Lezione di gnomonica con visita guidata a Modica
“L’uomo misura il tempo e il tempo misura l’uomo”, così recita uno dei tanti motti trascritti sui quadranti solari altrimenti detti meridiane. E’ proprio su questi arcaici strumenti di misurazione del tempo che si è incentrata la relazione dal titolo “Alla scoperta della misura oraria”, recentemente tenutasi presso la sala biblioteca dell’Istituto Scolastico “P. Vetri” di Ragusa, inserita nell’ambito del progetto didattico avente per oggetto “Il tour del tempo”. La discettazione di tale interessante tematica è stata affidata al prof. Giovanni Bellina, da diversi lustri accanito ricercatore di quella disciplina scientifica – che riunisce scienza ed arte - detta “gnomonica”, ovvero studioso di quell’ampio settore che riguarda la tecnica costruttiva degli orologi solari o meridiane e loro applicazione geografica tenendo conto di cognizioni fortemente correlate all’astronomia.
Gli orologi o quadranti solari rappresentano i più antichi strumenti di astronomia, di cui si abbiano tracce documentate, che indicano lo scorrere delle ore del giorno. In generale, si basano su un principio abbastanza semplice che tiene conto della regolare (anche se apparente) variabilità della posizione del Sole sulla volta celeste e, con essa, la forma nonché le dimensioni dell’ombra che qualsiasi corpo proietta su un piano. Un’asta metallica, denominata stilo o gnomone (dal greco gnomon che significa indice, indicatore), conficcata nel terreno o su una base di pietra può quindi funzionare da indicatore di una scala temporale attraverso cui poter misurare l’inesorabile trascorrere del tempo. Nella qualità di responsabile regionale del censimento dei quadranti solari della Sicilia, il prof. Bellina è autore del volume – pubblicato dal Circolo Didattico “Paolo Vetri” di Ragusa con il contributo della Regione Siciliana e della Provincia Regionale di Ragusa – “Su alcune misure di tempo degli iblei”, in cui, tra l’altro, sono descritti in dettaglio alcuni dei più importanti esemplari di orologi solari esistenti nella Sicilia sud-orientale, con particolare attenzione a quelli del territorio ibleo.
Gli orologi solari spesso vengono indifferentemente chiamati meridiane ma, in realtà, queste ultime indicano specificatamente il cosiddetto “mezzogiorno solare locale”, ossia quando il Sole si trova esattamente sul meridiano solare del luogo considerato.
Nel medioevo la gnomonica viene recuperata grazie agli astronomi arabi i quali per primi applicano a questa scienza le nozioni relative alla matematica trigonometrica. Le ore segnate dai quadranti solari possono essere di vario tipo in base ai sistemi orari utilizzati per realizzarli. Molti di questi sistemi, da tempo in disuso, sono stati impiegati nelle varie epoche dai vari popoli come strumento indicatore per distinguere il giorno (le ore di luce) dalla notte (le tenebre) e dividendo ciascuno di questi due periodi (disuguali a seconda delle stagioni) in 12 ore. Il sistema di computazione “italico”, che rimane in vigore in Italia dal Medioevo al Settecento per scomparire definitivamente solo nella prima metà del XIX secolo, ad esempio, divide il giorno in 24 ore uguali facendolo iniziare e finire al tramonto del Sole; mentre il sistema “babilonese”, sebbene identico a quello “italico”, fa iniziare e finire la giornata al sorgere del Sole.
Tra i vari tipi di orologi solari (orizzontali, verticali, etc.) quelli più in uso sono del tipo verticale che si vedono tracciati sulle pareti di diversi edifici nobiliari e di culto di Modica. E’ proprio in questa città barocca, dall’antico sapore medievale, che il prof. Bellina ha organizzato una visita guidata per poter “assaggiare” visivamente la fattura di alcuni orologi solari e meccanici. Tra tutti spiccano gli orologi solari delle “Case Grimaldi”, una delle grandi famiglie storiche modicane, i cui componenti si adoperarono molto per dotare i propri palazzi di numerosi orologi solari. Non si posseggono documenti dettagliati riguardo al periodo e agli artefici di siffatte strumentazioni, ma si può ragionevolmente ipotizzare che costruttori ne furono Enrico Grimaldi, il figlio Giovan Pietro (1860 – 1918) – che all’epoca rappresentò una delle punte della cultura modicana – nonché l’altro figlio, Clemente (1862 – 1915), pioniere dell’elettrificazione della città di Modica. Nella biblioteca della famiglia, ma anche in loro carteggi conservati presso l’Archivio di Stato, si trovano notizie riguardanti orologi solari e meccanici con annotazione a margine. Cosa abbastanza curiosa è che nelle abitazioni della famiglia Grimaldi si contano ben 14 orologi solari!
