Perché scrivo

 

Sono moltissimi i motivi che dalla mente si affollano verso la mia penna a biro (non riesco a scrivere direttamente utilizzando la tastiera): alcuni nobili altri meno.

Non è facile rispondere a questa domanda senza "denudarsi".

Ho il dubbio di scrivere per protagonismo o esibizionismo, perché provo un godimento particolare quando ricevo riscontri positivi su quanto vado scrivendo. Forse è presente un certo livello di narcisismo: ma lo sto dichiarando solo perché è l'accusa che di solito chi non scrive lancia a noi che scriviamo e, dichiarandolo, voglio togliere forza a detta accusa? Può essere!

 Tra i motivi meno nobili del mio scrivere credo ci sia pure il tentativo di rivalsa nei confronti dei rimproveri del mio professore di italiano alle scuole superiori. So con certezza quando nacque questa voglia di scrivere. In un primo momento cominciai a scrivere, quando entrai nell'Accademia militare (1964). Mi preoccupò una persona che mi disse che nelle Accademie militari si adottavano sistemi educativi che utilizzavano le tecniche del lavaggio del cervello. Avrei constatato successivamente che quella persona era stata il primo dei cretini che avrei incontrato durante la mia vita (era un comunista antimiltarista). Per controllare se questo "lavaggio del cervello" veniva realizzato, settimanalmente, cominciai a commentare articoli di giornale, prevalentemente culturali, che poi a distanza di tempo, di solito ogni estate, rileggevo per verificare eventuali scostamenti nel mio modo di pensare. Per meglio valutare l'"evoluzione" del mio pensiero feci leggere i miei "pezzi" anche ad un mio amico.

     Altro momento fondamentale fu quando iniziai a "lavorare" sulla redazione della mia tesi di laurea con un professore "relatore" che si presentava ai nostri incontri ostentando il quotidiano "Unità" nella tasca della giacca, piegato in maniera tale che si potesse leggerne il titolo. Quel professore non riuscì a farmi emigrare verso le sue idee politiche, però mi fece nascere la voglia di testimoniare con determinazione le mie.

Fu una lotta senza quartiere: lui "tagliò" Gentile, Evola e Prezzolini ed io mi opposi, ma scoprii, i suoi Marx ed i suoi Lenin, con i quali pur tuttavia cominciai a convivere divenendone, per alcune cose, addirittura amico.

Poi avvertii l'utilità della scrittura perché, mi costringeva a riflettere ma anche ad essere ordinato favorendo la mia ansia di organicità. Mi accorsi che molto spesso era come se la mia scrittura si sviluppasse secondo altri itinerari perché, rileggendo miei vecchi scritti, sembrava che quanto avevo scritto mi superava, rivelandomi concetti e sentimenti diversi da quelli che mi riconoscevo ordinariamente: quasi come se non ne fossi l'autore. Ed allora lo scrivere divenne anche un fatto intimo ed un modo per raccogliere ed ordinare i miei pensieri.

Come residuo universitario mi è rimasto il desiderio di imbrigliare il sapere che con lo scrivere tento di ordinare secondo le regole dell'organicità, arricchendo ogni argomento con collegamenti e riferimenti dei domini culturali vicini.

 La mia è una scrittura sofferta, con lunghe riflessioni e gestazioni, molte bozze ed appunti presi nelle circostanze più varie ed incredibili; in macchina utilizzo un piccolo registratore per fissare quelle idee e spunti che in quel momento ritengo meritino di essere sviluppati.

Scrivo perché sono un presuntuoso; lo scrivo senza vergognarmi, perché sono convinto di incidere nella realtà in maniera efficace. Utilizzo il mio scrivere come un'arma contro la mediocrità politica e la disonestà intellettuale. Cerco lo scontro che considero la fonte del progresso contro la banalità della politica attuale. La mia presunzione è tale che ritengo di scrivere per il futuro. Quando si vorranno definire i profili culturali dei politici della mia città saranno costretti a citare quanto vado scrivendo.

Chi scrive non può nascondersi dietro aggettivi o sostantivi appropriati perché non ne esistono capaci di nascondere il modo di pensare di chi scrive.

Per scrivere di politica e politicanti mi aiuta moltissimo l'arrabbiarmi, il che avviene con grande facilità quando (cioè spesso) il politico ci inonda di frasi fatte, quando dimostra contraddizione tra pensiero ed azione tra dire e fare, quando è oggettivamente mediocre. Scrivo per non ripetere l'errore di alzare la voce così come mi accade, a volte, quando parlo con altri: sollevando una rissa dialettica. È vero però che anche quando scrivo mi altero e la penna nella grafia, a volte, riporta i segni della mia collera e delle mie "grida". Ma scrivendo non posso accavallare la mia voce a quella del mio interlocutore ed i pensieri si sviluppano più ordinati e, quindi, più efficaci.

Carmelo modica

 

Nel libretto "perchè si scrive" ho raccolto il "perché scrivo" di Gabriele Adinolfi, Francesco Mario Agnoli, Giovanni Bellina, Rino Cammilleri, Saro Jacopo Cascino, Franco Cilia, Fabio Coccetti, Alessandro De filippo, Daniela Di trapani, Natale Figura, Salvo Figura, Carmela Giannì, Carlo Lo Re, Loredana Modica, Giuseppe Nativo, Luciano Nicastro, Ulderico Nisticò, Silvia Ragusa, Romano Ricciotti e Marcello Veneziani.
Chi volesse leggerli può prelevarlo qui