“Aucisu comu ê novi”
Una lapide in memoria di nove modicani fucilati nel 1860
Che rimanga almeno un lapide. Una lapide unica, che possa restare viva nel cuore dei modicani. Ma anche a memoria di quanto occorso 149 anni or sono e scivolato nell’oblio a causa di una “reticenza” storica su cui ha indagato, con il rigore dello storico e l’occhio analitico del giurista, un magistrato: Giuseppe Chiaula (Pres. On. della Corte dei Conti), illustre modicano ma residente da tempo nell’Urbe dove ha esercitato varie funzioni giuridiche. Chiaula, autore, fra gli altri, de “Il mistero dei nove” e “Addizioni a Il mistero dei nove” (due volumi, pubblicati a Modica, per la Setim, tra il 1998 ed il 2001, che ripercorrono il “processo dei nove”), per amore del natio loco, della sua Modica, si è posto dinanzi ad un problema cui la cronaca e la storia non hanno prestato la dovuta attenzione.
Tutto ha inizio nella notte tra il 2 e 3 settembre 1860 quando nove persone - 5 di professione “contadino”, 2 “murifabbro”, 1 “crivellatore” ed 1 “industrioso” - assaltano la masseria Vicari, in contrada Zappulla, commettendo una rapina anche attraverso una fucilata senza ferimento ad alcuna delle quattro persone ivi presenti. Magro il bottino. Con la testimonianza fondamentale di un ex milite “deviato” della Guardia Nazionale di Modica, il governo modicano, rappresentato dalla elite politica in connivenza con i giudici della Commissione Speciale, espressione locale della dittatura garibaldina, in 21 giorni arresta, processa, giudica e condanna alla estrema pena i malcapitati eseguendo la sentenza.
Triste l’epilogo della vicenda che si può cogliere attraverso la testimonianza dei PP. Cappuccini incaricati, all’epoca, di accompagnare, assistendoli “a ben morire”, i condannati a morte. Allontanatisi i frati, dopo le ultime preghiere, viene dato il segnale. Si ode, fulmineo, il tremendo fragore delle fucilate ed il grido dei condannati rimasti feriti. Si prosegue a fucilarli senza pietà. Si consuma così, nelle prime ore pomeridiane del 24 settembre 1860, una oscura pagina di storia iblea, nel mentre si svolge nel Continente, essendo stata portata a termine la fase siciliana, l’impresa bellica di Garibaldi. A trovare la morte sono nove modicani in esecuzione di sentenza capitale pronunciata, due giorni prima, dalla locale Commissione Speciale Penale (‘na Curti Subitanea), organo giudiziario straordinario istituito dal governo dittatoriale garibaldino per giudicare dei “reati comuni dei semplici cittadini”. Tutto ciò malgrado fossero in vigore delle norme “frenanti” per limitare le eccedenze sanzionatorie (per ogni processo non si sarebbero potute avere più di tre condanne capitali). Il governo di Palermo riceve l’informativa a cose fatte.
Ma perché una vicenda di tale portata rimane ignorata impedendo ad alcuno di tramandarne il ricordo che, tuttavia, rimane vivo nel cuore del popolino (di qui il detto popolare “aucisu comu ê novi”)? E perché non è registrato alcun atto di pietà nei riguardi di quei nove (la cui età oscillava tra i 20 e i 40 anni)? A tali domande ha cercato di rispondere il giudice Chiaula non solo con i citati volumi ma anche attraverso un momento di analisi giuridica e riflessione storica che si è tenuto presso l’oratorio salesiano Don Bosco di Modica alla presenza del sindaco, Antonello Buscema. L’incontro culturale è stato preceduto dalla cerimonia di scopertura di una lapide commemorativa, promossa dal Comune di Modica, posta sulla cinta muraria del vecchio cimitero, nei cui pressi avvenne l’esecuzione capitale.
Dall’otto ottobre scorso quella lapide ricorda lo strappo, il dolore, la paura e la morte di quei nove malcapitati i cui nomi, già incisi nel libro del cielo, si trovano adesso scolpiti nel cuore di ciascuno a imperitura memoria.
