LA CITTA’- AZIENDA, CECCHI PAONE E LA DISCONTINUITA’
Come i nostri Lettori certamente sanno, più di una
volta abbiamo espresso il nostro rammarico per la discontinuità nei confronti
dell’Amministrazione Torchi sempre annunciata dall’Amministrazione Buscema e mai
concretamente realizzata. L’unica, che abbiamo sempre lealmente riconosciuto, è
quella fra l’ex sindaco e l’attuale. L’ex, infatti, è un uomo dotato di discrete
doti amministrative che ha però utilizzato nel peggiore dei modi; è sicuramente
il principale responsabile del dissesto finanziario di Modica, ed è colui che ha
cercato di realizzare un progetto disastroso, quello di voler dare il volto di
una metropoli ad una piccola città di provincia, danneggiando, speriamo in modo
non irreparabile, l’equilibrio socio-economico e culturale di Modica.
L’attuale è una persona che stimiamo per le sue doti di onestà e correttezza e
per il fatto che, al contrario del suo predecessore, non pratica l’arte
pericolosa della retorica. Per governare la città, tuttavia, come tutti sanno, è
dovuto scendere a patti con Riccardo Minardo e ritrovarsi in Giunta uomini
legati al parlamentare regionale. Il dato più inquietante di questo ibrido
connubio è sicuramente di ordine culturale: uomo di sincera formazione
cattolica, Buscema si trova a dover gestire la cosa pubblica con chi finora del
Cattolicesimo, almeno pubblicamente, ha colto soltanto gli aspetti più
superficiali e folcloristici, e che non ci pare abbia mai dato al suo modo di
fare politica una connotazione autenticamente cristiana.
Ciò impedisce al sindaco di trarre fuori la città dal dissesto in cui è stata
condotta dalla precedente Amministrazione, dissesto che non è soltanto
finanziario ma soprattutto spirituale. Modica, infatti, è ormai una città
senz’anima, che ha dimenticato l’altruismo e la solidarietà.
La città è stata ed è protagonista di un cambiamento epocale: assistiamo infatti
ad una lenta ma costante affermazione di una mentalità politeistica che sta
annientando la sua storia e la sua tradizione, una mentalità che si esplicita
nella venerazione di nuove divinità, che si chiamano denaro, affari, arrivismo,
apparenza, superficialità, menefreghismo, arroganza e maleducazione.
Per tale motivo, non riusciamo a vedere nulla di positivo nel fatto che Stefano
Giaquinta, “account director”, per l’Italia e il Centro Mediterraneo, della
Starwood Hotels &Resort, sia stato scelto come consulente del sindaco per il
settore turistico. Sappiamo che si tratta di un giovane preparato, e difatti la
nostra critica non riguarda in alcun modo la sua persona, ma il fatto che,
ancora una volta, il turismo sembra essere l’unica preoccupazione di coloro che
si alternano al governo della città, e soprattutto ciò che Giaquinta ha
dichiarato, ovvero che occorre interpretare la città come un’azienda.
Comprendiamo, naturalmente, che si tratta di una persona dalla mentalità
manageriale, e che pertanto il termine azienda fa parte del suo lessico, ma a
noi, sentir parlare di Stato-Azienda o Città-Azienda, fa ancora accapponare la
pelle.
Noi ci rifiutiamo di diventare insignificanti e anonimi ingranaggi di un sistema
che ha come unico obiettivo i quattrini e non rinunceremo mai all’idea di una
città che metta al centro la persona e non gli affari. Una città attenta ai
bisogni e alle necessità di tutte le categorie sociali: una città che si
preoccupi degli anziani, perché siano finalmente ascoltati, rispettati e non
abbandonati; degli uomini e delle donne, affinché abbiano un lavoro stabile e
sicuro, una città che li aiuti a riscoprire la dimensione etica e non
contrattualistica della famiglia; dei giovani perché possano trovare nella
comunità in cui vivono valori di alta moralità e sani modelli comportamentali;
dei bambini, affinché siano educati alla legalità, al rispetto e alla
tolleranza.
La città-azienda evoca invece le nuove divinità che abbiamo prima elencato:
una tetra e funesta corte divina assisa attorno al trono su cui siede la somma
divinità, quella che Cristo, giustamente, indicò come il supremo nemico di Dio.
Dopo gli anni della finanza allegra, del proliferare di banche e centri
commerciali, insomma dopo l’ubriacatura morale dovuta al dilagare della
mentalità aziendalistica portata avanti dalla Giunta Torchi, ci aspettavamo che
la città fosse ripensata in termini diversi, ed invece ci viene riproposto
quello stesso modello che ha inferto a Modica delle ferite che difficilmente si
potranno rimarginare.
