Ricordo di Franco Antonio Belgiorno
SAREMMO DIVENTATI AMICI FRANCO ED IO
Ho conosciuto Franco Antonio Belgiorno tre anni fa;
non posso dire che diventammo amici: l’amicizia, per chi, come me, è convinto
che le parole abbiano ancora un senso, è un sentimento che ha bisogno di anni
per germogliare nella sua autenticità e che pertanto necessita di essere
alimentato con l’acqua di una costante, direi quasi quotidiana, frequentazione,
che tra me e Franco non c’è stata. Eravamo, però, sulla buona strada, visto che
abbiamo fatto in tempo a maturare una stima reciproca che non è mai venuta meno.
Ricordo con molto piacere e tanto rimpianto le sue lunghe telefonate, che furono
assai frequenti, soprattutto nei primi mesi successivi al nostro primo incontro:
inutile dire che ero lusingato che scegliesse proprio me per esternare
l’amarezza che aveva dentro, e che in quelle occasioni soffocava il suo spirito
goliardico che in lui non s’era mai spento, nonostante la vita lo avesse molto
provato, a causa della malattia sua e della moglie, e della perdita dell’amato
fratello Duccio.
Ma si trattava di un momento, poi riaffioravano le sue battute esilaranti e
sembrava compiacersi di essere stato lui a generare la mia irrefrenabile
ilarità.
La sua sottile e intelligente ironia era per lui come l’acqua che rinfresca un
arido giardino, quello del suo inguaribile pessimismo, senza, tuttavia, che
quell’acqua diventasse uno strumento di fuga e di alienazione. Telefonarmi, per
lui, era un modo di liberarsi d’un peso che gli procurava fastidio e sofferenza:
era lo sfogo di un galantuomo che mi confidava il suo grande rammarico per le
pietose condizioni in cui era stata ridotta la sua amata Modica.
Se è vero, infatti, che non perdeva occasione per parlarne male, e la cosa dava
fastidio a molti – a coloro che erano incapaci di leggere tra le righe delle
“cattiverie” che le riservava – è altrettanto certo che amava infinitamente
questa città: si sentiva, come mi disse più volte, come un marito tradito! Non
sopportava l’idea che la Modica sobria ed elegante fosse stata trasformata, da
politici volgari ed ignoranti, in una sorta di chiassoso circo equestre. Coloro
che in questi anni hanno avuto la bontà di leggere quanto ho scritto su
“Dialogo” e su “La Pagina”, capiranno per quale motivo con Franco ci intendemmo
subito.
Perché Franco - nelle celebrazioni in occasione della ricorrenza del suo 70°
compleanno mi pare non sia stato sufficientemente sottolineato - non sopportava
i mestieranti della politica, non tollerava l’ineleganza e la maleducazione, e
il maldestro tentativo di volerle nascondere con le cravatte, gli abiti firmati
e le macchine lussuose. Come dire: dall’innata volgarità alla scurrilità
dell’ostentazione! E mi spiace molto che ai suoi funerali sia stato presente
qualcuno di questi imbecilli, e che lui non potesse far nulla per scaraventarli
fuori.
Molte cose ci univano, oltre a quelle già dette. Mi piace ricordarne due:
l’essere nati entrambi a Siracusa e l’aver poi scelto di vivere nella città dei
nostri padri e l’avversione per un’ espressione ormai, purtroppo, assai diffusa,
anche tra coloro che ignoranti non sono, che è quella del “fare cultura”,
convinti, io e lui, che la cultura non si fa, ma la si possiede.
Ci vedevamo una volta al mese, nella redazione di “Dialogo”. Mentre il solito
gruppo di amici e collaboratori era impegnato nella piegatura del giornale,
Franco arrivava, eccentrico, nel modo di fare e di vestire. Si sedeva, senza
togliersi l’immancabile cappello, e cominciava per noi il momento più simpatico
del nostro già cordiale incontro mensile. Le battute sull’Amministrazione
Torchi – che gli era, come al sottoscritto, particolarmente antipatica e
sgradita – fioccavano con una intensità travolgente; erano momenti di grande
ilarità, come quella volta in cui propose di cambiare nome alla nostra città e
di chiamarla “Minardia”.
Nei due anni prima che ci lasciasse si era dunque avvicinato ai redattori di
“Dialogo” e proprio su quel giornale aveva letto gli articoli di quel modicano
che si cela sotto lo pseudonimo di “Terzo Occhio”, il quale, sul numero
dell’Ottobre 2006, aveva avuto per Franco Belgiorno parole di elogio.
Nel numero successivo, Franco gli rispose, e riferendosi agli articoli che
allora scriveva per “Il Giornale di Sicilia”, scrisse: “ Credo che i lettori, di
qualunque colore essi siano, non abbiano nemmeno recepito questo lavoro” - si
riferiva, come egli stesso aveva scritto nella prima parte della sua risposta,
al suo tentativo, tramite quegli articoli, di far capire ai suoi concittadini,
che l’Amministrazione Torchi stava conducendo Modica allo sbaraglio - “ Una
sorta di fatalismo che ben conosco, che in parte avevo dimenticato vivendo nel
cuore di un’Europa dove la politica è serio lavoro”.
Strinse certamente rapporti di collaborazione col gruppo “Terzo Occhio”.
Infatti, trascorso poco tempo dalla sua geniale proposta di cambiare nome alla
città, nelle edicole di Modica apparve un numero del cosiddetto “foglio di
battaglia”, che il gruppo pubblica con scadenza non periodica, il cui titolo, a
caratteri cubitali, era proprio “Minardia”. Ciò è confermato anche dal fatto che
successivamente, per le Edizioni Terzo Occhio, uscirono tre suoi libelli, che
scelse di pubblicare con uno pseudonimo. So, da fonte certa, che si tratta di
piccoli capolavori, che lasciano trasparire la sua impareggiabile ironia e mi
auguro che, quanto prima, la città possa conoscere e apprezzare queste ultime
sue satiriche pennellate sulla mediocrità e sulla bassezza morale di molti
politici modicani.
Il suo rimpianto per il passato – e questo ci univa profondamente – non era mai
fine a se stesso, ma era un’implicita condanna del presente che odiava, quello
dell’ignoranza, del frastuono, della volgarità e della mediocrità, che hanno
tolto all’antica capitale della Contea la sua unicità e l’hanno trasformata in
un paesone che vive nell’apparenza e nella superficialità.
Saremmo diventati amici io e Franco e mi spiace che non possa più dire le stesse
cose che dico io, ma che dette da lui acquistavano certamente maggiore
autorevolezza.