Disturbi mentali: quali le nuove frontiere?

 

Secondo una recente analisi elaborata dall'Organizzazione mondiale della Sanità sono circa 450 milioni le persone che, in tutto il mondo, accusano disturbi a carico del sistema nervoso (disturbi neurologici, mentali e comportamentali). In Italia recenti studi hanno messo in evidenza una prevalenza annuale dei disturbi mentali nella popolazione generale pari a circa l'otto per cento. Da un sondaggio (fonte: www.salute.gov.it) , condotto su un campione di psichiatri italiani, è emerso un aumento, rispetto a dieci anni fa, della frequenza con cui vari disturbi mentali giungono all'osservazione clinica. Anche in Italia, come in altri Paesi industrializzali, i disturbi mentali rappresentano una delle maggiori fonti di carico assistenziale e di costi per il Servizio Sanitario Nazionale. Non di rado forme di sofferenza psichica, che si presentano in tutte le classi d'età, sono associate a difficoltà nelle attività quotidiane, nel lavoro, nei rapporti interpersonali e familiari, alimentando spesso forme di emarginazione e di esclusione sociale.

   La società moderna è immersa quotidianamente nel tumultuoso caos della giungla urbana caratterizzata da ansia, forme depressive o da panico e quant'altro. E' plausibile, pertanto, affermare che sia in atto una trasformazione del disagio psichico e della sua presentazione sintomatologica a causa dei profondi mutamenti sociali. In pratica i disturbi psichici tenderebbero a presentarsi con forme cliniche differenti rispetto al recente passato, non di rado con la sovrapposizione di problematiche psicologiche e psichiatriche diverse.

Ma quali sono le nuove frontiere per la cura dei disturbi psichici (trattamenti farmacologici e psicoterapie) che consentono di guardare con più ottimismo agli esiti di malattia in relazione anche all'annosa questione costi-efficacia? Abbiamo girato la domanda al dottor Onofrio Falletta, medico psichiatra presso una struttura sanitaria iblea.

«Negli ultimi decenni la ricerca di nuove cure per i disturbi psichiatrici ha permesso di utilizzare farmaci sempre più efficaci e ben tollerati quali i cosiddetti antipsicotici atipici, i quali non presentano gli effetti collaterali che davano i vecchi antipsicotici e che diventano essi stessi fattore di ulteriore stigmatizzazione. Con tali farmaci, che tra l’altro presentano una buona efficacia e maneggevolezza, è a volte difficile individuare un soggetto che ne fa uso e tale fatto, assieme alla scarsità di effetti collaterali fastidiosi, aumenta la compliance ovvero l’adesione alla terapia dei pazienti, fattore questo che fa diminuire le recidive. Inoltre tali farmaci permettono di attuare anche percorsi riabilitativi più puntuali e che di per sé aumentano il miglioramento, attraverso una maggiore articolazione della vita del paziente sia nei confronti dell’altro, che della società. Unico neo di tali farmaci è il costo molto alto e infatti essi vengono distribuiti, dopo piano terapeutico delle strutture pubbliche, presso le farmacie ospedaliere o presso il servizio farmaceutico. Anche nelle altre patologie esistono farmaci abbastanza sicuri e maneggevoli con pochi effetti collaterali, sia verso la depressione che i disturbi d’ansia, cosicché si può affermare che ormai le possibilità di cura dei disturbi mentali è molto elevata e sicura».

In molte condizioni cliniche si pone la questione di una corretta prescrizione di farmaci in aderenza anche alla normativa riguardante il consenso informato in pazienti la cui somministrazione farmacologica può, talora, ridurre la capacità giuridica della persona. In tali casi qual'è il comportamento dello specialista?

«In linea di massima nelle strutture sanitarie pubbliche non è possibile somministrare o prescrivere farmaci senza il consenso da parte dell’utente. Lo stesso principio vale anche per le patologie psichiatriche per cui di prassi noi richiediamo, dopo avere informato il paziente, la firma del consenso informato. Viene escluso tale obbligo solo in caso di ricovero per TSO ovvero “trattamento sanitario obbligatorio” nel qual caso le condizioni cliniche del paziente richiedono un ricovero coatto che prescinde quindi dall’accettazione dello stesso da parte del paziente. E’ evidente che si tratta di una procedura medica marginale rispetto alla grande quantità di ricoveri volontari che noi effettuiamo e che richiedono, sempre e comunque, il consenso da parte del paziente. Tale consenso deve essere fornito anche nelle altre prestazioni che il Dipartimento di Salute Mentale eroga quali visite ambulatoriali, attività di riabilitazione o di day hospital».

