BERLINGUER, LA MORATTI, LA DC E LA SINISTRA: POVERA SCUOLA!

 

Una delle più fastidiose mistificazioni dei nostri tempi è quella di diffondere l’idea che le varie crisi di natura sociale e politica, . attraversate, dal secondo dopoguerra in poi, dal nostro Paese, abbiano avuto origini diverse e siano state, di volta in volta, legate alle diverse situazioni storiche e culturali. Non neghiamo che in questa analisi ci sia un fondo di verità; il problema è che non si è saputo, o non si è voluto, esaminare il problema alla radice e non si è saputo, o non si è voluto, cogliere il nesso che lega indissolubilmente le varie fasi critiche che l’Italia ha attraversato, e soprattutto non si è capito che tutte hanno un denominatore comune: l’Italia repubblicana non ha saputo confrontarsi in maniera seria e determinata con la realtà della nostra scuola.
Basti per tutti un esempio: sulla poltrona ministeriale sulla quale sedettero intellettuali del calibro di Francesco De Sanctis, Giovanni Gentile e Benedetto Croce, si sono accomodati, nel corso di questi decenni, mestieranti della politica intellettualmente mediocri, dalla Falcucci a Misasi, da Fioroni a Berlinguer, dalla Moratti alla Gelmini! Non è possibile non rendersi conto del baratro in cui siamo finiti. Ognuno di questi “signori” ha lasciato il segno della propria incompetenza, ma ci sembra che due, in particolare, vadano ricordati per le loro decisioni scellerate.
Si pensi a Berlinguer, il quale è assai probabile che debba al suo cognome la cattedra universitaria: quali sono, infatti,  i meriti accademici di questo personaggio; quali sono le pubblicazioni che gli hanno consentito di ottenere la cattedra, prima, e il rettorato dopo: un opuscolo riguardante la sua Sardegna! A lui dobbiamo la geniale idea di portare da 60 a 100 il massimo voto agli esami di Stato – come si può facilmente intuire si tratta di un cambiamento epocale per la nostra scuola! -  ma soprattutto la scellerata riforma degli esami: quella del percorso o mappa concettuale, che si continua impropriamente a chiamare “tesina”. Un cocktail micidiale di malafede e incompetenza: costui barattò  la serietà nello studio con il consenso elettorale dei diciottenni italiani. Chi ogni anno si misura con l’esame di Stato voluto da questo signore sa bene che i ragazzi non si preparano più agli esami, non ripassano un bel niente di ciò che hanno studiato durante l’anno e riescono soltanto a balbettare qualcosa sul famoso “percorso”, che ha elevato la capacità di operare collegamenti tra le varie discipline a criterio per misurare le conoscenze degli alunni e valutare le loro capacità critiche. Insomma basta accostare Schopenhauer a Leopardi o D’Annunzio a Nietzsche e il gioco è fatto.   Ci sembra assai evidente quanto ciò sia culturalmente misero! Tale idiozia ha dato il colpo di grazia alla conoscenza, all’impegno costante e profondo, all’orgoglio di emergere grazie ad uno studio serio e metodico: tutti valori ormai rilegati tra le cose inutili del passato. Si pensi alla signora Moratti, che nulla sapeva del mondo della scuola, alla quale ha ovviamente regalato la sua superficialità e la sua gigantesca incompetenza. Sono gli anni della scuola- azienda e delle tre i: impresa, inglese, internet. Anche in questo caso si è trattato di un micidiale cocktail di malafede e incompetenza. La seconda è dimostrata dalla riforma degli esami di Stato ( anche la signora ha voluto mettervi le mani!) con le commissioni tutte interne. Qui l’imbecillità è diventata iperbolica: gli insegnanti che conoscono gli alunni da tre o cinque anni e che li hanno valutati nello scrutinio finale sono chiamati a rivalutarli quindici giorni dopo!  La malafede sta nel fatto che tale modifica degli esami fu fatta per fare un regalo alle scuole private. Non parliamo di quelle serie che ci sono, anche se sono davvero poche, parliamo dei diplomifici: si provi a immaginare quale serietà poteva caratterizzare gli esami di Stato, con giovani e inesperti docenti che dovevano sottostare alla volontà dei cosiddetti “gestori”, pena la perdita del loro misero stipendio – sempre che lo percepissero - ma soprattutto del lavoro, con ciò che questo avrebbe significato in termini  di perdita dell’agognato punteggio. E si pensi ai tanti che uscivano con voti altissimi, senza aver mai studiato e talvolta nemmeno frequentato, e che poi in un pubblico concorso sarebbero stati favoriti rispetto ai loro colleghi della scuola pubblica. D’altronde la scuola della Moratti era quella che realizzava perfettamente  i piani del suo capo: favorire il privato, sempre e comunque, a danno del pubblico. La scuola italiana è diventata la scuola delle competenze a discapito delle conoscenze e sulle ceneri del sapere è stato eretto il monumento al saper fare!
