LASCIAMO CHE I BAMBINI POSSANO ANCORA SOGNARE

 

 

Abbiamo scritto, in uno dei nostri ultimi articoli, che l’attuale amministrazione non ha cognizione della città che amministra: le sagre, le fiere, le giostrine nella più importante piazza del centro storico si addicono ai tanti paesotti di provincia, che non mancano di certo nella nostra Sicilia; ma Modica è un’altra cosa: la sua storia, la sua architettura, la sua gente non meritano di essere collocati nella dimensione del cattivo gusto e della grossolanità. Non contenta – in questi anni che hanno visto il trionfo della più becera mentalità consumistica e materialistica – d’aver tolto alla città l’eleganza e la signorilità che l’hanno sempre contraddistinta, la nostra Amministrazione ha deciso di defraudarla anche di quella spiritualità – non soltanto religiosa ma anche laica – che nei secoli ne ha delineato i tratti culturali e ne ha definito le coordinate etiche e civili entro le quali sono nati e cresciuti gli uomini migliori, per integrità morale o per altezza intellettuale, che la città ha donato alla nostra isola e all’intera nazione. In questo quadro di progressivo depauperamento dei valori dello spirito, si colloca la cosiddetta “Notte Bianca”, che si è tenuta nella nostra città tra il 5 e il 6 Gennaio, tradizionale festa dell’Epifania. Il deleterio provincialismo, che come una nube tossica avvolge e avvelena le nostre strade e coloro che le percorrono, si manifesta anche nella stupida esterofilia, in nome della quale siamo disposti ad importare autentiche cretinerie, per il solo fatto che trovano accoglienza nelle grandi metropoli della nostra “civilissima” Europa: allora ci si accoda per non sentirsi dei provinciali, e non ci si accorge che proprio in quel pedissequo accodarsi perdiamo il segno tangibile della nostra originalità e celebriamo il trionfo del più sciocco provincialismo. L’obiettivo dichiarato della Notte Bianca è stato quello di riproporre il connubio “vincente” di shopping e spettacolo, insomma le due direttrici lungo le quali si è mossa in questi anni la nostra amministrazione comunale. Che la gente si diverta, che le menti si smarriscano nel luccichìo scintillante degli addobbi natalizi, e che il mercato, soprattutto, possa glorificare i suoi stolti mecenati. Agli affari, che sono stati ancora una volta i veri protagonisti di quest’altra notte magica – il resto è stato soltanto fumo per annebbiare la vista degli ingenui – avremmo preferito una città in grado di riflettere sull’autentico significato dell’Epifania: la visita dei re magi a Gesù, nella grotta di Betlemme, è il simbolo dell’umanità che cerca Dio, degli uomini smarriti che cercano la via, dell’uomo sconvolto dai contrastanti messaggi che gli confondono la mente e che nonostante tutto cerca la vita e la verità; nello stesso tempo è Dio che appare (dal greco Epiphàneia), che si  manifesta: l’infinito che si finito, il divino che si mortale, per incontrare l’uomo nella sua parzialità e nella sua finitudine, perché questo riconosca in Lui il fine e l’origine della propria vita e di quella dell’intero universo. Il connubio shopping-spettacolo non è affatto vincente: esso testimonia la nostra sconfitta di persone non più in grado di discernere l’effimero dall’Assoluto. Anche considerando l’evento da una prospettiva laica e non religiosa, esso non ci ha convinti. Noi preferiamo che la befana rimanga nella sua dimensione intima e domestica: permettiamole di calarsi ancora dal camino, carica di doni o di carbone; non portiamola via dal suo mondo fantastico che ha fatto sognare generazioni di fanciulli; non sporchiamola coi quattrini e con gli affari; non facciamola smarrire tra la folla anonima e chiassosa! Pensiamo ai bambini, oggi così ricchi e così poveri allo stesso tempo: hanno tutto ma non hanno nulla. Quest’umanità distratta li ha privati dei valori più pregnanti e dei più nobili ideali; facciamo in modo, almeno, che possano continuare a coltivare i loro sogni: sarebbe un  imperdonabile delitto privarli anche di questi.

