LA PERICOLOSA INVOLUZIONE DELLA DEMOCRAZIA 

 

                    La Democrazia, a Modica, regge sul piano formale, ma, mancando
                   di un fondamento etico e religioso, è in crisi su quello sostanziale

 

Nell’ambito del complesso dibattito che, nel corso del ‘900, si è sviluppato intorno al problema della rifondazione della democrazia, due sono le impostazioni fondamentali alle quali questo può essere ricondotto: quella d’ispirazione religiosa e quella di matrice scientifica. Essendo questo un argomento verso cui abbiamo  sempre nutrito molto interesse, ci siamo posti l’obiettivo di definire a quale delle due impostazioni si ispira il sistema democratico di Modica – quanto meno sul piano formale, la sua esistenza è ovviamente indiscutibile. Le motivazioni che stanno all’origine di questo compito non facile che ci siamo assegnati sono due: una di carattere filosofico, e pertanto scaturita da una necessità squisitamente intellettuale che è quella di voler capire; l’altra di natura politica, nata da situazioni contingenti: le prossime elezioni amministrative costituiscono senza dubbio un’occasione favorevole per misurare e valutare la dimensione democratica della nostra città. I risultati ai quali ci ha condotto la rilettura dei brani più significativi di alcuni fra i maggiori pensatori del Novecento che si sono occupati di tali problematiche sono a dir poco preoccupanti. Siamo dunque giunti alla determinazione di ritenere che oggi, a Modica, sul piano sostanziale, la democrazia vive una pericolosa involuzione: il sistema vigente a Modica, infatti, non rientra in nessuna delle due categorie, quella religiosa e quella scientifica, che, come abbiamo già ricordato, non sono le uniche, ma certamente le due fondamentali impostazioni alle quali può essere fatta risalire la forma democratica del vivere civile. Per motivi di spazio, ci occupiamo stavolta di dimostrare l’inconciliabilità della democrazia, come viene concepita e vissuta a Modica, con la dimensione religiosa della stessa, e ci proponiamo di provare, nel nostro prossimo articolo, la sua incompatibilità anche con quella scientifica. Il nesso democrazia-religione è stato sostenuto, in modo e misura diversi, da numerosi autori cattolici, non soltanto in Italia, si pensi a Sturzo, Dossetti, Lazzati, ma anche, e soprattutto, in Francia, basti ricordare Gilson e Maritain: ed è stato soprattutto quest’ultimo a suscitare le considerazioni che stiamo per fare. Abbiamo ripercorso questi ultimi cinque anni di vita politica modicana ed abbiamo amaramente constatato che la democrazia, nella nostra città, non rientra in nessuna delle forme nelle quali si sostanzia quella che abbiamo definito impostazione religiosa della democrazia. Essa non è “Personalista”; se lo fosse non assisteremmo al dominio di una categoria sociale sulla massa del popolo, un dominio che mortifica la dignità della persona. Che nella nostra città il mercato sia diventato il perno attorno al quale ruota l’intera vita cittadina, lo abbiamo scritto e denunciato innumerevoli volte. Ciò non poteva non determinare il prevalere di una sola categoria sociale, quella dei commercianti, per non scontentare i quali l’intera cittadinanza è costretta, addirittura, a subire un traffico veicolare caotico e infernale; e per far lievitare il loro volume di affari, i modicani sono costretti a vivere, per troppe volte all’anno ormai, nel caos e nel disordine delle sagre e delle fiere di paese, che mortificano il glorioso passato della città. Il dominio di una categoria sulle altre determina, sul piano sociale, il mancato rispetto della persona umana negli individui che compongono la massa. La democrazia, a Modica, non è  “Umanista”. Essa si definisce “ nel fatto di riconoscere i diritti inalienabili della persona umana e la vocazione della persona come tale alla vita politica, e perché vede nei detentori dell’autorità i vicari della moltitudine” (1). Ci chiediamo quale persona di buon senso, oggi, nella nostra città – escludendo, ovviamente, clienti e portaborse – possa affermare che i nostri amministratori, nella loro quotidiana attività, siano i rappresentanti dei bisogni  e degli interessi della popolazione. Le oligarchie partitiche ed economiche, a Modica, come nel resto dell’Italia, si servono della politica per curare i loro privati interessi ed il popolo è soltanto una comparsa su un palcoscenico che ha ben altri protagonisti. Il liberismo sfrenato e il capitalismo selvaggio hanno soffocato, nella nostra città, la dimensione umanistica del vivere, e nella scala dei valori lo sviluppo della spiritualità occupa ormai il gradino più basso, sopraffatto da un occulto materialismo che si è ormai insinuato in tutti i gangli della società modicana, e nella cultura materialistica non può esservi il rispetto della dignità umana: non nell’individuo astratto, ma in ogni persona concreta ed esistente nel contesto storico della sua vita. Una democrazia, quella modicana, che non è nemmeno “Evangelica”. Per salvaguardare la dignità della persona, i diritti umani e la giustizia, per sostenere il senso d’uguaglianza senza cadere nell’egualitarismo, sono necessarie “ un’ispirazione eroica e una fede eroica che fortifichino e vivifichino la ragione” (2). E non v’è dubbio che la società modicana sia terribilmente lontana da questi ideali, che dovrebbero costituire i suoi fini più alti e più veri. La profonda religiosità  - che ha contribuito, attraverso i secoli, a dare alla nostra gente uno stile di vita improntato all’accoglienza e alla solidarietà -  indebolita dall’esasperato laicismo che regna da decenni  in quella che fu la cattolicissima Europa, non è stata certo sostenuta, nella nostra città, da questa Amministrazione, che ha invece sancito la sacralità del denaro, della carriera e della competizione. L’imperante egoismo, conseguenza della mentalità concorrenziale e aziendalistica  pervicacemente sostenuta da questa Amministrazione, non può conferire alla vita politica cittadina nemmeno la qualifica di democrazia “Fraterna”. Essa non è nemmeno “Organica”, giacché questa implica che il comando appartenga ad uomini liberi, a coloro che non sono al servizio di altri uomini e che pertanto hanno la piena disposizione di se stessi, e, nel contempo, che gli uomini devono essere governati come persone e non come cose. Né l’una né l’altra condizione ci sembrano essere presenti nella nostra città. Qualunque uomo, e pertanto anche quello politico, è libero quando non ha padroni, se ha la dignità di rinunciare a poltrone e prebende pur di salvare la sua indipendenza, se ha il coraggio di perseverare con coerenza nelle proprie opinioni e convinzioni, se non è disposto a vendersi al migliore offerente. Ci spiace doverlo dire, ma non ci sembra che queste doti siano presenti nella classe politica modicana, al di là della sua collocazione ideologica. Né ci sembra che essa sia immune dalla tentazione di considerare i cittadini come cose anziché come persone e ciò accade ogni qualvolta da fine la persona diventa mezzo: è certamente difficile negare che questa Amministrazione  abbia praticato la politica  del “ Panem et circenses”. Eurochocolate, il Palio, la Festa dei Sapori, e chi più ne ha più ne metta, sono l’espressione concreta e visibile di un popolo che viene usato e strumentalizzato. La nostra non è nemmeno una democrazia “Maggiorenne”. Per godere “ dei suoi privilegi di maggiorenne, infatti, senza correre il rischio di un fallimento, un popolo dev’essere in grado di agire da maggiorenne(…) “ deve possedere “ le consuetudini e le virtù senza le quali l’intelligenza che dirige l’azione oscilla ad ogni vento e l’egoismo distruttore prevale nell’uomo” (3). Ci sembra davvero assai arduo affermare che noi modicani, dal punto di vista politico, abbiamo raggiunto la maggiore età; al contrario, per dirla con Kant, forse siamo ancora in uno stato di minorità intellettuale, giacché le nostre scelte politiche, anziché essere il frutto della capacità di servirci autonomamente della nostra ragione, sono invece il prodotto del tornaconto personale, dei favoritismi e dei compromessi clientelari.  La nostra, infine, non è una democrazia “Pluralista”. Questa si realizza quando “ uomini in possesso di convinzioni metafisiche o religiose del tutto diverse e perfino opposte(…) possono trovare una convergenza, non in virtù di una qualche identità dottrinale, ma in virtù di una somiglianza analogica nei loro principi pratici(…) perché venerano, allo stesso modo, la verità e l’intelligenza, la dignità umana, la libertà e il valore assoluto del bene morale” (4). Noi non riteniamo che il Consiglio comunale di Modica, ad esempio, sia il luogo dove albergano convinzioni metafisiche o religiose; non ci pare che esso abbia un così alto livello intellettuale e culturale: lo vediamo, piuttosto, come un luogo popolato da tanti opportunisti – non tutti, per fortuna, lo sono -  che non hanno dimestichezza con le convinzioni, per limiti intellettuali o per disinteresse, che sono invece impegnati a cambiare troppo spesso casacca, a chiedere maggiore visibilità e a lottare strenuamente per accaparrarsi l’agognata poltrona. E non ci pare che i nostri consiglieri comunali sprechino le loro energie per trovare convergenze per il bene della città. Assai spesso, invece, offendono il luogo in cui siedono: anziché essere, infatti, la sede dove si confrontano programmi e idee, diventa troppo spesso il luogo  ove si compiono agguati, tradimenti e  infedeltà. Come crediamo di aver ampiamente dimostrato, la democrazia, nella nostra città, è ben lungi dall’avere un fondamento cristiano. Sulla necessità che essa venga rifondata sul messaggio evangelico, sicuramente non tutti i nostri lettori concorderanno, ma siamo certi che tutti converranno sulla necessità di ricostruirla sulle solide basi dell’Etica: impegnarsi per questo, crediamo sia un dovere al quale ogni modicano, che abbia a cuore le sorti della sua città, non possa e non debba sottrarsi.

