LA CRISI POLITICA ALLA PROVINCIA REGIONALE DI RAGUSA

                                                   VERGOGNA

Dialogo: 20 Gennaio 2009

 

Sullo scorso numero di “Dialogo”, Pippo  Gurrieri, parlando dell’attuale situazione socio-economica della nostra provincia, ne metteva in evidenza la grave crisi che questa sta vivendo.
“ Non si contano più – scriveva – le industrie grandi e piccole che chiudono o minacciano chiusura e ridimensionano gli organici, mentre gli altri comparti, quello edile, l’agricolo e il terziario, attraversano  uno dei loro momenti  peggiori (…) A tutto questo – continuava – vanno aggiunte le crisi degli enti comunali, che a Modica come a Comiso, a Scicli come a Pozzallo, con varianti tra l’una situazione e l’altra, non riescono più a far fronte agli obblighi di pagamento di stipendi ai propri dipendenti e a quelli dell’indotto”.
Una situazione a dir poco allarmante, dinanzi alla quale la classe politica della nostra provincia dovrebbe rimboccarsi le maniche e mettere in atto tutte le possibili strategie non diciamo per risolverla, ma quanto meno per attenuarne i suoi effetti disastrosi.
Da parte nostra, sempre sullo scorso numero di questo giornale, concludevamo il nostro articolo con l’amara constatazione di non riuscire ad avere un atteggiamento propositivo verso la politica modicana – ma il discorso può senza dubbio essere esteso a quella dell’intera provincia – perché la politica è diventata àncora di salvataggio per i disoccupati, strumento per favorire amici e parenti e perché è popolata da arrivisti e voltagabbana, i quali, come se non bastasse, sono anche troppo spesso incolti e incompetenti.
Se qualcuno ritiene esagerate le nostre valutazioni sui politici di casa nostra, vada a rileggersi le cronache di questi ultimi giorni sulla crisi politica (!) che sta investendo la nostra provincia, e nata dall’auto-sospensione dei tre assessori azzurri, Raffaele Monte, Salvo Mallia e Girolamo Carpentieri, che della provincia è anche il vice presidente.  Tutto è nato dai forti contrasti sorti fra il presidente Antoci e Forza Italia: se qualcuno pensa che il conflitto sia nato da dissidi  circa gli strumenti da adottare per porre un freno ai gravi problemi cui abbiamo accennato, se lo tolga dalla testa. Il grave problema che ha prodotto la frattura è stato determinato – nientemeno! – dalla proroga di tre mesi che Antoci ha concesso al direttore generale e suo compagno di partito, Nitto Rosso, il cui mandato è scaduto lo scorso 31 dicembre.
Anche in questo caso, sul consueto teatrino della politica, è apparsa la solita e stucchevole sceneggiata e gli autori del canovaccio sono sempre gli stessi. Orazio Ragusa e Peppe Drago, che ormai non mostra più alcun imbarazzo dinanzi alla lampante dicotomia tra quel che dice e quel che fa, hanno  affermato: “ Chi conosce la storia dell’UDC sa che ci siamo sempre sforzati di lavare in casa i panni sporchi“ : evidentemente, deve trattarsi di una casa esposta ai quattro venti, perché i panni dell’UDC,  sudici e nauseabondi, da tempo svolazzano nel cielo della nostra Sicilia, rendendone l’aria fetida e irrespirabile. Giovanni Mauro, da parte sua,  sostiene che Antoci “ farebbe bene a rispettare le deleghe assegnate al maggior partito alleato”  e, illudendosi che qualcuno possa credergli, prosegue affermando che auspica ciò al fine di giungere ad “ una maggiore concordia per affrontare le emergenze che ci sono in provincia”.  Gli fa eco l’enfant prodige della politica modicana, Nino Minardo, il quale ribadisce: “ da tempo chiediamo la rivisitazione (sic!) delle deleghe con qualche rubrica da assegnare a Mommo Carpentieri”.
