Dialogo: 20 aprile 2009

 

                             IL FUTURO CHE STIAMO COSTRUENDO

 

In questi giorni, sicuramente sollecitati dall’atroce fine che è toccata al nostro piccolo concittadino, la cui vita è stata spezzata dalla furia assassina di un branco di cani, ci è capitato spesso di riflettere sul disgraziato Paese in cui viviamo.
La riflessione è poi sfociata nell’immaginazione ed abbiamo provato a pensare come, fra un secolo o più, sarà ricordata l’epoca in cui la sorte ci ha imposto di vivere. Per quanto il passato ci possa essere caro, sia per la nostra indole sia per la nostra formazione culturale, non siamo così ingenui da rivestirlo, sempre e comunque, coi panni della dolcezza e della maestosità.
Sappiamo bene che la storia non è scritta in bianco e nero, ma si dispiega in  molte sfumature che non consentono, assai spesso, di discernere con chiarezza gli eventi positivi da quelli negativi. Tuttavia, ogni epoca, anche quella che guardata con superficialità potrebbe sembrare oscura (è la sorte toccata per tanto tempo al Medioevo, per esempio, a causa della faziosa interpretazione di stampo illuministico, oggi per fortuna superata) ha quasi sempre dato, comunque, il suo contributo alla crescita civile e culturale dell’Italia e dell’Occidente.
Basti per tutte, il cosiddetto “secolo di ferro”: la grave crisi economica, l’Inquisizione, la guerra dei Trent’anni, non possono cancellare il fatto che sarà ricordato come il secolo di Galilei, Newton e Cartesio.
Ci siamo chiesti come sarà ricordato questo tempo in cui viviamo!
Che cosa stiamo lasciando, in termini di civiltà ed eticità, alle generazioni che verranno: probabilmente, soltanto un cumulo di macerie!
Ci hanno sempre dipinti come un popolo di poeti, santi e navigatori.
Un popolo non lo siamo più da un pezzo, da quando l’internazionalismo social-comunista, l’americanizzazione della nostra società, e, in parte,  l’ecumenismo post-conciliare ci hanno privato del nostro Ethos e per questo fatichiamo a riconoscerci in quei valori comuni che ci rendevano una nazione: abbiamo riposto nell’oblio la civiltà  greco-latina  e la tradizione ebraico-cristiana, che hanno plasmato le nostre coscienze e forgiato il nostro carattere.
Per quanto riguarda i santi, i poeti e navigatori da molto tempo hanno lasciato il posto agli ipocriti e ai ladri. E’ di questi giorni la notizia di alcuni noti primari palermitani, che, in quanto medici, avrebbero dovuto  essere d’esempio per umanità, correttezza e deontologia, e invece, a quanto pare, stavano in combutta con affaristi senza scrupoli per intascare denaro, che oggi, in gran parte dell’ambiente medico, conta mille volte  più della serenità e della salute dei pazienti.
Forse è proprio così che sarà ricordata l’Italia del nostro tempo: un Paese di ladri!
La perdita della nostra identità ci ha defraudato persino di una fra le più elementari attività intellettive, che è quella di saper distinguere il carnefice dalla vittima.
Viviamo in un Paese sempre pronto a giustificare il delinquente e a rendere impossibile la vita a chi alla violenza e all’arroganza dei criminali non intende arrendersi.
 Stiamo costruendo altari alla scienza ma li stiamo edificando sulle ceneri dell’Umanesimo, ed è per questo che veneriamo falsi idoli, come gli animali – che vanno amati, non adorati – e come ogni idolatria, anche questa, offusca le menti, a tal punto che ci poniamo dei problemi ad abbattere dei cani che hanno fatto a brandelli un essere umano, un bambino di soli dieci anni, e distrutto la vita di un’intera famiglia.
Siamo un popolo di alienati, e lo dimostra il fatto che alcuni imprenditori del Nord si sono resi disponibili ad adottare alcuni cani randagi che scorazzano nella nostra provincia.
Al di là della demagogia e della inutilità del fatto – 14 cani su un totale di 4000 randagi -
la scelta  potrebbe essere anche lodevole se questa adozione fosse stata preceduta da un’altra ben più importante e significativa: quella dei bambini, di quelle creature senza colpa che in tante parti del mondo se hanno la fortuna di vedere l’alba non è detto che nello stesso giorno  abbiano anche quella di assistere al tramonto, perché non hanno né cibo né acqua, per colpa di quella parte opulenta del mondo, che magari garantisce ai cani, ogni giorno, cibi sani e succulenti.
Pratichiamo il furto, l’idolatria e come se non bastasse sguazziamo nella cafonaggine: milioni di nostri connazionali guardano, con volgare voracità, le scene melense e triviali delle fattorie, delle isole di idioti più o meno famosi e dei grandi fratelli. Noi non siamo più una nazione, siamo un’accozzaglia di individui che vaga senza meta nel deserto, alla ricerca di un falso profeta – uno qualunque – purché ci dia una ragione per stare al mondo.
Abbiamo perso il senso della sacralità della parola e viviamo nelle chiacchiere; abbiamo smarrito la capacità di parlare alla nostra coscienza e ci tuffiamo sempre più inebetiti nel frastuono quotidiano.
Non sappiamo più apprezzare l’importanza del silenzio che soffochiamo persino nei momenti in cui dovrebbe scandire il tempo della sofferenza e del raccoglimento. E’ per questo motivo che da tempo, alla vista di una bara, non sappiamo resistere al volgare e stupido vezzo di battere le mani.
Stupido, perché applaudire vuol dire essere favorevole e compiacente, e quindi, nella fattispecie, si tratta di un atteggiamento quanto meno paradossale.
Volgare, perché si tratta comunque di un fenomeno chiassoso che turba la mestizia di un avvenimento  triste.
Nemmeno al piccolo Giuseppe Brafa è stata risparmiata questa sguaiata e inutile sceneggiata.