 

 

 

 

                                           SIAMO TUTTI MAFIOSI

 

Il Giornale di Sicilia del 29 Dicembre ha pubblicato una notizia che ha suscitato in noi un senso di sgomento e un sentimento di profondo fastidio. La motivazione della sentenza di condanna per 33 imputati nel processo per l’omicidio di Libero Grassi – l’imprenditore che denunciò i suoi estortori e che pagò tale coraggio con la vita, il 29 Agosto del ’91 – è diventata l’occasione, per la Corte d’Assise di Palermo, per denigrare l’intero popolo siciliano. “ Libero Grassi – si legge nel provvedimento – ha pagato con la vita il prezzo di un biglietto di sola andata, da un inferno di viltà – non suo ma di buona parte di un popolo come quello siciliano che da troppo tempo subisce il ricatto mafioso – al paradiso che si vuole arrida agli eroi”. Un centinaio di pagine, scritte dal giudice a latere Angelo Pellino, che infangano un intero popolo, accusato troppo disinvoltamente di omertà e di vigliaccheria. Le infamanti accuse ripropongono una questione antica, che, nella fattispecie, è stata trattata con superficialità e utilizzando i soliti, stupidi luoghi comuni. Noi non intendiamo negare che troppe volte, per quanto riguarda l’attività criminale della mafia ma anche della delinquenza comune, una coltre di silenzio sembra calare sui cittadini che ne sono stati coinvolti o addirittura vittime, ma non sopportiamo che un’interpretazione viziata dall’ignoranza e dal pregiudizio, e che scambia l’omertà con la paura, finisca per assegnare al popolo siciliano il poco lusinghiero attributo di vigliacco, se non addirittura per definirlo connivente coi mafiosi, con la conseguenza di criminalizzare, a causa di alcune migliaia di mafiosi, un popolo intero. Il giudice Pellino avrebbe sicuramente bisogno di studiare o ripassare un po’ di storia meridionale, e siciliana in particolare, giacchè la sue affermazioni sulla vigliaccheria dei siciliani peccano di genericità e non tengono conto delle motivazioni storiche che hanno fatto della nostra terra, per tanti, troppi anni, un’autentica terra di nessuno. I nostri lettori si renderanno certamente conto che, in questa sede, non possiamo affrontare una problematica, ampia e complessa, come quella della Questione Meridionale, senza la conoscenza della quale ogni discorso sulla mafia non potrà mai essere esaustivo. Una breve parentesi, tuttavia, intendiamo aprirla: non va dimenticato, infatti, che la mafia non è un prodotto della mentalità siciliana, essa è stata il risultato di un intreccio di fatti, problemi e interessi che hanno caratterizzato la nostra storia già a partire dai primi anni post-unitari, quando una classe dirigente settentrionale, piemontese nella maggioranza dei casi, perseguì una politica economica che penalizzò il Meridione, perpetuandone la povertà e l’arretratezza: fu dunque quella classe politica che gettò nella nostra terra il seme adatto perché vi attecchisse la mala pianta della mafia e della criminalità. Qualche cenno lo riserviamo