In tal modo, forse, il giovane rampollo della famiglia Minardo cerca di rimuovere il senso di colpa che probabilmente ancora l’accompagna, da quando l’ex nemico, diventato ormai amico, dovette farsi inspiegabilmente da parte perché sulla sua poltrona – allora era quella dell’Azienda Turismo -
potesse accomodarsi lui, che, come dimostrano i fatti, ha delle competenze così ampie che gli consentono di occupare qualunque posto dirigenziale; è naturale che adesso cerchi di procurare a Carpentieri un’altra poltrona: le ragioni, a noi comuni mortali,  sfuggono, ma evidentemente quella di vice presidente non deve essere sufficientemente comoda!
Innocenzo Leontini, poi, ha superato se stesso, dichiarando: “ Franco Antoci ha infranto le più elementari regole di collegialità (…) accantonando la cosa più importante del  programma amministrativo per la quale, la giunta, si era collegialmente espressa ed aveva deliberato, cioè la riorganizzazione del personale”
La situazione sociale ed economica della provincia, come abbiamo più volte ricordato, è assai grave. Le imprese chiudono, la disoccupazione dilaga, il lavoro diventa sempre più precario, il settore agricolo e quello zootecnico sono in piena sofferenza, i dipendenti comunali di molte città della provincia sono senza stipendio da mesi e le loro famiglie non sanno più come andare avanti, ma i nostri politici hanno ben altro cui pensare: devono misurarsi con un problema che, per la sua gravità, fa impallidire i precedenti e che è vitale per tutti noi: la riorganizzazione del personale!
La situazione è preoccupante come mai lo è stata e i nostri parlamentari l’aggravano con una crisi nata per la solita spartizione delle poltrone.  E intanto, al danno si aggiunge la beffa, considerato che Ragusa e Drago hanno l’ardire di affermare: “ Ci appassiona poco parlare di semplice attribuzione di poltrone o incarichi “ e, con una buona dose di demagogia e politichese, proseguono: “ se tutto questo non rientra nella condivisione di un Piano strategico di sviluppo in grado di individuare le opportunità da sfruttare. Solo dopo potremo scegliere, assieme, le migliore risorse umane in grado di ‘servire’ al meglio il nostro straordinario territorio”.
Appaiono  assai gravi, inoltre,  le parole di Giancarlo Floriddia, segretario provinciale dell’UDC, il quale ha affermato che il motivo della crisi a viale Del Fante è legato alle nomine riguardanti quattro incarichi dirigenziali. Il vice coordinatore provinciale del PD, Tuccio Di Stallo, ha lanciato un sospetto inquietante: “ Voglio augurarmi che la proroga al direttore generale non sia finalizzata a preparare la strada per un altro concorso poco chiaro”, auspicando, altresì, un’indagine della Procura.
Che si tratti di incarichi dirigenziali o di deleghe assessoriali, quando una classe politica antepone ai problemi della gente l’accaparramento delle poltrone, non può che meritare una sola parola: vergogna!