 

 

        Giuseppe Ascenzo

 

     1) J. Maritain    “Le crépuscule de la civilisation” in Scritti e Manifesti politici

                           Morcelliana, Brescia 1978, pg. 193

2) J. Maritain    “Cristianesimo e Democrazia”,   Vita e Pensiero, Milano 1977, pp. 54-56

3) J. Maritain     Ibidem, pg. 54-56

4) J. Maritain    “Ragione e Ragioni”, Vita e Pensiero”, Milano 1982

 

 

 

                                                                   LA POLITICA INQUINATA

 

                                    Dalla politica degli interessi economici, del nepotismo
                                   e dei disoccupati alla Politica del confronto e del servizio

 

 

Come molti sanno, Platone riteneva che la comunione dei beni e delle donne fosse una delle condizioni imprescindibili ai fini della realizzazione di una Città fondata veramente sul Bene e sulla Giustizia. Egli riteneva, insomma, che i governanti non dovessero avere né famiglia né alcuna proprietà: solo in tal modo, costoro, avrebbero potuto mettere al primo posto, nella loro attività di governo, il bene dello Stato. E’ evidente che le tesi platoniche esprimono una radicalità oggi, come allora, improponibile, e difatti egli stesso ne era consapevole, a tal punto da affermare: “ poco importa se ci sia o possa esserci “ tale città; quel che era importante era che ciascuno vivesse secondo la legge di questa città: quella del bene e della giustizia. Platone, insomma, nel tratteggiare il suo Stato ideale, era pienamente cosciente della sua irrealizzabilità; tuttavia, ne coglieva l’importanza del suo porsi come modello e come punto di riferimento per coloro che detenevano il potere politico. Lungi da noi, dunque, l’idea di strappare i nostri governanti all’affetto dei loro cari o di sequestrare loro case e conti in banca; detto questo, però, occorre dire che il grande filosofo ateniese aveva visto bene e mostrato una lungimiranza pari alla sua immensa statura intellettuale. Non occorre andare tanto lontano nel tempo e nello spazio per avere una conferma di quanto detto: chi può negare, infatti, che gli interessi economici privati abbiano prevalso su quelli collettivi quando le prime leggi varate dall’ultimo governo Berlusconi hanno riguardato l’abolizione della tassa di successione, la depenalizzazione del falso in bilancio e le modifiche alle disposizioni in materia di rogatorie internazionali? E, restringendo il campo della nostra osservazione, non è forse legittimo pensare che, anche a Modica, gli interessi economici di alcuni politici condizionano la vita amministrativa della città? Ed è possibile negare che la politica modicana sia condizionata dalla “Famiglia”? Cos’altro è,  infatti, l’imperante nepotismo, che è sicuramente tra i fenomeni che maggiormente inquinano e stravolgono la politica, che, in questo caso, da amministrazione della “cosa pubblica” viene ridotta a strumento per soddisfare i bisogni e le ambizioni della “cosa privata” ? A Modica, aspettiamo da decenni il nuovo piano regolatore: si susseguono le amministrazioni, cambiano i governanti, ma del piano nemmeno l’ombra: come non sospettare che la sua mancata elaborazione sia legata a motivazioni di ordine economico? Come non dubitare che l’aver accantonato una questione vitale per la vita della città sia dipeso dalla necessità di tutelare certi interessi o di evitare di danneggiarne altri? Ovviamente, non possiamo che manifestare dei sospetti, giacché ci stiamo muovendo sul piano delle supposizioni e non su dati di fatto in nostro possesso, ma se così fosse, la cittadinanza avrebbe non soltanto il diritto ma il dovere di interrogarsi sull’opportunità che la sua classe politica continui a governare questa città. Per quel che riguarda il nepotismo, la sua costante diffusione nella vita politica modicana è un dato di fatto: esso rimane una prassi assai deleteria per la crescita civile e politica della nostra città, perché compromette l’uguaglianza dei cittadini nell’ opportunità di accedere alla politica e pertanto mina le fondamenta della stessa democrazia. Con lo stesso intento di Platone, che, come abbiamo visto, dava al suo Stato ideale una valenza squisitamente paradigmatica, ci permettiamo d’integrare, con grande e riverente rispetto, le osservazioni platoniche, convinti che l’aggiunta di un’altra regola potrebbe rendere ancora più virtuosa la città e la politica più attenta ai reali bisogni dei cittadini. Si tratterebbe d’impedire ai disoccupati di fare politica: dovendo con essa campare, il politico è costretto a piegarsi a qualunque compromesso e non può offrire alcuna garanzia in ordine all’indipendenza, alla trasparenza e alla certezza di operare sempre per il bene dei suoi concittadini. Se i modicani ritengono che la politica, nella loro città, sia effettivamente inquinata dagli interessi economici di alcuni, che prevalgono sempre e comunque su quelli della collettività, dai favoritismi verso fratelli, nipoti, cognati, cugini e quant’altro e da tanti, troppi disoccupati, che hanno trovato nella politica lo strumento per oziare e nel contempo ottenere lauti guadagni, se, lo ripetiamo, i modicani pensano che tutto ciò a Modica ci sia, crediamo sia giunto veramente il momento che trovino il coraggio di dire basta; perché la politica torni ad essere il luogo del confronto delle idee e del servizio ai cittadini, soprattutto a coloro che ne hanno materialmente e spiritualmente più bisogno.