Sarebbe questa la discontinuità fra le due Amministrazioni?
E non è finita! Il conduttore televisivo Alessandro Cecchi Paone, che tra
l’altro non è mai stato a Modica, è in procinto di diventare portavoce degli
eventi culturali e turistici della nostra città.
Non c’è che dire, un bel “testimonial” per Modica: l’uomo che si è illuso di
essere Piero Angela; colui che si è autoconferito la patente di giornalista
scientifico sol perché cercava di imitare il grande divulgatore che da anni,
sulla Rai, è il punto di riferimento di coloro che vogliono assistere a
programmi intelligenti e di elevato livello culturale; l’uomo che partecipa ai
programmi-spazzatura,
dov’è spesso protagonista di furibonde litigate.
Un’altra perla, dunque, si aggiunge alle tante che già ci rappresentano,
culturalmente e politicamente! D’altronde, in una città come la nostra, dove
tutti si autoconferiscono titoli, non poteva mancare il giornalista che si è
attribuito quello di divulgatore scientifico. Insomma la città sarà
rappresentata da una persona che non ci sembra molto dotata dal punto di vista
culturale e che troppo spesso manifesta delle cadute di stile.
Giaquinta, persona che ci è simpatica e che stimiamo, e Cecchi Paone, che ci è
antipatico e non stimiamo affatto, rappresentano due mondi - quello che mette
al primo posto l’economia e quello che venera l’apparenza e la superficialità -
di cui Modica, non ha certamente bisogno, visto che sta vivendo, probabilmente,
il periodo di maggior degrado, materiale e spirituale, della sua storia
millenaria. Evitare tutto questo sarebbe stato un autentico segno di
discontinuità nei confronti della precedente Amministrazione: se non si ha il
coraggio di fare scelte coraggiose che siano segno di vera rottura col passato,
la conclamata discontinuità rischia di rimanere confinata, per sempre, nella
dimensione del mito!
MODICA: LA FORTEZZA DELLE MOSTRUOSITA’
Da un
po’ di anni, Modica somiglia sempre più ad un ammalato in gravi condizioni, al
cui capezzale si alternano medici che non concordano né sulla diagnosi né sulla
terapia. Mentre questi “insigni luminari” litigano sulle cure da somministrare,
il paziente si aggrava ogni giorno di più e difatti possiamo ormai considerarlo
in coma: non ci resta che sperare che non sia irreversibile!
La drammaticità della situazione dipende dal fatto che i parenti dell’ammalato –
ovvero i modicani - non si rendono conto che il paziente è stato affidato alle
cure di medici generici che non hanno le necessarie competenze per guarirlo.
Sarebbe necessario, invece, un consulto tra un vero luminare della neurologia e
un altrettanto autentico genio della psichiatria, affinché insieme possano
provare a trarre l’ammalato fuori dalle secche della confusione mentale in cui è
precipitato.
Fuor di metafora: la classe politica modicana, a qualunque schieramento
appartenga, è in grado di gestire l’ordinario, e non sempre lo fa nel migliore
dei modi; può occuparsi di rifiuti, illuminazione pubblica, manutenzioni varie,
ma non sembra avere le carte in regola per confrontarsi con progetti di ampio
respiro, per guardare oltre il ristretto orizzonte dei piccoli eventi quotidiani
e soprattutto per effettuare un’analisi accurata e profonda della realtà che è
chiamata ad amministrare, affinché sugli esiti di questa disamina possa
programmare il futuro della città.
Al contrario, si continua a navigare a vista, senza una rotta chiara e definita,
smarriti in una nebbia che non consentirà di avvistare in tempo utile l’iceberg
che ci porterà alla deriva.
Noi non crediamo che la città possa uscire dalle sabbie mobili in cui è caduta,
finché l’effetto sarà scambiato per la causa: non vogliamo certo negare o
sottovalutare i tanti problemi che affliggono la città, dalla mancanza di
liquidità nelle casse comunali alla difficile situazione dei lavoratori precari,
dalle strade ormai impercorribili alla viabilità da terzo mondo, ma è bene
rendersi conto che tutto ciò è la conseguenza della miopia politica di coloro
che hanno governato la città e di coloro che la governano.