Ambita manifestazione culturale dell’estate pozzallese
Il “Marranzano d’Argento” al giornalista e scrittore Salvatore Scalia
Cultura, spettacolo e gastronomia. Sono questi i tre punti cardine attorno a cui è ruotata l’estate pozzallese. Unico comune marittimo della provincia di Ragusa, l’importanza di Pozzallo si perpetua nel tempo quando, con la costruzione di un “Caricatore”, che consente l’imbarco di merce sui velieri, diventa uno degli scali più attivi già dal XV secolo unitamente alla “Torre Cabrera”; quest’ultima di grande rilievo militare per l’avvistamento preventivo di imbarcazioni pirata, teatro di rievocazioni medievali che, nell’edizione 2009, hanno affascinato non pochi visitatori.
La stagione estiva pozzallese quest’anno è stata impreziosita dalla presenza di illustri personalità, distintesi nelle arti e nel giornalismo, presenti in occasione dell’ambita kermesse letteraria itinerante “Trebbio 2009” per la consegna del “Marranzano d’Argento”. La serata, tenutasi al Blue Heaven, presso la Villa Comunale di Pozzallo, organizzata dal gruppo “A lume di poesia” della redazione della Rassegna di Letteratura Lunarionuovo, è stata caratterizzata da letture, canti e proiezioni che hanno appassionato gli spettatori. Sullo schermo “La femmina, l’amore, il niente…” del regista Vladimir Di Prima; alta espressione musicale con “Il Canto delle Sirene” tratto da Concabala di Mario Grasso (fondatore del gruppo “A lume di poesia” nonché responsabile della casa editrice “Prova d’Autore”), poi l’esibizione del cantautore Francesco Foti con “L’uomo nero” ed i recital dei poeti Maristella Bonomo, Grazia Dormiente e Daniele Floridia.
L’attore Miko Magistro ha letto alcuni brani del libro “La Risacca” di Michele Giardina, giornalista e scrittore, premiato in quanto “nei suoi reportages documenta il divenire della vita quotidiana della sua Pozzallo”. Lodi e riconoscimenti per la loro arte anche a Grazia Dormiente e Miko Magistro.
Il clou della serata è stato caratterizzato dalla cerimonia di consegna del prestigioso premio “Marranzano d’Argento”, evento culturale istituito nel lontano 1974 dal poeta Mario Grasso, assegnato ogni due anni a una personalità siciliana che si è distinta nell’ambito delle arti, del giornalismo, delle scienze. Dal 1974 al 2008, toccando diverse località dell’Isola, è stato conferito, tra gli altri, a Leonardo Sciascia, Salvatore Fiume, Gesualdo Bufalino, Mario Ciancio, Giuseppe Giarrizzo, Rosa Quasimodo, Stefano D’Arrigo. Il “Marranzano d’Argento” è rappresentato da un marranzano, del tutto identico al noto strumento musicale a bocca con corda vibrante, realizzato in puro argento presso la fonderia artigianale di Pietro Longo a Catania, sul modello originario creato nel 1974 dallo scultore Giuseppe Mazzullo.
Il prestigioso riconoscimento, edizione 2009, è stato assegnato allo scrittore e giornalista “etneo di Mascalucia” Salvatore Scalia per la sua recente fatica letteraria “Fuori gioco. Vita bruciata di un calciatore di provincia” (Marsilio Editori, 2009, pp. 127). Col suo “procedimento stilistico di rara efficacia espressiva” (Gazzetta di Parma, 13.05.2009, p. 5) l’autore tratteggia, attraverso un romanzo dalle connotazioni forti e dure, “pieno di asprezze e lucide rabbie” (La Repubblica, Palermo, 31.05.2009, pp. 18-19), la storia di Paolo “una sorta di personaggio clinico sul quale punta i riflettori di una inchiesta socio-morale necessaria per capire il giovane uomo che sognava gli stadi esaltanti, che amò soggiogato dall’amore, che vive marchiato dalla vita” (L’Eco di Bergamo, 20.04.2009, p. 23). L’intreccio narrativo è filtrato attraverso la memoria del protagonista colto in due momenti fondamentali della sua esistenza: da ragazzo alla vigilia della partenza per Milano per un provino con una squadra nazionale; e da adulto che passeggia sui sentieri dell’Etna, presenza al tempo stesso mirabilmente maestosa e minacciosa, dopo l’ultima partita, in attesa di “mettersi fuori gioco, scomparendo nelle origini della propria esistenza” (Il Riformista, 29.05.2009, p. 19).