anche a quel “galantuomo” di Giolitti, a quel “ministro della malavita”, come lo definì Salvemini, che al nord raccoglieva consensi promuovendone lo sviluppo economico e industriale, e al sud pure raccattava consensi, ma relegandolo sempre più nell’inferno del malaffare, in cui opere pubbliche e appalti -  col tacito consenso del nostro statista, anch’egli piemontese -  si intrecciavano in un perverso e scellerato connubio. Per quanto riguarda, invece, la questione dell’omertà, essa è nata da un equivoco ed è stata alimentata da giornalisti affetti da un ignobile pregiudizio e da una scarsa perspicacia intellettuale. Il giudice Pellino, accusando di omertà e vigliaccheria i siciliani, ci ricorda tanto quei giornalisti venuti dal nord e che hanno la pretesa, nell’intervistare i siciliani, siano essi comuni cittadini o i commercianti taglieggiati, che costoro, davanti a telecamere e taccuini, facciano i nomi dei loro concittadini mafiosi, con la certezza che nel giro di pochi giorni, tra patteggiamenti, riti abbreviati e pentimenti, se li ritroveranno davanti più agguerriti ed arroganti di prima. Non sappiamo, davvero, a chi assegnare la palma del vigliacco: al commerciante che vuol salvare la sua attività e soprattutto la sua vita e quella della sua famiglia o al giornalista “coraggioso” che lo accusa di omertà, con  la certezza che dopo poche ore s’imbarcherà su un aereo, e se ne starà, sereno e tranquillo, nella sua città del nord, dove nessun criminale busserà alla sua porta per chiedergli conto e ragione di ciò che ha scritto o dichiarato. E’ facile fare gli eroi standosene nelle retrovie! Vengano a farli in trincea, i giornalisti di Milano o di Torino! Vengano loro a far nomi e cognomi e poi vadano a vivere a Palermo, con moglie e figli al seguito, in una delle case popolari dello Zen o di Brancaccio. Forse in tal modo finirebbe quest’autentica vergogna, questa campagna di criminalizzazione d’un intero popolo, che non vuole la mafia ma la subisce; solo in tal modo questi soloni incompetenti la smetterebbero di chiamare omertà quella che è semplice paura. Una paura alimentata dall’incapacità dello Stato di garantire la certezza del diritto. “Uno Stato – ha scritto Salvino Caputo, presidente dell’Associazione antiracket “Emanuele Basile” – che utilizza uomini e risorse per far trascorrere le vacanze in famiglia al boss di Partinico, Giusy Vitale, non sta certamente dalla parte dei cittadini e non difende il principio della certezza della pena”. Se lo Stato non è in grado di riappropriarsi di quella forza e di quella dignità che da molto tempo ha smarrito, se fa uscire dalle patrie galere anche i più feroci tra i mafiosi, per decorrenza termini o altri ridicoli cavilli giuridici, non osi poi pretendere collaborazione dai cittadini onesti. Tenere alla propria vita e a quella dei propri cari non è omertà e non è vigliaccheria: si tratta di un legittimo istinto di sopravvivenza, nel primo caso; nel secondo, di un altruistico sentimento, che si chiama amore.