Giuseppe Nativo
La scrittrice Beatrice Monroy incontra i ragusani
La polvere si solleva a spruzzi come onde di un mare agitato che sbattono sugli scogli. Il vento fa svolazzare gli abiti, mentre gli scialli delle donne ed i loro grembiuli si attorcigliano sotto l’impeto del soffio che volteggia cingendo in una vorticosa danza le loro sagome. C’è gente che, con gli occhi rivolti verso l’infinito, verso un perché senza risposta, cade, in silenzio, colpita da mille proiettili, senza alzarsi più. Altri cercano di scappare. Urla, imprecazioni. Grida senza suono. Nello spazio di un miserere si sparge quel pizzicante odore di polvere da sparo. Tutto dura un paio di secolari minuti. Alla fine, un silenzio gravido di paura piomba sulla piccola vallata. In lontananza il fiume, testimone silenzioso, riprende a far udire il suo scroscio, il suo fluire liquido e leggero, mentre le due alture gialle di ginestre emergono tra la polvere come angeli custodi che proiettano sulla piana la loro silente ombra scura in su calar del sole. Così si consuma l’eccidio di Portella delle Ginestra, il 1° maggio 1947, prima strage dell’Italia repubblicana.
Storie, brandelli di storie. Frammenti di voci e di volti, ritratti di donne, uomini, bambini, fiori e piante di Sicilia. Sentimenti umani che cozzano scontrandosi con la cruda realtà. Lotta di poteri nel potere. I perché dolorosi della storia di gente comune. Questo il cocktail esplosivo proposto dalla verve artistico-narrativa della scrittrice palermitana Beatrice Monroy, invitata a Ragusa per un’operazione culturale tenuta a battesimo, il 28 ottobre scorso, dal Teatro Club “Salvy D’Albergo” in sinergica cooperazione con la Biblioteca “A. Manzoni” di Ragusa. La brillante iniziativa, tenutasi presso il rinnovato auditorium della Camera di Commercio, prende spunto dall’ultima fatica letteraria della Monroy dal titolo “Portella della Ginestra - indice dei nomi proibiti”.
L’appuntamento ha avuto delle connotazioni al di fuori dei canoni tradizionali in quanto nella mise en scéne dell’opera della Monroy è stato previsto un innesto con voce recitante e musica. Le coreografie, di grande effetto, sono state curate dal gruppo teatro danza “Ludens” della prof.ssa Claudia Gafà che, con grazia ed abile perizia, ha introdotto la tematica della serata attirando non poca attenzione del folto ed attento pubblico intervenuto.
Promotrice ed organizzatrice dell’intera manifestazione è stata la prof.ssa Rosanna Bocchieri, attenta operatrice culturale del comparto narrativo e teatrale, già direttore artistico di brillanti iniziative.
Raccontare la triste vicenda, occorsa quasi sessanta anni fa, di Portella della Ginestra – attraverso l’ausilio della voce recitante della bravissima Federica Bisegna, coadiuvata da Maurizio Burzillà alla fisarmonica – si è rivelato compito assai arduo in quanto ha richiesto non poche riflessioni su quei fatti di cui la Monroy si è fatta portavoce ed interprete attraverso la sua narrazione, ha puntualizzato il dott. Carmelo Arezzo, Presidente del Teatro Club, nel corso della sua riflessione finale. “Il mio sogno è di scrivere una sorta di epopea del popolo siciliano a partire dai suoi sogni, dai suoi desideri e speranze. Un’epopea che dà forza ad un progetto di terra libera dai poteri che ci asserviscono. Per questo mi sento più vicina a storie siciliane: è mia convinzione che la nostra storia venga continuamente deformata e adattata ad esigenze di potere. Vorrei provare a dare voce ai silenzi, permettendo a tutti i racconti sommersi, alle voci troppo deboli di raccontare il proprio percorso e le magie dell’Isola”, questa l’accorata introduzione della Monroy. Si tratta di un’opera che ci racconta l’infanzia, la morte e la natura, nella sua semplice bellezza, violate dalla violenza. “E’ stata impresa non facile” – ha precisato la prof.ssa Gafà, raggiunta nella postazione di regia – “in quanto la storia di quelle vicende implica dei riferimenti storici e di pensiero la cui trasposizione in danza necessita anche di un’intima partecipazione dei ballerini”. E’ stato proprio nella gestualità della danza - a volte semplice, a volte violenta, altre ritmata o interrotta di scatto come se tutto fosse rivisto in moviola - che il testo narrativo della Monroy ha preso una consistenza quasi reale sublimata nella voce recitante della Bisegna quando, in maniera quasi ossessiva e martellante, ha iniziato a contare le numerose vittime di quella triste giornata, chiamandole ad una ad una per nome, la cui memoria è ancora scolpita, in maniera indelebile, in quel luogo divenuto “luogo della storia”; luogo senza tempo in cui, nelle giornate di vento, si odono ancora quelle grida di gente innocente. Forse è il loro sangue senza macchia che chiede la verità, quella verità che non ha tempo, “un dolore inspiegabile ancora, un dolore che solo la memoria non è capace di lavare”.