Non si può amministrare una città in maniera seria ed efficace senza avere una
visione chiara delle sue dinamiche sociali, delle sue risorse, della sua
vocazione economica e delle sue connotazioni storiche e culturali. Ci rendiamo
conto che non è facile chiedere tutto questo ad amministratori che hanno una
concezione logora e assai modesta della politica: quella che si
preoccupa esclusivamente del fare e mai del progettare, e, soprattutto, siamo
consapevoli di quanto sia arduo domandarlo a consiglieri comunali che, in taluni
casi, non hanno un adeguato bagaglio culturale che consenta loro di compiere
un’operazione del genere. Non si dimentichi che in un recente passato, e forse
anche oggi, il consiglio comunale è stato il rifugio di molti disoccupati –
senza arte né parte – che hanno trovato nella politica una “buona sistemazione”.
La conferma di questa mancata analisi e di una conseguente e seria progettualità
è data dalla passata amministrazione Torchi, che ha snaturato le sembianze di
questa città. Occorreva puntare sulla zootecnia e sull’agricoltura – che invece,
come tutti sappiamo, stanno vivendo momenti di gravissime difficoltà - – visto
che da sempre sono stati un punto fermo della nostra economia; sarebbe stato
necessario intervenire con processi di ammodernamento, trovare risorse, ottenere
tutti i finanziamenti necessari per farne il volano del tessuto economico
modicano, con la certezza che tutto ciò avrebbe avuto un positivo riverbero sul
problema occupazionale.
Bisognava puntare sull’artigianato, e invece anch’esso, oggi, vive una
situazione di grave precarietà, strutturale e infrastrutturale.
E’ stato giusto collocare le aziende più grandi in contrada Michelica, ma nel
contempo bisognava favorire la rinascita delle botteghe nel centro storico, che
avrebbe certamente determinato delle ricadute virtuose sull’occupazione e sul
turismo. Occorreva, insomma, trovare gli strumenti e i modi per salvaguardare i
tradizionali settori della nostra economia, favorendone, naturalmente, la
necessaria modernizzazione. Con l’amministrazione Torchi, invece, è stato dato
un impulso irrefrenabile allo sviluppo commerciale della città.
E’ vero che il polo commerciale non è nato con Torchi, ma è sicuro che negli
anni della sua amministrazione ha subito un’espansione senza precedenti. Ciò ha
determinato il proliferare di banche e ipermercati, e con questi rapine e
fenomeni delinquenziali da sempre estranei alla nostra città e coi quali adesso,
invece, siamo purtroppo costretti a convivere. L’espansione del polo
commerciale, poi, ha contribuito a rendere ancora più infernale il traffico
cittadino.
Il risultato di questa politica dissennata è che ci ritroviamo a vivere in una
cittadina di provincia con un giro di affari e un traffico degni di una
metropoli: era inevitabile che avremmo pagato le conseguenze di uno squilibrio
socio-economico devastante!
Adesso ci si mette pure l’amministrazione Buscema. Nell’aprile 2011 sulla strada
che collega Modica ad Ispica, appena fuori città, su un’area di 68.000 metri
quadrati, al posto delle querce e dei carrubi, sorgerà un altro mostro: un nuovo
centro commerciale, “La Fortezza”, che intaserà ulteriormente il traffico e che
farà felici i tanti alienati che vi trascorreranno delle ore portandosi
appresso anche i figli, così potranno illudersi di essere in quel parco che la
città non possiede: quel parco sempre promesso e mai realizzato. D’altronde, che
importanza volete che abbiano il relax e la salute dei modicani dinanzi agli
affari e ai quattrini!
Nascerà un nuovo mostro, dunque, per continuare a fare di Modica una città
senz’anima, senza storia e senza passato, e defraudata, pertanto, anche del suo
futuro!
IL BOZZOLO E IL PATERNALISMO
Le considerazioni espresse da Luisa Montù nel suo
articolo, pubblicato accanto al mio sull’ultimo numero de “La Pagina”, mi
inducono a fare delle precisazioni. Non posso riconoscermi, infatti, in quella
visione di Modica che la Montù, anche se con la sua consueta e amichevole
cordialità, mi attribuisce: probabilmente non ho espresso con chiarezza le mie
opinioni, e pertanto mi riprometto di farlo adesso, sperando di riuscirci.
Luisa Montù ritiene che io vorrei che Modica restasse “un piccolo centro
agrario, chiuso in un bozzolo, in cui una gestione paternalistica
dell’amministrazione indicasse ai cittadini la strada da percorrere sul piano
etico e culturale”. Non si tratta ovviamente di questo!
Ciò io non lo auspico né sul piano teorico né su quello pratico, intendendo con
quest’ultimo termine la realtà politica locale. La mia disistima, espressa
innumerevoli volte su questo e su altri giornali, per l’amministrazione Torchi e
per quella attuale – anche se per motivazioni diverse – poco si potrebbe
conciliare con l’attribuire all’ex sindaco, ai suoi assessori e a taluni
assessori dell’attuale giunta – per non dire dei tanti consiglieri comunali
politicamente incapaci e assai spesso culturalmente deboli – le doti e le
qualità per indirizzare eticamente e culturalmente i loro concittadini.