In Sicilia il dipartimento di Salute Mentale, attraverso un'articolata rete, rappresenta la struttura che assicura gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione in ciascuna azienda sanitaria provinciale. In che cosa consiste la prevenzione? «Quando si parla di prevenzione bisogna operare una differenziazione tra prevenzione primaria, secondaria e terziaria. La prevenzione primaria agisce sulle cause generali che producono una malattia e si comprende come, nel caso delle patologie psichiatriche che hanno una genesi multifattoriale, la prevenzione primaria sia molto difficile da attuare perché bisogna agire a vari e multipli livelli familiari, sociali, educativi e spesso in fase molto precoce. La prevenzione secondaria e quella terziaria trovano attuazione attraverso la cura e la riabilitazione dei disturbi psichiatrici ed in particolare per quanto riguarda il rischio di recidive e ricadute che spesso sono presenti. Nelle nostre strutture portiamo avanti attività riabilitative sia nei Centri Diurni che direttamente nel territorio con attività sia risocializzanti che strettamente riabilitative, con atelier, laboratori protetti e con attività esterne alle strutture in stretto contatto con il territorio e le sue articolazioni. Gli utenti che entrano nei progetti riabilitativi molto spesso necessitano di minori quantità di farmaci e presentano un minor tasso di riospedalizzazione per recidive mantenendo per un periodo più lungo un periodo di benessere».

 

 

 


 

Attenzione, l'alcol fa male anche al feto

 

Anche i neonati sono esposti all'alcol nel grembo materno.

E’ quanto emerge da una recente analisi elaborata dall’Istituto Superiore di Sanità e diffusa in occasione della prima Giornata internazionale della consapevolezza sulla sindrome feto-alcolica (www.iss.it). Lo studio di prossima pubblicazione è stato condotto attraverso una sostanza in grado di rilevare l’esposizione all’alcol nel meconio che rappresentano le prime feci dei neonati. Il gruppo di studio ha rilevato che c’è un consumo di alcol in gravidanza sottostimato o non riconosciuto da parte delle donne che partoriscono. L’analisi di oltre seicento neonati ha rivelato un’esposizione media di poco più del sette per cento, con una distribuzione nelle diverse città campione dello studio molto diversificata. E’ necessario, pertanto, far luce su un fenomeno sommerso come quello delle patologie pediatriche sviluppate in relazione all’assunzione di bevande alcoliche durante la gravidanza.

In territorio ibleo esiste tale problematica? Come sono fronteggiate eventuali insorgenze di tali patologie e, soprattutto, come vengono diagnosticate? Abbiamo girato i quesiti al dottor Salvo Figura, medico anestesista rianimatore (già in servizio presso un nosocomio ibleo). «Non ho dati certi per poter affermare che nel territorio ibleo esista questa problematica. E’ sufficiente però l’osservazione diretta di stuoli di teenager, sotto i quindici anni, andare in giro per i lungomare del litorale ibleo sbandierando la loro birretta rigorosamente tedesca o messicana, con sale e limone al seguito, per poter prevedere un alcoolismo precoce e precoci danni al feto in caso di gravidanza. Purtroppo per l’alcool non è mai stata prodotta una seria campagna di prevenzione com’è stato fatto per il fumo. Eppure il suo consumo e abuso è nettamente superiore a quello del fumo».

Nella sua lunga esperienza di medico anestesista rianimatore ha avuto a che fare con casi di particolare rilevanza?

«Di sbornie, anche pesanti, ne ho viste tante. Talune che giungevano sino alla perdita totale della coscienza e all’anestesia da alcool. Ho visto anche delle morti da metanolo usato specialmente da giovani dell’est Europa per incrementare la gradazione alcoolica di birre o altri alcoolici. L’assunzione del metanolo è devastante! Sugli esiti sul feto posso dire poco come esperienza diretta, ma certamente è dagli anni Settanta che Paesi evoluti dal punto di vista della ricerca studiano il fenomeno. L’alcool in quantità molto modeste, specialmente o unicamente, il vino rosso, è un ottimo elisir di “lunga vita”. Antiossidante per eccellenza, aiuta il cuore e i vasi. Nelle gravide ne bastano due bicchieri in più al giorno per far rischiare loro la nascita di figli deformi nel fisico e nel cervello. Non scordiamo mai che l’alcool è un solvente di grassi e proteine, i mattoni di geni e cromosomi; cioè del DNA, cioè ancora della “Banca dati e programmazione” di tutto il nostro organismo».

 

Giuseppe Nativo