Dialogo: 20 giugno 2009
NOI SIAMO DISFATTISTI
L’episodio accaduto il 21 maggio nell’aula
consiliare del Comune di Modica – ci riferiamo all’intervento del consigliere
Nino Cerruto interrotto dalla scomposta reazione del deputato Peppe Drago, del
consigliere provinciale Vincenzo Pitino ed altri - non può non suscitare delle
riflessioni, non soltanto per la gravità di quanto accaduto, ma anche e
soprattutto perché il fatto apre uno squarcio sulla concezione che certi
politici hanno della dialettica democratica.
Cerruto, come si sa, aveva espresso il suo rammarico per il fatto che i
lavoratori della Multiservizi avevano applaudito l’intervento di Drago,
ricordando, giustamente, che quest’ultimo è fra i maggiori responsabili della
precaria situazione in cui essi si trovano. L’esponente di “Una Nuova
Prospettiva” aveva anche ricordato che le vicende giudiziarie in cui è coinvolto
Drago non lo rendono credibile.
A questo punto, è successo il finimondo. La pesante reazione del deputato e dei
suoi amici ha, di fatto, impedito a Cerruto di portare a termine il suo
intervento in aula, ed è da stigmatizzare con forza il comportamento del
presidente del consiglio comunale, che non soltanto non ha fatto espellere
dall’aula i facinorosi, ma non ha più ridato la parola al consigliere Cerruto.
La reazione di Drago è assolutamente da condannare per molti motivi: ci
limiteremo a ricordare quelli che ci sembrano i più importanti e significativi.
Il primo è talmente ovvio che ci pare quasi superfluo ricordarlo: in democrazia
l’avversario lo si lascia parlare e dopo si replica e se si ritiene che questo
abbia oltrepassato i limiti è legittimo ricorrere alla querela, ma non è
consentito ad alcuno di intimidirlo. Un atteggiamento del genere lo si può
capire, ma non certo giustificare, qualora accada in qualche sperduto paesino
dell’entroterra, dove ancora c’è spazio per le coppole e la lupara, e se a
sentirsi offeso è un povero ignorante.
In una città come Modica, non soltanto non lo si può giustificare ma nemmeno
capire, considerato che il contesto in cui è avvenuto è il civico consesso di
una città che vanta un’antica tradizione di civiltà e di cultura e che il
protagonista è un deputato nazionale con una laurea in medicina e che è stato
anche presidente della regione siciliana.
Quanto accaduto giustifica l’opinione di coloro che ritengono che Drago non sia
politicamente adatto a ricoprire posti di prestigio, per i quali è necessario
mantenere un comportamento che sia sempre rispettoso delle opinioni altrui.
Un’altra considerazione riguarda il fatto che al deputato sono saltati i nervi
perché Cerruto ha fatto riferimento alla sua storia giudiziaria. Drago dimentica
che la Cassazione lo ha condannato a tre anni di carcere (pena sospesa) per
peculato e all’ interdizione perpetua dai pubblici uffici e che è attualmente
indagato dal Tribunale di Modica per riciclaggio di denaro e concussione.
Per quanto concerne la seconda questione, in base alle nostre regole giuridiche
egli è ancora innocente, e sarà naturalmente la Magistratura ad assolverlo o
condannarlo. Ma per quel che riguarda la prima, Drago non può far finta di
nulla: è colpevole e pertanto deve assumersi le sue responsabilità. Non può
inveire contro chi glielo ricorda, dovrebbe tacere e portare in silenzio il
fardello delle sue colpe. Inoltre, e lo abbiamo già scritto, è inaccettabile che
il partito cui appartiene, che pullula di indagati e condannati, si permetta di
ritenere ingiusta la sentenza che ha condannato Drago ed è inaccettabile che lo
faccia anche lui.
Siamo in presenza di un deputato nazionale che non soltanto non avverte
l’esigenza di lasciare la poltrona di Montecitorio ma addirittura contesta una
sentenza della Cassazione: è ora di finirla con la Casta; è ora che deputati e
senatori si rendano conto che il fatto di godere di enormi e ingiustificati
privilegi – il che è già di per sé scandaloso – non significa che debbano avere
più diritti degli altri.
La terza e ultima riflessione riguarda i lavoratori che lo hanno applaudito. E
questo è il fatto che maggiormente ci preoccupa: lo abbiano fatto per necessità
o, peggio, per scelta, l’avvenimento conferma una situazione grave ed
allarmante. Quei lavoratori, infatti, sono come la punta di un iceberg, sono la
rappresentanza di una consistente fetta della cittadinanza, che, evidentemente,
in caso di competizione elettorale, sarebbe ancora pronta a votare Drago,
Pitino, Torchi e i loro amici.
Ciò significa che una gran parte di Modica non ha ancora capito che questi
signori sono i responsabili dello sfascio civile ed economico di questa città,
come lo sono Minardo e i suoi attuali assessori, che, convertitisi di colpo
all’autonomismo e passando dall’altra parte della barricata, si illudono di far
dimenticare quello che hanno combinato, dal punto di vista politico, quando
erano alleati di Drago e compagni.
Ci spiace ammetterlo, ma non vediamo vie d’uscita per la nostra città. Se avere
questa consapevolezza vuol dire fare del disfattismo, ebbene, lo diciamo a voce
alta: noi siamo disfattisti!
Dialogo: 20 giugno 2009
RIMPIANTI E NOSTALGIA
Per noi, che siamo nati intorno alla metà degli
anni Cinquanta, e che pertanto abbiamo iniziato ad interessarci di politica, con
passione e consapevolezza, nei primi anni Settanta, è naturale nutrire, nei
confronti dell’attuale politica, un profondo disgusto e una totale ripugnanza.