Figuriamoci!
Quando affermo che un’amministrazione locale dovrebbe – tra le altre cose da me
elencate nel mio articolo – aiutare gli adulti a riscoprire la dimensione etica
e non contrattualistica della famiglia, intendo dire che coloro che governano la
città avrebbero il dovere di fare delle scelte politiche
atte non a distruggere il passato, perché sulle rovine nulla si può costruire,
ma a preservarlo, perché solo in tal modo si può costruire un futuro armonioso e
positivo.
Io rivendico, semplicemente, il mio diritto di cittadino di chiedere ai politici
di non spazzare via la cultura e le tradizioni di questa città: soltanto
custodendone i valori, i cittadini di una “polis” possono ritrovare ciò che li
unisce, e solo l’unità può garantire l’attenzione per le categorie sociali più
deboli, e conservare quegli ideali che non devono mai passare di moda: il
rispetto per gli anziani, il lavoro per i giovani e la sacralità della
famiglia.(Sacralità intesa ovviamente nel suo significato etimologico: ciò che è
intoccabile).
Come sosteneva Hegel, la famiglia non può non avere una valenza etica. Basandosi
sulla spiritualità dei sentimenti e sulla naturalità del sesso, essa non può
essere ridotta ad un fatto meramente contrattualistico.
E’ ovvio che il turismo è importante per Modica, ma se questo, insieme al
commercio, diventa la stella polare della città lo sviluppo di quest’ultima
diventa fittizio: è come l’evangelica casa costruita sulla sabbia e non sulla
roccia.
In quest’ultimo decennio si è creato, a Modica, uno squilibrio socio-economico
che non potrà produrre nulla di buono. Come ho più volte scritto su questo
giornale, e più recentemente su “Dialogo”, una cittadina di provincia non può
avere un giro di affari di una metropoli. E mi fa piacere constatare di non
essere l’unico a pensarla così: su “Il Giornale di Sicilia” del 20 aprile,
infatti, a proposito dell’inchiesta sul presunto riciclaggio di denaro e sulle
presunte tangenti, che ha coinvolto noti politici locali e vari imprenditori,
Gaetano Criscenti, referente del circolo cittadino dell’ Italia dei Valori,
afferma: “ Quello che, comunque, nessuno finora ha colto è l’enormità, per una
città delle dimensioni di Modica, delle cifre in gioco: 14 milioni di euro
accertati”.
Come ho recentemente osservato, occorreva valorizzare l’agricoltura, la
zootecnia e l’artigianato, ovvero le tradizionali risorse economiche di questa
terra. Si è invece puntato esclusivamente sul turismo e soprattutto sul
commercio, creando un polo commerciale - spropositato in rapporto alla realtà
locale - che dal mio punto di vista ha arrecato solo danni alla città, in
termini di viabilità e creando, in una cittadina di 60 mila abitanti, una tale
circolazione di denaro che non ritengo sia estranea ai tanti fenomeni
delinquenziali (furti, rapine) che le erano estranei.
E che dire della stupenda campagna modicana mortificata e devastata da una
selvaggia e costante cementificazione. Se voler chiudere Modica in un bozzolo
vuol dire preservarla – anche se ormai mi sembra davvero troppo tardi – da
queste scelleratezze, allora l’amica Luisa ha bene interpretato il mio pensiero!
Nessuno vuole sminuire l’importanza delle attività commerciali e del turismo, ma
nello stesso tempo mi pare che non si possa negare che il loro sviluppo, a
Modica, somiglia tanto a quello caotico che ha caratterizzato la nascita e
l’espansione della zona nuova della città, e non è col caos che si può costruire
uno sviluppo sano e rispettoso delle esigenze di tutti e non soltanto dei soliti
furbi.
Per quel che riguarda lo Stato, invece – come la Montù sa bene, conoscendo le
mie idee politiche – sono convinto che una sua dimensione etica non potrebbe che
giovare a questo nostro Paese offeso da un governo che vuole imbavagliare i
magistrati e da una parte della magistratura che usa i suoi poteri per fini
squisitamente politici; degradato da ladri e da condannati per reati di mafia
che impunemente siedono in parlamento; vilipeso da una classe politica sempre
più affollata di avvisati, indagati e condannati.
Ma la questione dell’eticità dello Stato è talmente ampia e complessa che
meriterebbe ben altro spazio e non certo le poche righe che, in questa sede,
potrei ormai dedicarle.