LA CITTA’ VIRTUALE

              

               “Modica è cambiata”: e intanto il Tribunale condanna il Comune,

                 un quartiere sta crollando e le pazze cartelle esattoriali imperversano

 

Le autocitazioni, lo sappiamo, sono poco eleganti, ma talvolta sono talmente necessarie che non si può fare a meno di ricorrervi. Poco tempo fa scrivemmo di un dubbio che ci assillava, e cioè se Torchi fosse il Sindaco di Modica come realmente è, o di Modica come egli immagina che sia: la tradizionale conferenza stampa di fine anno ha definitivamente dissipato tale dubbio. La nebbia dell’incertezza si è diradata: il nostro Sindaco amministra una città virtuale. Abbiamo recentemente elencato, in un nostro articolo, le innumerevoli inefficienze della sua Amministrazione e gli enormi guasti che essa ha prodotto in questi anni. Com’è suo costume, il nostro Sindaco non replica e preferisce ignorare le critiche che da più parti gli vengono mosse. Il motivo del suo silenzio possiamo solo intuirlo e comunque non ci interessa: non è a noi che deve rispondere, ma alla città, quella vera, ovviamente, e non quella immaginaria. Impermeabile alle critiche, dunque, e tacendo le innumerevoli carenze della sua gestione, Torchi si è abbandonato alla consueta, stucchevole autocelebrazione ed ha lanciato il solito e insignificante slogan “Modica è cambiata”. Come i pastorelli di Fatima, ai quali soltanto era consentito vedere la Santa Vergine, mentre la folla poteva solo immaginare ciò che essi vedevano, così il nostro Sindaco, ma solo lui, può guardare le meraviglie compiute dalla sua Amministrazione, mentre noi, comuni mortali, dovremmo credergli sulla parola, non avendo il dono di queste soavi visioni. Nell’attesa che il Sindaco spieghi, non a noi ma alla città, l’arcano significato di questo stupefacente cambiamento, ci pare doveroso ricordare ai nostri concittadini che il Comune di Modica – sulla cui poltrona più alta è seduto lui, Piero Torchi Lucifora, che pertanto ne è il primo responsabile, nel bene e nel male – sotto la sua gestione è rimasto un carrozzone fatiscente dove non funziona quasi nulla. Come sottolineava Carmelo Modica, basta chiedere la visione di un fascicolo dell’archivio: “ Un fascicolo qualsiasi ed allora si potrà constatare il livello allucinante di arretratezza operativa, lo sperpero di denaro pubblico e la totale assenza di ogni analisi e controllo della spesa”. Intanto, le modalità utilizzate per il calcolo dell’ICI stanno facendo impazzire i cittadini, provocando disagi non indifferenti, dall’eccessivo carico fiscale, dovuto al pagamento di interessi spropositati, all’invio di doppie cartelle esattoriali, a tal punto che i commercialisti modicani hanno dovuto chiedere a questa Amministrazione che opera meraviglie di invitare il civico consesso – che ormai, per i continui cambi di casacca dei consiglieri, potremmo definire una sorta di laboratorio politico – a riapprovare il regolamento, opportunamente modificato. Riguardo a tale grave disfunzione, è da registrare, altresì, la dura presa di posizione della CGIL, che rileva, tra le altre cose, l’inadeguatezza del Comune a gestire quanto sta accadendo; non è infatti possibile che un esiguo numero di impiegati possa affrontare le giuste proteste e risolvere i casi di migliaia di persone. Ma il nostro Sindaco sembra non accorgersi di queste gravi inefficienze dovute alla sua cattiva Amministrazione, e, riferendosi alla crescita del commercio in città, ha dichiarato: “ Questa è la risposta più importante e coerente a quanti si ostinano a non voler ammettere una crescita, senza precedenti, della città”. A riprova della sua unilaterale concezione della politica: la città cresce se gli affari vanno bene. Ciò che maggiormente ci preoccupa è il fatto che tanti modicani non si rendono conto di quanto danno ha fatto e potrà ancora fare alla città, dal punto di vista umano, sociale e culturale, un’Amministrazione che misura lo sviluppo della città che amministra soltanto sulla base della quantità di denaro che vi circola. Visto che il Sindaco tesse le lodi di se stesso e della sua maggioranza, riteniamo opportuno, così, per par condicio, rinfrescare le idee ai nostri concittadini, ricordando loro che, mentre governava questa eccelsa Amministrazione, il Comune da essa guidato rilasciava concessioni per costruire un kartodromo in contrada Zimmardo e un impianto di biomassa in contrada Cava Giarrusso, che, se realizzati, avrebbero deturpato in maniera indelebile