Giuseppe Nativo
La “Divina Commedia” al Centro Studi “F. Rossitto” di Ragusa
Nell’ambito delle iniziative culturali promosse dal Centro Studi “Feliciano Rossitto” di Ragusa, una, in particolare, sta riscuotendo grande interesse letterario correlato a risvolti storici, sociologici, politici e filologici. Si tratta della rilettura di alcuni tra i canti più noti e più significativi della “Divina Commedia” nel corso di quattro serate, ciascuna a cadenza settimanale. Promotore di tali interessanti incontri è stato il “Teatro Utopia” - nella persona di Giorgio Sparacino, già da anni impegnato nel comparto teatrale - che, in sinergia con il Centro Studi “F. Rossitto”, ha coinvolto un numeroso ed attento pubblico presso la sala convegni dello stesso Centro. La voce di Giorgio Sparacino unitamente alla guida all’ascolto rappresentata dai puntuali e preziosi commenti del prof. Giovanni Occhipinti hanno dato la possibilità di assaporare non solo l’intramontabile lirica dantesca, ma di riflettere sulla straordinaria attualità della parola del sommo Poeta, di rivivere sentimenti ed emozioni che si proiettano sullo schermo dell’animo di ciascun lettore attraverso gli episodi e i personaggi descritti nella sua Opera. “Portare Dante Alighieri tra il pubblico è una iniziativa coraggiosa del Centro Studi F. Rossitto e assolutamente nuova a Ragusa”, ha così puntualizzato il prof. Occhipinti nel corso della sua relazione introduttiva che ha fatto da prologo alle quattro serate dantesche dal titolo “Sparacino legge Dante”. E’ proprio la voce di Giorgio Sparacino che, con le sue molteplici sfumature timbriche e vocali, attraverso quelle sapienti pause e la puntigliosa assimilazione metrica dell’endecasillabo, ha saputo tradurre quelle particolari atmosfere con cui il sommo Poeta ha voluto far emergere pensieri, turbamenti ed emozioni proprie di un’epoca tanto lontana nel tempo quanto vicina per le delicate e cogenti problematiche socio-politiche del nostro tempo.
Una cospicua presenza di simboli si snoda da un capo all’altro della Divina Commedia, sin dal momento in cui, nella “selva oscura”, il Poeta si imbatte nelle tre belve che rappresentano lo smarrimento spirituale di Dante o, se si vuole, dell’umanità. L’intera Opera può essere letta anche in chiave allegorica. E’ l’umanità che, con mille difficoltà, percorre quel tortuoso sentiero verso la beatitudine. Versi costruiti con sapiente perizia allo scopo di fornire una ricchezza di immagini che traggono origine dalla vocazione educativa e divulgativa del Poeta. Dante, uomo del Medioevo, si avvale di simboli più o meno velati per rendere più accessibili al lettore del suo tempo i concetti astratti di giustizia, pace e redenzione. Così, alla selva oscura si contrappone l’altra foresta, quella del Paradiso Terrestre, che si trova in cima al monte dell’espiazione.
Dante è tutto nella Commedia, definita “Divina” dal Boccaccio. Dante è la Commedia. E’ in quest’opera che si riversa il suo genio, da collocarsi accanto alle massime affermazioni dello spirito umano. Ogni generazione che viene è destinata a fare i conti con la lirica di Dante, a sentirne la presenza vigorosa non solo da un punto di vista letterario ma anche su quello morale. “Ancora oggi il suo libro è a volte nel povero fagotto dell’emigrante, come un documento di nobiltà. E nelle ore gravi della sua storia, l’Italia sempre ha ricercato e ritrovato il suo Poeta”.