 

 


                       

 

 Un libro di storia da leggere tutto d’un fiato
Giovanni Maria Pisana “La visita a Modica delle LL. MM. Ferdinando II e Maria Teresa di Borbone nel 1844”   Ed. Associazione Culturale Dialogo, Modica 2008

 

La Pagina: 28 Gennaio 2009

 

Il libro del prof. Pisana è uno di quelli, cui la prima lettura non rende giustizia; voglio dire che una volta letto – e lo si legge tutto d’un fiato, per il suo stile piano e scorrevole – dicevo, una volta letto, lo si apprezza per il contributo che esso offre alla maggiore conoscenza di un avvenimento, quale è quello della visita, nel 1844, a Modica, di Ferdinando II di Borbone e della consorte Maria Teresa.
E già questo, di per sé, costituisce un merito. La cosiddetta microstoria vive e si alimenta della specificità delle singole ricerche e tutte poi concorrono a ricomporre quel mosaico che ci consente di interpretare e capire la realtà locale: nella fattispecie, la Modica della prima metà dell’Ottocento.
E’ necessaria almeno una seconda lettura – riferisco ovviamente una mia considerazione – per comprendere che non si tratta di un testo monotematico: a me sembra che l’autore utilizzi l’evento centrale del testo come uno strumento per raccontare una storia più complessa e articolata, e soprattutto dalle molteplici sfaccettature.
Il lettore è come preso per mano dall’autore, che lo conduce in una Modica ovviamente diversa dall’attuale, popolata da categorie sociali ormai inesistenti, da figure che hanno un parlare e un sentire che oggi, per taluni aspetti, sono per noi  inconcepibili.  Il lettore è come se vedesse questi personaggi: si pensi, ad esempio, al povero Sindaco, don Saverio Scrofani, che deve occuparsi persino di procurare, personalmente, il pesce per il pranzo dei sovrani. La narrazione della visita dei Reali è pertanto, a mio parere, il mezzo che l’autore utilizza per conseguire determinati fini, sui quali più in là mi soffermerò.
Intendo prima parlare dei fatti che vengono esposti e che hanno una valenza storica significativa, a prescindere da finalità più o meno recondite, e che è tale sia perché, come ogni testo storico che si rispetti, il libro possiede un apparato documentale che lo qualifica e lo legittima, sia perché l’autore è abile nel rendere accattivante un evento, che altrimenti troverebbe posto soltanto nella ristretta cerchia degli appassionati di storia locale. Il libro, invece, è destinato a un pubblico che è il più eterogeneo possibile: lo storico può trovarvi spunti per ulteriori ricerche e approfondimenti; il lettore non specialista potrà gustare uno spaccato di storia locale che non conosceva o di cui sapeva ben poco.
Inizio queste mie considerazioni, prendendo in esame  la  parte introduttiva del libro, ovvero quella riguardante la nostra città negli anni quaranta del XIX secolo, anche se potremmo dire più in generale la prima metà di quel secolo, perché dal punto di vista socio-economico la Modica degli anni quaranta non era per nulla diversa da quella dei primi anni dell’Ottocento. Si trattava di una realtà dove i mutamenti avevano percorsi molti lenti. La Contea, che nel 1804 era stata incamerata dal demanio, viene ripristinata nel 1816, ma la sua consistenza, come  realtà politico-istituzionale, è ormai puramente formale; anche i conti Stuart-Ventimiglia avranno sì  il titolo, ma questo avrà un valore soltanto onorifico.
Ebbene, in questa parte introduttiva, con una struttura sintattica  semplice e lineare e con uno stile coinvolgente, l’autore apre uno squarcio sulla nostra città e lo fa’ in poche pagine, adottando una tecnica che è certamente efficace, ai fini di catturare l’attenzione di chi legge: quasi dei flash, delle istantanee su alcuni aspetti della città di allora e che sono essenziali per capirla.