delle zone sottoposte a vincoli ambientali e paesaggistici: per tali fatti, alcuni funzionari del Comune - quello stesso guidato da Torchi - sono imputati nel processo davanti al Collegio Penale del Tribunale di Modica: ciò non significa, naturalmente, che essi siano colpevoli. Non siamo noi che dobbiamo emettere sentenze; tuttavia, il fatto che le concessioni siano state date non depone certo a favore di questa Amministrazione, e cantarne le lodi appare pertanto fuori luogo. L’apologia effettuata da Torchi risulta invece paradossale alla luce della recente sentenza del Giudice del Lavoro che ha condannato il Comune – sempre quello, quello guidato da Torchi -  ritenendolo colpevole nella vertenza che lo ha visto contrapposto ad una propria dipendente, Vincenza Garrafa, la quale era stata ingiustamente trasferita, dal dirigente del sesto settore, con un comportamento che il giudice ha ritenuto“deliberatamente vessatorio, tollerato dal segretario generale e dall’assessore al Personale, che non solo non fecero alcunché per porre termine alle gravi denunce, ma assecondarono le richieste del dirigente, avallandone le incongrue decisioni, e disponendo il trasferimento << punitivo>> della dipendente”. Ricordiamo che la vittima di tale sopruso fu allontanata dal suo ufficio e relegata ad oziare in un monolocale per essere infine trasferita ad altro settore. La Garrafa sarà pertanto risarcita e reintegrata nelle sue funzioni. Se il nostro Sindaco, in questi anni, avesse evitato di sprecare il suo tempo per l’autoincensamento e per promuovere questo fantomatico e misterioso cambiamento della città; se si fosse occupato di far funzionare sul serio quell’enorme pachiderma che è la struttura burocratica del suo Comune; se non avesse sperperato energie per inaugurare rotonde e piccoli, insignificanti parcogiochi – che ha l’ardire di definire bambinopoli – se si fosse occupato, infine, di controllare il comportamento e l’efficienza dei suoi funzionari e dei suoi dirigenti, forse avrebbe potuto evitare ai suoi concittadini di ammattire tra le cartelle esattoriali, d’impazzire nell’infernale bolgia del traffico cittadino e  soprattutto che si potessero verificare episodi sgradevolissimi, come quello di cui s’è detto.  Se il nostro Sindaco si fosse congratulato con se stesso per essere riuscito ad evitare tali fenomeni di arroganza avrebbe certamente avuto il nostro plauso e quello dell’intera cittadinanza, purtroppo, invece, egli si complimenta con se stesso perché, dopo la visita di Ciampi, la foto di Modica è stata per tre giorni  nella ” home page” del sito della Presidenza della Repubblica. Se non ci fosse di mezzo una situazione di estrema gravità, sarebbe fonte di sicura ilarità il fatto che nello stesso giorno in cui il Sindaco faceva il panegirico della sua Amministrazione, nel quartiere di Treppiedi accadeva l’ennesimo episodio di quella che oramai è una vera e propria frantumazione degli edifici di edilizia popolare: crollavano, infatti, dei cornicioni da un balcone, danneggiando le autovetture parcheggiate nella zona sottostante, senza  per fortuna provocare danni alle persone: a testimonianza dello stato di abbandono in cui versa quel quartiere, i cui abitanti, ne siano sicuri, non si sono mai accorti di questo mirabolante cambiamento. Puntuale, come Babbo Natale e la Befana, ogni anno, nelle feste natalizie, arriva per noi modicani un inconsueto pacco dono: basta scartarlo, e, come per incanto, vengono fuori le infinite meraviglie operate durante l’anno da Torchi e dai suoi assessori: ma non ci chiedete quali, perché ormai abbiamo perso il conto e non lo sappiamo neppure noi. L’utopia è una categoria che ci è cara. Quando è correttamente intesa, essa diventa la linfa vitale che nutre l’agire quotidiano, e che, sollevando il pragmatismo dalla sua mediocrità, rende possibile disegnare il futuro all’insegna degli alti ideali e dei grandi progetti e rende considerevoli anche le più piccole cose. Con questa Amministrazione, purtroppo, accade esattamente il contrario: ogni cosa, anche la più stupida e insignificante, viene rivestita di una magnificenza che non può non essere ridicola e spropositata. Non è più la dignità del pensare che nobilita la concretezza del fare; è la politica delle inezie che si autoconferisce un retroterra culturale che non ha, innescando un processo perverso, il cui approdo non può che essere l’utopia, ma nel suo significato etimologico e dunque peggiore: “quel luogo che non è in alcun luogo”.