Giuseppe Nativo
“Lu scavittu” a Ragusa
Sulla parte alta della città, dove fino a pochi decenni or sono si poteva osservare una campagna desolata e periferica il cui silenzio era talora interrotto dai belati di sparuti ovini, ora sono allogate numerose strutture edilizie in cui svolgono la loro attività diversi operatori commerciali. Tra questi, si distingue per il suo prospetto ma anche per il suo contenuto la “Nuova Libreria Iblea” (ex “Libreria Ecumenica”). Opuscoli, volumi, libri di ogni sorta cercano di arginare quel fiume di inchiostro che trapela da tutto quel cospicuo quantitativo di carta stampata. Una libreria come le altre, forse, ma che, togliendo qua e là qualche libro e spostando due o tre scaffali espositivi, si trasforma in una sala convegni di tutto rispetto. Larga quanto basta, dall’area familiare ma, nel contempo, austera da “caffè letterario”, è possibile gustare quell’atmosfera di circolo culturale d’altri tempi. In tale angolo, in tal guisa ricreato, si svolgono, di tanto in tanto, cenacoli di letterati e filosofi.
Recentemente si è avuto modo di “gustare”la presentazione del libro di Filippo Marotta Rizzo dal titolo “Lu scavittu e altre novelle”, esitato a stampa per i tipi della Casa Editrice Maimone. L’autore, messinese, “innamorato” delle bellezze architettoniche iblee e “povero bancario” come ama definirsi, da oltre quattro lustri è impegnato nel campo letterario con particolare predilezione per la poesia e la narrazione di novelle mantenendo, a volte in maniera “velata”, altre in maniera “spudorata”, quel “linguaggio dialettale” che si avvicina molto a quello dei nostri nonni e, per tale motivo, caro a tutti. La relazione introduttiva della serata è stata affidata allo storico ragusano Avv. Francesco Garofalo, di cui si ricorda, tra le molteplici pubblicazioni, la “Storia illustrata” (per le Edizioni Mondadori), socio fondatore della “Società ragusana di Storia Patria” a cui collabora con pregevoli saggi sulla rivista “Archivio Storico Ibleo”.
Nei XII capitoli in cui è suddivisa la narrazione di altrettante novelle, l’autore mostra tutte le sfaccettature della società siciliana nel suo difficile passaggio al mondo moderno. I personaggi e le vicende ad essi intrecciate richiamano alla memoria un’isola in cui i cambiamenti politici non impediscono il permanere degli elementi tipici del mondo siciliano pre-risorgimentale, cui l’anima dell’autore sembra strettamente legata. E’ la Sicilia di sempre. E’ la storia quotidiana di ognuno di noi, dei nostri avi. E’ la Sicilia dei “Don”, dei “Sabbinirica Baruneddu”, dei “notabili” e dei “nobil uomini”. Ma è anche la Sicilia della gente comune, contadini e “iurnatari”, che contribuisce ogni giorno ad incrementare quella micro-storia che superficialmente può apparire insignificante ma che in realtà è gravida di quotidiane privazioni, di sofferenze, di sopportazione alle soverchierie dei ricchi. Due mondi, forse, che sembrano camminare su binari paralleli ma che convergono in unico ideale rappresentato da dignità, fierezza ed amor patrio. “Lu scavittu” è colui che scava “ntra la terra, ntra li rutti” alla ricerca di un tesoro nascosto che non può trovare mai. E’ la metafora della vita. Grandi sforzi, enormi sacrifici per cercare di emergere dagli stenti quotidiani senza però riuscirvi. Affreschi di vita ottocentesca, spaccati di vita, tracce di memorie in parte dimenticate e legate alle terre del Valdemone, ma che con la loro genuina ed ingenua freschezza ben si addicono anche agli usi della Val di Noto. A tale riguardo emblematico risulta il lamento-preghiera del pescatore che intona al cielo: “cu la varca vaiu pri mari, mi susu quannu ancora c’è scuru, tuttu u iornu m’ammazzu a piscari, pri un pezzu di pani duru”, la cui lettura lenta dei versi dà la misura di quanta tristezza è intriso il cuore di un lavoratore che quotidianamente si misura con l’incommensurabile ed imprevedibile forza del mare che è, nel contempo, unico elemento a cui aggrapparsi per il sostentamento dei propri familiari. Dalle pagine di Marotta Rizzo si erge, quasi gigantesca, la figura della donna del pescatore che attende con ansia il ritorno del suo uomo. Dinanzi ai figliuoli finge una serena tranquillità, ma in cuor suo versa già lacrime disperate per il mancato ritorno del padre dei suoi bimbi. Quando la conferma della tragedia non offre più quella speranza tanto ardentemente invocata, “accetta il divenire degli eventi” con quello stato d’animo che richiama i personaggi verghiani. In quella donna, però, si trova un cuore ed un affetto oltremodo grande per i suoi tre piccoli. E’ un cuore di mamma, di ogni mamma che malgrado le intemperie della vita volge i suoi grandi occhi lucidi al cielo per intonare un’accorata preghiera, mentre affettuosamente e delicatamente accarezza “u cacaniru”, il figlio più piccolo di appena tre anni: “Iò mi curcu nta stu lettu / cu Maria supra lu pettu, / iò dormu e idda vigghia, / si c’è cosa m’arrisvigghia”.