 

 

     La Pagina: 28 aprile 2009                        

 

                                    L’ASSOLUTO E IL RELATIVO

 

Le critiche rivolte dal signor Iozzia al mio articolo “Il buonismo e il garantismo”, pubblicato su La Pagina del 28 marzo, mi offrono  la possibilità di poter tornare – per la seconda e ultima volta, naturalmente -  sull’argomento che ha fatto inorridire il gentile lettore, il quale, contesta le mie affermazioni in modo garbato ma deciso.
Con altrettanta cortesia e fermezza,devo innanzitutto fare osservare che le obiezioni del lettore sono l’ulteriore prova che in questo Paese, come diceva Montanelli, non è possibile andare controcorrente. La cultura socialcomunista, animalista, ambientalista – e chi più ne ha più ne metta -
ha ormai tracciato le coordinate entro le quali deve nascere e svilupparsi il conformismo intellettuale, e guai ad oltrepassarne i confini, ché altrimenti – come ci ricorda il signor Iozzia – si rischia di tornare ai tempi di Hitler e Mussolini.
Anche questa citazione, ad esempio, costituisce l’ennesima prova di come siamo diventati vittime di tale conformismo e si finisca per pensare come altri hanno  stabilito che dobbiamo pensare: il lettore, infatti, associa impropriamente Hitler a Mussolini, e dimentica Stalin, che ha sulla coscienza quanto meno il triplo dei morti provocati dal tiranno tedesco e che in materia di intolleranza non fu secondo a nessuno.
Per quanto riguarda l’accoglienza riservata agli emigranti italiani, non posso che invitare  il lettore  a documentarsi su come venivano trattati i nostri connazionali quando, all’inizio del secolo scorso, con le loro valigie di cartone, approdavano sulle banchine del porto di New York o come venivano accolti e trattati, nel secondo dopoguerra, nelle miniere del Belgio e nelle fabbriche tedesche. Ciò, naturalmente, non significa che adesso dobbiamo riservare lo stesso trattamento ai disperati che arrivano da noi, ma evitiamo però di dare ad altri popoli, che ci umiliarono e maltrattarono, patenti di accoglienza e tolleranza che furono ben lungi dal possedere.
Vorrei, poi, tranquillizzare il signor Iozzia circa il mio essere informato sui giovani che il sabato sera frequentano le nostre piazze, visto che in gran parte sono gli stessi che al mattino, per motivi di lavoro, frequento io,  che da oltre vent’anni conosco il mondo giovanile e le problematiche che gli sono connesse.
E veniamo ad uno dei motivi che maggiormente hanno infastidito il nostro lettore: il problema degli immigrati. Per quanto riguarda la questione religiosa, che non ho inventato io, tanto è vero che si parla di “martiri del XX secolo”, sono ancora tanti coloro che vengono massacrati nei paesi musulmani. Io non ho mai invocato l’ “ occhio per occhio, dente per dente”, così come non ho mai pensato e scritto che occorre impedire loro di professare liberamente il loro credo. La mia provocatoria proposta di non costruire più moschee, voleva porre in primo piano una questione sulla quale il conformismo intellettuale ci impedisce di riflettere: occorre avere il coraggio di distinguere la tolleranza dall’imbecillità, l’accoglienza dalla debolezza.
Ancora una volta, come ho già detto, ho l’impressione che dietro il buonismo si celi un becero egoismo!