 

                                                                                 

   Giuseppe Ascenzo

 

 

 

 

                      L’ENDEMICA IPOCRISIA DELL’OCCIDENTE

 

                        Riflessioni sull’esecuzione di Saddam Hussein

 

Che l’Occidente fosse affetto da un’endemica ipocrisia lo sapevamo da un pezzo, e ci ha sempre alquanto infastidito che le  tante e frequenti condanne emanate, con troppa disinvoltura, nei confronti di altre Nazioni, provenissero da un pulpito che non aveva e non ha le carte in regola per emetterle. Quella parte del mondo, la cui storia è intrisa di gigantesche infamie, non ha titoli per ergersi a paladina della giustizia, della pace e della libertà. Il fatto d’essere stati  noi ad inventare la Democrazia, ad aver prodotto le fondamentali analisi del Montesquieu e i nobili ideali del Beccarìa, non può costituire un alibi per porre nell’oblio le nefandezze delle quali ci siamo macchiati: dal genocidio dei Pellerossa e degli Indios all’Imperialismo moderno e contemporaneo;  dall’Antisemitismo, che abbiamo spudoratamente allevato e nutrito per due millenni, alla follia del Nazismo fino alla Shoah, la più indelebile ignominia della nostra storia. L’endemica ipocrisia è tornata prepotentemente alla ribalta in occasione dell’ impiccagione di Saddam Hussein. Che si trattasse di un uomo violento e sanguinario non saremo certo noi a negarlo; che si sia macchiato di crimini orrendi – dalla cruenta repressione della rivolta sciita del ’91 al massacro dei Curdi dell’88 – è un dato incontrovertibile, ma altrettanto inoppugnabile ci sembra il fatto che non può essere il capo di uno Stato straniero, sebbene il più potente del pianeta, a deciderne le sorti politiche e addirittura quelle umane: a meno che  ci sia ancora qualcuno che ritenga gli Stati Uniti estranei al processo e alla condanna del dittatore iracheno. Nelle recenti vicende dell’Iraq, dall’invasione americana all’esecuzione di Saddam – una storia intricatissima e complicata che non stiamo cercando, naturalmente, di analizzare in questa sede; il nostro intento, infatti, è solo quello di offrire ai nostri lettori qualche spunto di riflessione – ci sono quanto meno due situazioni che a nostro parere confermano l’ipocrisia di cui s’è detto. La prima è che l’Amministrazione americana non prova alcuna vergogna per aver condotto un’operazione politica, mediatica e militare che facesse di Saddam, agli occhi del mondo, un essere spregevole e disumano – e certo non neghiamo che in parte lo sia stato – dopo averlo sostenuto, economicamente e militarmente, quando ciò le tornava comodo per piegare l’Iran sciita e fondamentalista e soprattutto acerrimo nemico del popolo americano. Gli interessi economici e geopolitici, evidentemente, coprivano il lezzo dei suoi crimini e della sua tirannia. La seconda è la faccia tosta dei politici italiani, tutti uniti e concordi, da Bertinotti a Berlusconi, nel biasimare la barbara esecuzione del dittatore. Bene ha fatto Yassim Majid, consigliere del premier iracheno, ad invitare Prodi a guardare alla storia del suo Paese prima di mettere il naso in quella altrui, con un esplicito riferimento alla sorte di Mussolini: dal processo-farsa ( della durata di un minuto! ) alla scempio di Piazzale Loreto, al confronto del quale, aggiungiamo noi, l’impiccagione di Hussein rischia di diventare un fatto quasi incruento. Un popolo, che è stato in grado di compiere un atto barbaro e vile come quello del 28 Dicembre del ’45, non ha titoli per esprimere deprecazioni e condanne per eventi di tal genere, a meno che non abbia avuto il coraggio di chiudere degnamente i conti con quel tipo di passato. Alcuni uomini politici, poi, che fanno parte di questa maggioranza, e che ancora oggi inneggiano a un dittatore torvo e sanguinario come Castro, avrebbero dovuto avere il buon gusto di non condannare Saddam quand’era in vita e di non biasimare, oggi, la sua condanna a morte, visto che da sempre si sono disinteressati di quelle emesse a Cuba: per costoro, evidentemente, è la latitudine  a determinare il plauso o il disprezzo per la pena capitale!

 

 

 

   Giuseppe Ascenzo