Mi riferisco, per esempio, alle notizie riguardanti l’agricoltura, di cui allora vivevano i 2/3 della popolazione: un’agricoltura che poneva al centro la coltivazione dei cereali, del carrubo e dell’ulivo. E sono sicuramente importanti i riferimenti all’assenza del latifondo – un’assenza che era retaggio dell’enfiteusi cinquecentesca -  e alla presenza della media proprietà, soprattutto, ma anche della piccola, a come cambiavano i rapporti di produzione a seconda delle dimensioni della proprietà: l’affitto nella media e la mezzadria nella piccola.
E ancora la descrizione del mondo artigianale: fabbri, falegnami, barbieri, sarti, calzolai, che si alternano tra la bottega e il lavoro a domicilio. E poi la nobiltà, ancora dominante nella prima metà del secolo. Sebbene non avesse più il monopolio delle cariche pubbliche – dovendo fare i conti con l’emergente borghesia della terra e delle professioni – la classe aristocratica, sia quella antica sia quella che si era elevata a nobiltà nel Seicento e nel Settecento, ha ancora un ruolo di primissimo piano nella gestione del potere.
Una realtà, dunque, quella della Modica della prima metà dell’Ottocento, tutto sommato statica dal punto di vista della struttura sociale e dell’organizzazione economico-produttiva. Nonostante con la Costituzione del 1812 fosse stato abolito il Feudalesimo, e i feudi fossero stati trasformati in  allodi e dunque in libere proprietà, all’interno degli ex feudi i rapporti di produzione erano però  rimasti sostanzialmente di tipo feudale. Tale staticità, invece, non si riscontra sotto il profilo politico-istituzionale, ed anche di ciò l’autore da conto in questa parte introduttiva del suo libro. Non si dimentichi, infatti, che con la legislazione varata nel 1816  le mastre nobili erano state abolite e l’antico Consiglio Civico era stato sostituito dal Decurionato. La Sicilia era stata divisa in sette province e ogni provincia  in distretti. La provincia era retta dall’Intendente e ogni Distretto dal Sottintendente. Modica, che fu sede distrettuale, aveva pertanto il suo Sottintendente ed era costui che preparava la lista degli eleggibili, tra i quali poi l’Intendente sceglieva i Decurioni. Le liste degli eleggibili, saranno, nella prima metà del secolo,  lo strumento tramite cui nuove categorie sociali, in modo lento e graduale, entreranno a far parte dei notabili della città. Mi riferisco soprattutto alla borghesia agraria, ai professionisti, al cosiddetto Ceto Civile – cioè quella fascia della popolazione compresa tra l’elite cittadina e i Borgesi, cioè i contadini ricchi. Per quanto riguarda il ceto dirigente modicano dei primi decenni dell’Ottocento, va tenuto presente che fu costante l’allargamento sociale delle liste degli eleggibili, ma che a questo non corrispose l’ampliamento della base sociale da cui provenivano coloro che poi realmente detenevano le redini del potere politico. La sconfitta definitiva dell’aristocrazia avverrà dopo il ’61: ma questo fu un fenomeno comune a tutta l’Isola e in generale all’Italia meridionale.
L’autore si limita ad accennare a questi mutamenti politici, non essendo questo l’argomento centrale del suo libro e dunque non lo approfondisce; tuttavia questi cenni, a mio parere, sono assai utili,  perché, come ho già detto, possono invogliare il lettore, diciamo non particolarmente informato su queste tematiche, a volerne sapere di più. Da questo punto di vista, la parte introduttiva ha certamente un valore non indifferente dal punto di vista civile e culturale.