Giuseppe Nativo
Quegli “SpaziAntichi” al Castello di Donnafugata
Il Castello di Donnafugata - immerso fra i carrubi e circondato da un immenso parco, arricchito da belle sculture, che ricordano motivi del bestiario romanico, alternate a figure femminili – conserva ancora nicchie, spazi antichi dove si sentono ancora, nelle giornate di vento, rumori ovattati di zoccoli e di eteree presenze di un tempo che fu. In questa splendida cornice architettonica ed agreste, anche quest’anno si è rinnovato l’appuntamento con l’antiquariato.
Oltre 25 gli espositori, di cui 14 siciliani e 5 del territorio afferente alla provincia di Ragusa; oltre a quelli provenienti da L’Aquila, Frosinone, Fiuggi, Roma e Viterbo. Diverse centinaia di visitatori hanno riempito le sale espositive del maniero durante le 4 giornate (dall’11 al 14 novembre) dedicate all’appuntamento annuale della mostra mercato dell’antiquariato dall’affascinante titolo “SpaziAntichi”.
L’evento, giunto alla seconda edizione, propone l’esposizione di oggetti di notevole eleganza e valore artistico che richiamano linee e colori di mobili dei secoli scorsi. Suppellettili, quadri, argenti, pianoforti richiamano l’attenzione del grande pubblico ma anche degli intenditori del settore. “SpaziAntichi”, in un connubio tra antiquariato e barocco, si intreccia perfettamente con l’impaginazione architettonica del Castello di Donnafugata.
Fra la moltitudine di oggetti rari esposti, si segnalano consolle in legno, tavoli in noce, una stupenda specchiera e cassettoni in stile Luigi XIV siciliani. L’arte del mobile riesce a farsi apprezzare richiamando talora quelle forme di “classicismo barocco” proprie dei primi decenni del XVIII secolo caratterizzate da un singolare miscuglio di decoro e grandiosità, nonché di rigore formale e di sfoggio di pompa e fasto. Non mancano mobili in stile “impero”, con la loro austerità ed eleganza. Lo stile “impero”, così come ogni altra espressione umana dalla musica alla letteratura, dall'arte alle ideologie di quel tempo, affonda le sue radici nelle vicende storiche e politiche dei primi anni del XIX secolo (periodo caratterizzato dall'incoronazione di Napoleone imperatore fino alla caduta del suo regno). La mobilia italiana del primo Ottocento, presenta uno sviluppo stilistico che corre, per così dire, lungo due binari paralleli. Il primo riecheggia direttamente il gusto Impero imposto da Parigi, mentre il secondo, più originale, anche se non di altissimo livello, elabora i modelli francesi secondo le tradizioni locali. Il mobile “impero” obbedisce ad un rigoroso senso della misura e severità di forme. E’ solido ma non opprimente, proporzionato e mai volgare con carattere sempre aristocratico. Di particolare interesse si riscontrano i mobili in stile “liberty” tipici del tardo ‘800. Si tratta di mobilia che nasce da una nuova tendenza estetica volta alla creazione di oggetti semplici e funzionali, in rapporto tra funzione ed estetica, la cui originalità è strettamente legata ad un'accurata esecuzione tecnica. Gli arredi sono leggeri, le linee tendenzialmente curve. L’uso di vetri e di incrostazioni metalliche, di madreperla e avorio costituisce una tecnica decorativa tratta dal mondo vegetale: fiori e foglie spesso desunti dall'iconografia orientaleggiante. All’appuntamento espositivo non sono mancate le “Porcellane Florio”, risalenti a fine ‘800 primi del ‘900: piatti in porcellana tenera prodotta dall'antica fabbrica Siciliana e provvisti di una bella decorazione floreale. E ancora candelieri, applique d’ottone e incensieri risalenti al secolo XVII, tutti rivenienti dalla collezione palermitana di “Moda della Nonna”.
Insomma, un vasto panorama di oggetti d’antiquariato e di collezionismo che ripropongono quanto di bello, raffinato e particolare fu creato ieri.
Giuseppe Nativo