In un Paese come il nostro, che seleziona persino i morti, decidendo quali sono quelli di serie A e quali quelli di serie B, e che non si fa scrupoli persino di sfruttarli per meri fini ideologici, quale importanza “politica” possono avere dei missionari trucidati in terra islamica! Un Paese che volesse difenderli – non potendo farlo né con le armi né proibendo agli immigrati la libertà di culto: su questo siamo certamente d’accordo – a quali mezzi dovrebbe  ricorrere? A quali, se non a quelli della fermezza e della dignità? Costruire loro le moschee, affinché possano pregarvi in modo sereno e confortevole, mentre i cattolici vengono uccisi, non è sinonimo di tolleranza, è assenza di dignità ed è  menefreghismo verso i nostri connazionali. Non sto invocando alcuna guerra santa ma soltanto una forte e decisa azione diplomatica. E se, per farci ascoltare, fosse necessario non costruire più moschee nel nostro Paese, si abbia il coraggio di farlo! Se tale politica fosse stata fatta, oggi non assisteremmo a certe situazioni che ci fanno diventare lo zimbello del mondo: si pensi a certi magistrati che decidono di togliere i crocifissi dai muri per non urtare la suscettibilità dei musulmani. Accogliere gli immigrati mi sta bene. Sottometterci, a casa nostra, alle loro leggi e alle loro credenze mi sembra inaccettabile.
Il grande equivoco che non ci permette di uscire da ciò che Kant definiva “lo stato di minorità intellettuale” è quello di avere elevato la tolleranza e la non violenza a valori assoluti. E’ per tale motivo che nel mio articolo ho toccato dei temi che ad una lettura superficiale – mi si perdoni la franchezza – sembravano non avere nulla in comune con storia del piccolo Giuseppe; e comunque, in ogni caso, tale storia non era affatto il tema centrale dell’articolo.
La violenza non piace nemmeno a me, caro Iozzia, ma senza questa, per fare un esempio, l’Italia sarebbe ancora occupata dalle truppe sabaude e da quelle borboniche, il sole dell’impero farebbe ancora capolino dietro i colli fatali di Roma e i berlinesi dell’ovest sarebbero ancora divisi da quelli dell’est. E mettiamo che un padre, per puro caso, venga a trovarsi in un posto appartato dove qualcuno gli sta violentando la figlia: nell’attesa delle forze dell’ordine, quel padre sarà o no costretto ad essere intollerante e violento? Sono certo che tutti riconosceremmo a quel padre il diritto a difendere la figlia. E pertanto tale diritto va riconosciuto a tutti i padri che dovrebbero malauguratamente trovarsi in quella situazione.
E perché se in quel caso nessuno si scandalizzerebbe della violenza paterna, dovremmo invece scandalizzarci di quella messa in atto da un negoziante che non vuol vedersi portare via ciò che ha costruito in  anni di duro lavoro? E perché dovremmo scandalizzarci di un poliziotto che spara e cerca di portare a casa la pelle prima che qualcuno gli fracassi il cranio con un estintore?
Devo ripetermi: “ E’ facile fare i buoni quando le vittime nemmeno le conosci, un po’ meno quando ti appartengono”
Nessuno vuole che l’Italia diventi un paese di intolleranti e violenti. Ho semplicemente voluto porre all’attenzione un fatto che io ritengo gravissimo e cioè che questo nostro Paese non riesce più a difendere il nostro diritto alla vita - la nostra e quella dei nostri cari -  alla proprietà (quella costruita col sudore della fronte) e persino alla nostra identità nazionale. Mi si provi a spiegare se liberare, grazie a mille cavilli giuridici, l’autore di un’estorsione, dopo quarantott’ore  di galera, e dunque metterlo in condizione di potersi vendicare di colui che due giorni prima ha avuto il coraggio di denunciarlo, vuol dire proteggere il cittadino. Mi si provi a spiegare che difesa è mai questa!
  Quando uno Stato non è in grado di difendere i cittadini, e in molti casi quello italiano non lo è, cosa rimane ad un cittadino se non la legittima difesa?    
E nella legittima difesa non c’è violenza? Sono problematiche dalle mille sfaccettature e non possono essere liquidate con un frettoloso giudizio di condanna o di assoluzione.
La non violenza e la tolleranza sono, anche per scrive, valori di grandissimo spessore, ma non possono essere assolutizzati,  anche perché scaturiscono dalla coscienza umana e pertanto da ciò che è  per sua natura relativo.