 

 

 

                             RIMETTIAMO LE COSE AL LORO POSTO

 

L’estenuante tormentone della candidatura di Torchi alle prossime elezioni regionali si è finalmente concluso: il nostro sindaco, che pare sia stato sacrificato agli equilibri di partito, ha dovuto rinunciare, ed ha così commentato il suo sacrificio: “ Non posso permettermi di privilegiare le mie legittime ambizioni rispetto al mandato conferitomi e alla fiducia che mi è stata accordata”. Dopo aver fatto notare che non poteva abbandonare la città proprio mentre questa sta vivendo- a suo parere- un eccezionale momento di crescita,  e dopo aver ricordato di aver sentito “una città preoccupata di restare senza guida e senza riferimenti istituzionali”, ha concluso, con una buona dose di inutile retorica: “ Per queste ragioni ho deciso di continuare nel mio impegno amministrativo e di servire i modicani con immutata dedizione, amore ed impegno”. Tuttavia, com’è noto, sul fatto che la sua mancata partecipazione alla prossima competizione elettorale sia legata al suo amore per i modicani, non sono mancati legittimi sospetti e molti dubbi, dei quali ovviamente, si è fatta portavoce l’opposizione. I democratici di sinistra e gli esponenti della Margherita lo accusano di aver “ strumentalizzato il proprio ruolo istituzionale al solo fine di avere un’ulteriore visibilità mediatica ed occultare una sonante sconfitta politica”. Secondo l’opposizione, in quello che Torchi ha presentato come una sorta di psicodramma, non c’entrano nulla gli interessi generali della collettività; la verità sarebbe un’altra, certamente meno nobile di quella espressa dal sindaco: in realtà, sostengono i due partiti d’opposizione, “ il sindaco è stato scaricato dall’on. Drago, che non ha sponsorizzato affatto la sua candidatura, sacrificandolo agli equilibri  interni tra i diversi notabili dell’UDC, così da garantirsi una sicura rielezione alla Camera”. I leaders dell’opposizione prospettano, inoltre, l’ipotesi che sulla sconfitta di Torchi abbiano pesato “i tradizionali poteri forti della città, come il gruppo Minardo, che non gradisce concorrenze pericolose all’ascesa politica del rampollo Nino”. Quelle adombrate dall’opposizione sono delle inquietanti illazioni, che, se fossero vere, sarebbero la testimonianza del fatto che il degrado politico di questa amministrazione è diventato ormai inarrestabile. Quelli dell’opposizione, naturalmente, sono sospetti non dimostrabili, per cui, sebbene verosimili e condivisibili, non li poniamo alla base delle nostre considerazioni, e lasciamo che siano i lettori a trarne le loro personali conclusioni. Ciò che invece ci pare inequivocabile è l’incoerenza logica e politica che riscontriamo nelle argomentazioni di Torchi, circa la sua decisione di restare alla guida della nostra città. Tale decisione, infatti, se non andiamo errati, è stata comunicata, tra conferenze annunciate e poi annullate, negli ultimi minuti dell’ultimo giorno utile, e questo non si concilia affatto col conclamato amore per la sua città. Che egli possa avere avuto la tentazione di “scegliere lidi più accoglienti e meno di trincea” è umano e comprensibile, ma se davvero l’amministrazione della città stava sul gradino più alto dei suoi desideri e delle sue priorità, non si spiega il fatto che egli sia giunto alla determinazione di restarne alla guida dopo mesi di dubbi ed incertezze. Se l’amore e la dedizione verso la propria città hanno radici profonde nella coscienza e nella volontà di un amministratore, la tentazione di tradire questi valori, per approdare a lidi più prestigiosi e remunerativi, potrà certamente nascere, ma scomparirà nel volgere di un giorno, o, addirittura, di poche ore. Ci pare, invece, che, nella fattispecie,  la tentazione sia stata talmente forte che soltanto a tempo quasi scaduto la cittadinanza ha potuto sapere se il  sindaco restava ad amministrare la sua città o avrebbe tentato di abbandonarla. A noi tutto ciò non sembra, lo diciamo senza perifrasi, una grande manifestazione di affetto e di stima per i modicani, checchè ne dica Torchi. Una seconda considerazione riguarda l’intervento dell’on.Drago, in particolar modo quando afferma, riferendosi al sindaco :” E’ chiaro che questa esperienza di governo sarà valorizzata a livelli più alti e nei tempi più opportuni ed in questo senso ho già incassato la piena disponibilità dei vertici regionali e nazionali”. Il partito, insomma, saprà ricompensare Torchi della rinuncia fatta. E qui veramente la dinamica delle argomentazioni mostra, dal punto di vista della coerenza logica, delle autentiche crepe: se il nostro sindaco ha rinunciato a Palermo solo per l’amore e la dedizione che nutre verso Modica, e se la sua scelta è stata assolutamente libera e non imposta, perché mai dovrà essere ricompensato? Tra l’altro, alla luce di tale argomentazione, la scelta di continuare ad amministrare la città apparirebbe come la manifestazione di un vero e proprio sacrificio e ciò diventerebbe inconciliabile col desiderio “ di servire i modicani con immutata dedizione, amore ed impegno”. Sul fatto riguardante la ricompensa – e qui il problema trascende Torchi, Drago e la stessa Modica – non possiamo che rammaricarci di una prassi che costituisce, purtroppo, una delle tante piaghe che affliggono il nostro Paese: i posti di governo, che dovrebbero essere appannaggio dei più preparati culturalmente, dei più meritevoli politicamente e dei più integri moralmente, sono diventati come merce in vendita al mercato, e in questo, mi si accusi pure di qualunquismo, i nostri politici sono tutti uguali, da Bossi a Bertinotti: e l’Italia va’ in frantumi, sotto lo sguardo inebetito e indifferente di un popolo che da un bel pezzo ha perso la propria dignità e che non sa più ritrovare la sua perduta identità.