Alla parte introduttiva segue la narrazione dell’evento, la visita dei sovrani a Modica. L’autore descrive il loro arrivo al porto di Siracusa la notte del 20 Giugno;  e nella città aretusea i sovrani pernottarono. Sempre via mare, raggiunsero Noto verso le tre pomeridiane del 21 Giugno, e a Noto sostarono fino a giorno 22 quando si rimisero in viaggio per Modica. Percorrendo la strada della Favarotta vi giunsero la sera intorno alle 20. La notte fra il 22 e il 23 pernottarono presso la casa di don Agostino Grimaldi nei pressi del duomo di San Giorgio. Da qui inizia la narrazione di quello che fu per la città un evento unico e straordinario: l’autore ci descrive i vari personaggi che vissero quei giorni indimenticabili, chi da protagonista, chi da semplice comparsa.
Il libro ha una straordinaria vivacità, che deriva dal fatto che non è una monotona elencazione di fatti, ma lascia parlare i protagonisti, dando così alla descrizione dell’evento una piacevole freschezza narrativa; nel contempo, egli pone questi personaggi come fossero su un palcoscenico, e il racconto si fa quasi teatro, e ciascuno li può osservare, ridendo bonariamente delle loro piccole miserie o indignandosi per taluni comportamenti moralmente non proprio ineccepibili.  Ed è qui che compaiono quelle finalità recondite cui accennavo prima. Ovviamente non si mette in discussione che la visita dei Sovrani sia il tema centrale del libro, ma, a mio parere, è l’umanità la vera protagonista di questa fatica del prof. Pisana: una fetta piccolissima di umanità, certo, ma non per questo meno rappresentativa dei tratti positivi e negativi dell’essere umano. E’ di questa umanità l’autore mette bene in evidenza l’altruismo, la dedizione, il disinteresse di alcuni, e la grettezza morale e la mediocrità intellettuale di altri.  Tutto ciò sembra che l’autore lo descriva con distacco narrativo e invece a me pare che non sia proprio così, perché le sue appena accennate considerazioni lasciano trasparire invece il suo coinvolgimento emotivo. Egli vuole quasi che il lettore non se ne avveda, affinché sia egli stesso a fare le proprie riflessioni senza dover subire il condizionamento del narratore.
Il quale, a mio parere, è portavoce di una visione sostanzialmente pessimistica della storia, che per certi aspetti ricorda l’immutabilità delle leggi storiche di cui parlava il Machiavelli. La storia è chiusa in una serie di percorsi determinati dal carattere ciclico delle forme politiche e dalla perennità di alcuni comportamenti umani; soprattutto quelli inerenti alla politica, che vede gli uomini guidati soltanto dal proprio interesse e che non conosce la generosità. Uomini spesso corrotti e tristi, come li definisce lo stesso Machiavelli.
Certamente  interessante è la figura del Sindaco, don Saverio Scrofani, vero deus ex machina della situazione, che finisce per dover fare tutto lui, o perché, come dice l’autore, viene di fatto lasciato solo da coloro che avrebbero dovuto collaborare con lui, o per sfiducia nelle capacità organizzative dei presunti collaboratori. Quelle sul Sindaco sono tra le pagine più piacevoli del libro: sembra quasi di vederlo, il povero sindaco, mentre deve occuparsi personalmente di fare arrivare il pesce da Pozzallo (per il pranzo del 23) o in preda all’ansia perché la sera dell’arrivo dei sovrani nessuno ha pensato a comprare le galline, che furono poi acquistate in tutta fretta; era infatti di prammatica, per cena, offrire il brodo agli ospiti illustri.
Ricordo che il sindaco aveva personalmente nominato le varie Deputazioni che avrebbero dovuto occuparsi della visita: quella per le pubbliche dimostrazioni; quella per l’alloggio e il pranzo e quella per la pulizia delle strade. Ma nonostante ciò, fu di fatto lasciato solo: l’unico a coadiuvarlo fu l’abate De Leva, cassiere della deputazione per le pubbliche dimostrazioni. Questi, o perché sentiva l’importanza della visita o per senso di responsabilità, fu in quella circostanza particolarmente attivo.