Quando dico noi, ovviamente, intendo riferirmi a tutti coloro che a vent’anni
avemmo il coraggio di consacrare ad un’idea la nostra vita, di lottare perché il
profumo di quell’ideale inondasse le strade della nostra Italia, per liberarla
dalla demagogia e dalle falsità che anche allora inquinavano il nostro Paese.
Noi, i ragazzi degli anni Settanta, ascoltavamo i Beatles e Battisti, la voce
limpida di Enrico Ameri e quella roca di Sandro Ciotti e aspettavamo con ansia
90° minuto e quel gran signore di Paolo Valenti, e non potevamo immaginare che
un giorno, a sostituire quei professionisti seri, eleganti e competenti,
arrivassero i “professionisti” delle chiacchiere, dei litigi e delle volgarità.
Ci bastava poco per essere felici e non avevamo bisogno di torturare le nostre
braccia e di avvelenare il nostro sangue per essere allegri e sorridenti:
bastava una chitarra e un falò sulla spiaggia per gustare la spensieratezza
della nostra gioventù.
I giorni scorrevano lieti, tra lo studio, il pallone e le feste sulle terrazze
nelle sere d’estate, tra amori sbocciati e amori finiti, ma mai tutto questo ci
allontanò dal nostro impegno politico. Non accadde mai che il divertimento, al
quale pure non avremmo rinunciato per nulla al mondo, affievolisse la carica
ideologica che era in noi e ci conducesse sulle aride strade del qualunquismo.
Noi, i ragazzi degli anni Settanta, stavamo sotto le bandiere rosse o tricolori
e battevano forte i nostri cuori quando ascoltavamo, in religioso silenzio,
Almirante o Berlinguer: eravamo avversari, ma se si escludono le frange
estremiste e violente dell’una e dell’altra parte, c’era tra noi un’amicizia
sincera. Entrambi volevamo cambiare il nostro Paese, e non c’è alcuno che possa
mettere in dubbio la purezza dei nostri ideali e la forza della nostra volontà;
non c’è alcuno che possa dubitare che lottavamo per renderlo migliore.
La diversità dei fini non può cancellare ciò che ci univa: odiavamo
l’immobilismo e l’opportunismo della Democrazia Cristiana e dei partiti che le
facevano corona, perché sognavamo l’Italia dell’ordine, della pulizia morale,
della giustizia sociale, del lavoro e del progresso. Ma ciò che più d’ogni altra
cosa ci univa era l’avversione al capitalismo: un sistema economico-sociale che
era ed è immorale, perché è contro l’uomo, visto che non lo considera come tale
ma lo valuta come una merce.
Ricordo con molta nostalgia i comizi serali durante le infuocate campagne
elettorali di allora: Piazza della Repubblica a Siracusa, dove allora vivevo, si
riempiva fino all’inverosimile, quando i segretari nazionali dei nostri partiti
salivano sul palco, ed è ancora vivissimo, in me, il ricordo di quei lunghi
cortei che percorrevano l’intero Corso Umberto per raggiungere Ortigia, fra lo
sventolio delle bandiere e i nostri cori che s’alzavano verso il cielo.
E nel cielo son rimasti i nostri valori e i nostri ideali. Son rimasti
pensiero: desiderammo tanto che, mazzinianamente, si legassero in un’ unione
indissolubile all’azione, ma ciò non avvenne e non riuscimmo a cambiare
l’Italia, e dopo più di trent’anni siamo qui a constatare amaramente che i
partiti di allora, con altre sigle ed altri nomi, hanno vinto. C’è una logica
ovviamente in tutto questo ed è che la politica è lo specchio di un popolo.
Quello italiano scelse come governanti i vari
Andreotti, Moro, Fanfani, Saragat e La Malfa; oggi ha scelto Berlusconi, Bondi,
Bossi, Prodi e Rutelli. La situazione è naturalmente peggiorata: se è vero che i
due gruppi sono accomunati dal disinteresse per il loro Paese e dall’unico
obiettivo di coltivare i loro più o meno meschini interessi è altrettanto vero
che i primi, quanto meno, avevano una cultura e delle doti politiche che i
secondi son ben lungi dal possedere.
Noi, i ragazzi degli anni Settanta, non possiamo non guardare con profonda
preoccupazione a quelli di oggi; non possiamo non inorridire all’idea che la
loro vita, assai spesso, si consuma tra il computer e il grande fratello, fra
gli amici della De Filippi e l’isola dei famosi.
Noi andavamo all’università con il Secolo d’Italia o l’Unità in bella mostra;
oggi il quotidiano, e non soltanto fra i ragazzi, è diventato un oggetto
misterioso. Negli anni Settanta, durante le campagne elettorali, i “rossi”
parlavano di giustizia sociale, dei sacrosanti diritti dei lavoratori, dello
sfruttamento nelle fabbriche e nelle campagne; i “neri” parlavano di alternativa
al sistema, di corporativismo e di rinascita morale della Patria.
Insieme denunciavamo la vergogna di un Paese che lasciava che i suoi governi
venissero fatti dagli Stati Uniti e della Confindustria e insieme si lottava
perché in Italia si realizzasse una vera giustizia sociale: gli uni invocavano
la nazionalizzazione dell’economia, gli altri la socializzazione.
Nelle campagne elettorali di oggi si parla delle attricette, delle veline e
delle feste di Berlusconi!