XIX secolo.
La serata è stata impreziosita da uno spazio musicale affidato al Mº Lino Gatto e contraddistinta dalla lettura di alcuni dei passi più significativi del volume che hanno tratteggiato, tra l’altro, la delicata tematica dell’Inquisizione siciliana di rito spagnolo (presente anche in territorio comitale sin dai primi decenni del XVI secolo) resa ancora più viva dalle voci di Ernesto Ruta e Teresa Floridia.
L'eredità che ci lascia Antonino Di Vita
E' scomparso a 85 anni l'archeologo chiaramontano “papà” di Camarina
Il console romano Attilio Calatino, nel 258 a. C., malgrado gli incendi, stragi e saccheggi di incredibile ferocia, non è riuscito a cancellare per sempre la memoria di Camarina, antica colonia greca. Essa, resa immortale dalla lirica del grande poeta greco Pindaro, è tornata a risplendere di luce propria, emergendo dal silenzio del tempo grazie al grande impegno profuso da illustri archeologi come Paolo Orsi, Biagio Pace, Paola Pelagatti, Giovanni Distefano e, non ultimo, Antonino Di Vita.
Archeologo chiaramontano, recentemente venuto a mancare dopo ottantacinque primavere, Di Vita è stato un illuminato ricercatore e studioso, componente dell'Accademia dei Lincei, nonché soprintendente alle Antichità e Belle arti. Ha insegnato presso le Università di Palermo, Perugia e Macerata, di cui è prima stato preside della Facoltà di Lettere e poi Rettore dal 1974 al 1977. Ha diretto la Scuola Archeologica Italiana di Atene dal 1977 al 2000. A lui si devono molte campagne di scavi nel sito archeologico di Camarina, a cominciare dal 1958. La sua intensa ed instancabile attività di archeologo ha rappresentato il punto di partenza per ulteriori ricerche e missioni di scavi in Italia e all'estero. Non a caso è stato considerato il «padre» della Città Stato di Camarina.
Ed è proprio per la «sua» Camarina che l'anno scorso ha lanciato un appello, di cui si è fatto portavoce il Centro Studi Feliciano Rossitto, scrivendo un'accorata lettera alle autorità iblee affinché prendessero consapevolezza dei problemi riguardanti il danneggiamento dell'area archeologica di Camarina, a causa dell'erosione subita dalla costa: «E' con la più viva preoccupazione che sento da Giovanni Distefano delle condizioni di estremo pericolo cui si vengono a trovare le mura lungomare di Camarina... L’acqua lambisce i resti di quella torre di V secolo a. C. a picco sulla foce dell’Ippari (raro esempio di una torre di età classica in Sicilia) che nel 1958 potei individuare e scavare nell’ambito di quelle ricerche con le quali mi fu possibile sfatare la convinzione che di Camarina greca i Romani non avessero lasciato pietra su pietra». Di Vita scrive con il cuore in mano citando Camarina come «una delle antiche città siceliote meglio conosciuta e assai visitata, grazie all’opera della professoressa Pelagatti prima e del dott. Distefano poi, che hanno dato nerbo e hanno esteso i miei limitatissimi saggi. Sarebbe davvero una grave iattura vedere crollare in mare le mura di Camarina conservatesi per 2500 anni...».
«La città di Ragusa e la sua provincia – scrive Giorgio Chessari, presidente del Feliciano Rossitto, nel suo messaggio di cordoglio - gli devono moltissimo non solo per la sua attività di archeologo, portando alla luce testimonianze di grande rilevanza sulla identità storica del nostro territorio (da Camarina, a Castiglione, a Rito), ma anche perché dagli anni Cinquanta fino ad oggi si è battuto per la salvaguardia del patrimonio ambientale e culturale delle nostre città».
Di Vita è stato un profeta ed un precursore della battaglia volta a difendere il centro storico di Ragusa antica e moderna perché è stato il primo a chiedere, già nel 1967, sulle pagine di un quotidiano siciliano, la emanazione di una legge speciale.
Una delle ultime fatiche che stava per intraprendere è la preparazione per la stampa del libro sulla necropoli di contrada Rito, relativa alla presenza dei Greci a Ragusa in età arcaica.
Giuseppe Nativo