E’ evidente che la figura del Sindaco Scrofani è l’emblema dell’amministratore che avverte su di sé la responsabilità del proprio ruolo; che non risparmia energie e fatiche, affinché la sua città, come suol dirsi, non faccia “brutta figura”. E’ il simbolo di un modo di intendere la politica, e cioè la politica come servizio:  il politico che dà, dunque,  e non il politico che prende!  Insomma, l’esatto contrario di quel che avviene oggi!
La figura di quel primo cittadino è una delle poche veramente positive fra le tante che si muovono in quel contesto. Un’altra è sicuramente quella di don Agostino Grimaldi, che aveva ospitato in casa sua i Sovrani, e che il 27 Giugno, a pochissimi giorni dalla conclusione della visita, invia una lettera al Sindaco, semplice e senza fronzoli,  con cui informa il primo cittadino che non intende essere rimborsato delle onze 40 da lui spese in occasione del soggiorno dei sovrani nella sua casa.
E’ il gentiluomo d’altri tempi: è il trionfo della liberalità  sull’avarizia; l’affermazione
della dignità e della generosità verso i propri concittadini. Ricordo che il Grimaldi non fece nulla per pubblicizzare il suo nobile gesto e la semplicità e la schiettezza della sua lettera lo dimostrano. Egli rappresenta il ricco che non ostenta la sua ricchezza, colui che possiede e non vive con l’ansia di avere sempre di più. E’ colui che mostra un sano disprezzo del vile denaro. L’autore non lo dice espressamente, ma è facile cogliere il suo rammarico per il modo in cui viene vissuta oggi la ricchezza: basti pensare alla volgarità della sua ostentazione.
Come non ricordare poi quelle persone – delle quali giustamente il prof. Pisana riporta i nomi – che liberamente, a spese loro, contribuirono alla fastosa illuminazione offrendo spontaneamente dell’olio.
Si trattava di persone semplici e dai lavori umili, come il servitore Ignazio Sortino o il barbiere Pietro Ventura.  Scrive l’autore: “ Sono i soliti ingenui, gli onesti, coloro che facilmente si entusiasmano ad ogni occasione, e vogliono contribuire con qualcosa di proprio, senza ombra di calcolo o di tornaconto”. Come si può notare, qui l’ammirazione dell’autore per costoro è chiara ed evidente: è il destino delle persone oneste, che calcano la scena di questo mondo, che vivono quasi sempre nell’anonimato e che dopo la morte precipitano nell’oblio.
Mi sovviene quanto diceva, a tal proposito, Hokheimer, riguardo al suo concetto del Totalmente Altro: “ Esso è la speranza o meglio la nostalgia che nonostante questa ingiustizia, che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa avere l’ultima parola”. E’ la speranza “ che l’assassino non possa trionfare sulla sua vittima innocente”. Noi, che viviamo in un’epoca di gravissima decadenza, potremmo contribuire alla rinascita, se solo avessimo il coraggio di combattere  questa ingiustizia, che è quella di emarginare gli onesti e sostenere i furbi.
Naturalmente, non posso non parlare, brevemente, dei sovrani, e del re in particolare, a proposito del quale l’autore scrive: ”Non era certo quel monarca imbelle e apatico, né quel tiranno che la propaganda risorgimentale ha voluto tramandarci”. Quasi a voler sottolineare la sensibilità umana del Sovrano, l’autore, nelle ultime pagine del libro, racconta un episodio, che è quello di un  ragazzo poverissimo che corre incontro al Sovrano mentre esce dalla Chiesa di San Giorgio che aveva appena visitato, e gli consegna una lettera del Preposto della chiesa, che informava il Re della condizione di questo ragazzo, desideroso di studiare, ma che non poteva esaudire questa sua aspirazione  a causa delle sue precarie condizioni economiche. Questi fu poi mantenuto negli studi dal Sovrano e divenne un ricco e valente avvocato.
I personaggi che ruotano attorno all’evento principale, lasciano tuttavia trasparire, troppo spesso, gli aspetti più deleteri dell’essere umano. Quelli che non vogliamo vedere, perché ci mettono a nudo: l’autore non fa’ nulla per nasconderli, anzi fa’ di tutto perché emergano: non certo per il gusto  di denigrare la razza umana, ma con l’intento di sollecitare nel lettore l’analisi e la riflessione.