Il volume ha già fatto il suo primo scalo, lo scorso aprile, in territorio ibleo riscuotendo notevole successo. In tale occasione la presentazione, affidata alle cure di Carmelo Arezzo e Gino Carbonaro, nell’ambito dell’iniziativa culturale promossa ed organizzata dall’Associazione Teatro Club “Salvy D’Albergo”, si è tenuta presso l’auditorium “Giambattista Cartia“ della Camera di Commercio di Ragusa.
Le Giornate Europee del Patrimonio ci aiutano a riscoprire esperienze di vita vissuta
Il lavoro delle donne, la nostra storia
Le Giornate Europee del Patrimonio, promosse nel lontano 1991 dal Consiglio d’Europa, nascono per favorire il dialogo e lo scambio culturale in ambito continentale. “Italia: tesoro d’Europa” è lo slogan scelto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali per sottolineare l’importanza di tali iniziative attraverso una serie di appuntamenti programmati in ogni regione allo scopo di coinvolgere, con ogni tipologia di evento, tutti i cittadini e promuovere la fruizione dei beni architettonici, archivistici e museali.
E’ sulla scia di tali iniziative che anche quest’anno l’Archivio di Stato di Ragusa, sotto l’egida della direttrice, Anna Maria Iozzia, e dell’archivista Liliana Scribano, in sinergia con l’Associazione culturale “L’Isola” di Scicli, ha intrapreso un viaggio documentario attraverso una mostra avente per tema “Lavori al femminile: documenti, strumenti e manufatti” (Scicli dal 26 settembre al 31 ottobre).
Il percorso espositivo, arricchito da documenti e materiali di rilevanza storica e culturale, ha messo in rilievo non poche testimonianze dell’attività lavorativa delle donne con particolare riferimento al settore artigianale in epoche quando ancora lontana era la richiesta di pari opportunità.
“Si tratta di esperienze di vita vissuta raccolte nel territorio ibleo e che fanno non solo da supporto impalpabile all’impianto documentario” – spiega Giovanni Portelli, presidente dell'associazione – “ma costituiscono frammenti di storie che, sebbene filtrate da un’intensa emotività, aiutano a ricomporre il quadro storico e culturale dell’area geografica a cui è fatto riferimento”. In questo contesto, l’oggetto esposto acquista un particolare significato e valore che va oltre la sua materialità. “E in questo ci aiuta anche il materiale archivistico – ha precisato la dott.ssa Iozzia – “che documenta la storia della società in cui la donna è vissuta”.
Fanno parte integrante dell’esposizione anche fotografie d’epoca, riviste femminili e di moda, vari strumenti e, ovviamente, alcuni dei manufatti che hanno caratterizzato il tipico corredo delle donne e delle famiglie iblee.
Visite ed esami si potranno prenotare in farmacia
Con decreto legislativo del 2 ottobre scorso il Consiglio dei ministri ha stabilito l’individuazione di nuovi servizi a forte valenza socio-sanitaria che potranno essere erogati dalle farmacie pubbliche e private nell’ambito del Servizio sanitario nazionale.
Sono stati, pertanto, specificati nuovi compiti e servizi: partecipazione al servizio di assistenza domiciliare; collaborazione ai programmi di educazione sanitaria della popolazione; realizzazione o partecipazione a campagne di prevenzione di patologie a forte impatto sociale, anche effettuando analisi di laboratorio; prenotazione in farmacia di visite ed esami specialistici presso le strutture pubbliche e private convenzionate, compreso il pagamento dei relativi oneri ed il ritiro dei referti. Tutto ciò nel rispetto di quanto previsto dai Piani socio sanitari regionali e previa adesione del titolare della farmacia.
Il provvedimento, che stabilisce, tra l’altro, nuovi criteri per la definizione di farmacia rurale (cioè per quelle strutture ubicate in Comuni, frazioni o centri abitati con popolazione non superiore a 5.000 abitanti), risponde all’esigenza, largamente sentita da non pochi cittadini, di far erogare alle farmacie servizi di secondo livello coerenti con i percorsi diagnostici degli assistiti, anche al fine di consentire un maggiore snellimento dei servizi prestati dalle strutture sanitarie apportando semplificazione delle procedure nonché risparmio di tempo all’utenza.
Proprio nelle realtà rurali, in carenza delle strutture pubbliche, il cittadino trova nel farmacista il sanitario in grado di assicurargli senza ritardo non solo tutti i medicinali di cui ha necessità, ma anche gli eventuali interventi di prima assistenza.
Giuseppe Nativo