A quanto detto va aggiunto poi il problema economico: ci riferiamo naturalmente alla classe docente che percepisce stipendi da fame e tra i più bassi d’Europa, e, come se non bastasse, il nostro ministro dell’Economia ha deciso di penalizzarla ancora di più, bloccando il rinnovo del contratto e probabilmente anche  le misere progressioni economiche legate all’anzianità di servizio. Una classe docente bistrattata economicamente e socialmente, visto che il suo prestigio sociale è prossimo allo zero. Ma tutto ciò era inevitabile che accadesse, visto che il corpo docente ha avuto un’espansione smisurata, e ciò è accaduto perché l’accesso alla professione è avvenuto senza alcuna selezione meritocratica, ed è per tale motivo che accanto a docenti preparati e che lavorano con dedizione e professionalità troviamo anche gli ignoranti, quasi sempre inconsapevoli di esserlo e con l’aggravante di essere anche presuntuosi. La scuola italiana ha pagato un tributo altissimo al populismo demagogico della Sinistra e all’ignobile clientelismo della Democrazia Cristiana e degli attuali suoi surrogati. L’assenza della meritocrazia ha fatto sì che accanto a dirigenti scolastici – e ne abbiamo conosciuti molti – che svolgono il loro compito con competenza e professionalità, ne troviamo  altri che non sembrano per nulla adatti alla delicata funzione che svolgono, per carenze culturali e per mancanza di autorevolezza; nulla è stato fatto  perché coloro che aspiravano all’insegnamento fossero sottoposti ad una ferrea selezione affidata alle più alte intelligenze delle varie discipline, intellettuali dalla moralità ineccepibile e pertanto immuni da condizionamenti politici e raccomandazioni; niente è stato fatto, infine,  perché, fra gli alunni, solo ai più meritevoli fosse consentito di proseguire gli studi: le percentuali bulgare di coloro che ogni anno conseguono il diploma sono la prova inconfutabile di una scuola che non sa più operare una selezione tra gli asini e i meritevoli. Oggi, uno studente che proviene da un istituto tecnico può inscriversi in Lettere Classiche e in Filosofia, e questa follia ha dato certamente un contributo non indifferente all’affossamento della nostra scuola. Ancora una volta paghiamo le conseguenze della demagogia socialcomunista e democratico-cristiana: pur di distruggere qualunque retaggio della scuola gentiliana, non si è avuta alcuna remora nell’equiparare i licei agli istituti tecnici e i  risultati di questa sciagurata decisione sono sotto gli occhi di tutti!
Ci si lamenta che gli italiani non leggono, che professionisti troppo spesso incapaci ricoprono cariche pubbliche e private di rilievo, che la politica è invasa da persone inette e corrotte, che la televisione è stracolma di programmi spazzatura, ma pochi si rendono conto che la grande crisi che viviamo non potrà trovare soluzione finché non sarà stato risolto il problema-scuola.
Questa, infatti, nonostante i gravi limiti di cui abbiamo detto, resta comunque il luogo del Sapere ed è anche il luogo in cui si formano le coscienze di coloro che formeranno le nuove classi dirigenti  e dove si cerca di fare tutto il possibile perché i ragazzi acquisiscano i valori del rispetto reciproco,  della solidarietà, della corretta convivenza civile. Se la scuola non funziona e viene abbandonata dallo Stato, non lamentiamoci, poi, se gli italiani continuano ad essere ignoranti, a scambiare la furbizia per intelligenza, ad usare la politica per i loro loschi affari, e ad essere guardati, all’estero, come un popolo inaffidabile e superficiale.