E qui possiamo notare, ancora di più, la machiavellica immutabilità delle leggi di cui ho già parlato, e in particolare la perennità di alcune situazioni umane.
E’ presente la raccomandazione - autentica piaga, ancora oggi, della nostra terra - nell’episodio che vede protagonista Don Emanuele Tomasi Rosso.  Le deputazioni erano state formate nella seduta straordinaria dei Decurioni del 20 Giugno, e il Tomasi Rosso non era stato inserito in alcuna di queste. L’indomani, per ordine del Sottintendente, fu aggiunto in quella per l’alloggio e il pranzo.
E’ presente il Nepotismo, che non può non farci guardare all’odierna situazione italiana e anche modicana naturalmente, in cui questo fenomeno è ancora fortemente presente e inquina le fondamenta della democrazia e della meritocrazia. Tra le note di spesa presentate dall’abate De Leva Gravina, cassiere della deputazione per le pubbliche dimostrazioni, ce n’è una a firma di un certo
Giambattista Gagliani, che mette in atto tutta una furbesca manovra pur di far ottenere 6 tarì a suo figlio. A riprova che il brutto vizio di favorire amici e parenti ha radici antiche e difficili da estirpare. Continuando in questa galleria di personaggi poco edificanti, incontriamo i cambia casacca, e qui occorre citare quel che scrive l’autore: “Una fauna popolata da galantuomini che sotto il vecchio regime avevano rivestito delle cariche, spesso anche importanti, e forse non tanto per merito quanto in virtù della fede borbonica e dell’intrigo. Poi, fiutata in tempo la tempesta, topi di bastimento, al momento opportuno hanno lasciato la nave preoccupati solo di crearsi un alibi atto a permettergli di cambiare casacca più facilmente, agevolati anche dai cori d’osanna degli improvvisati e interessati adulatori di turno”.
E’ inutile nascondere che ciò che avvenne alla caduta del regime borbonico ci ricorda quel che successe alla caduta di un altro, più recente regime. Se il fenomeno dei voltagabbana si fosse limitato ai regimi, sarebbe ugualmente poco dignitoso, ma almeno circoscritto; il dato allarmante è che esso ha caratterizzato e tuttora caratterizza la nostra democratica  repubblica: dalle Alpi alla Sicilia, e anche nella nostra città il fenomeno mi sembra alquanto diffuso.
Non mancano, in questa storia dell’800, colore che, fiutato l’odore del denaro, si lanciano alla sua ricerca come i cani da caccia con la preda: insomma quelli che per i quattrini sono disposti a qualunque compromesso; soprattutto quello con la propria coscienza. E’ illuminante l’episodio del sacerdote Don Emanuele Matarazzo che aveva avuto il compito di controllare i “maestri” che dovevano provvedere alla pulizia delle strade. Finita la visita presentò il conto: volle i quattro tarì che non aveva potuto guadagnare, avendo perduto due messe a causa di un impegno. L’altro episodio è quello delle contemplazioni. Scrive l’autore : “Molti vollero il rimborso di quel denaro che avrebbero guadagnato svolgendo le loro normali attività lavorative, nel tempo che invece perdettero per dedicarsi ai preparativi per la venuta dei Reali. “Contemplazioni, gratificazioni ed altro, fanno chiaramente capire che ognuno si arrangiò come potè”.
Siamo nel 1844, ma potrebbe essere qualunque altro anno: purtroppo anche il 2009.
E’ giusto infine, ricordare i notabili modicani che fecero a gara per far parte delle deputazioni, per mettersi in mostra e far capire a tutti di contare; salvo poi squagliarsela al momento del bisogno, lasciando da solo il sindaco, mentre loro tranquillamente villeggiavano nelle loro case di campagna. E’ la politica dell’apparire e non del fare. Cambiano i contesti, ma purtroppo non cambiamo noi italiani.
Concludo dicendo che il libro del professor Pisana è uno di quei rari casi in cui la chiarezza narrativa sa convivere con la profondità concettuale, e di questo occorre dare merito all’autore.
Mi pare che nel suo libro trovi attuazione l’insegnamento crociano che la storia è sempre “Storia Contemporanea”. La conoscenza del passato, ed anche il
giudizio storico, ove questo sia presente, nascono sempre da un bisogno pratico, quello di rispondere alle domande che il presente ci pone.
Ciò che mi ha molto colpito è che il suo libro somiglia proprio a quella vecchia strada, di cui parla nell’ultima pagina -  la vecchia Modica-Ragusa, che proprio da Ferdinando II fu voluta e fatta realizzare- dove si immettono viottoli e trazzere. C’è infatti nel testo un percorso principale su cui si innestano decine di spunti, di riflessioni appena accennate, di considerazioni brevi ma incisive.
Il libro ha certamente una dimensione di carattere etico-civile. C’è una velata amarezza per le miserie umane, e nel contempo s’intuisce la speranza che l’uomo se ne possa liberare in modo integrale e definitivo