Giuseppe Ascenzo

                                 

 

                                                   LA PROVA INCONFUTABILE

 

 

Pio XII soleva affermare che il più grande peccato è l’aver perso il senso del peccato! Parafrasando questa celebre massima di papa Pacelli, possiamo affermare che il più grande difetto dell’attuale modo di intendere la politica è l’aver perso il senso della misura e del rispetto delle regole. A suscitarci queste riflessioni è stata la recente nomina di Nino Minardo al vertice del Consorzio autostradale siciliano. La vicenda costituisce l’ennesimo esempio di una politica che ormai  è legata soltanto alla logica della spartizione delle poltrone. Il fatto in questione è certamente da biasimare, ma ciò che maggiormente preoccupa è che sia stato presentato all’opinione pubblica come un dato che rientra nella norma e che può essere annoverato tra le cose moralmente e politicamente accettabili. Non è così, ovviamente! Vanno condannate con forza, innanzitutto, le dichiarazioni del forzista Alessandro Pagano, commissario del partito in provincia di Ragusa, il quale, per far rientrare la candidatura di Minardo alla presidenza della Provincia – che avrebbe rotto il già precario equilibrio faticosamente raggiunto dai partiti della Casa delle Libertà sulla ricandidatura di Antoci – ha tranquillamente affermato che, per premiare il ritiro di Minardo, avrebbe trovato una soluzione “all’interno della geografia del sottogoverno”, vantandosi di aver già sperimentato questo tipo di iniziativa ad Agrigento, dove il primo dei non eletti è stato “ricompensato” con la presidenza dell’AST e che lo stesso procedimento sarebbe stato attuato a Messina, Catania e Trapani. Sappiamo, ovviamente, che tutto ciò non rappresenta una novità nella politica italiana, ma, quanto meno, un tempo tutto ciò veniva realizzato cercando di dargli il minimo possibile di notorietà. E’ evidente che anche allora il fenomeno era da considerare negativo e degradante, anzi l’ipocrisia con cui veniva gestito lo rendeva per certi aspetti ancora più abietto, ma il tentativo di agire dietro le quinte tradiva comunque la consapevolezza di attuare una politica squallida e di basso profilo. Non era molto, ma era già qualcosa. Solo se si è consapevoli di essere peccatori, si può nutrire qualche speranza di non peccare più! Le dichiarazioni di Pagano sono gravissime perché esplicitate nella convinzione che spartire i posti di potere rientri nell’ambito e nelle competenze della politica, mentre invece, in una società autenticamente democratica, ai quei posti si dovrebbe accedere solo in virtù di capacità e abilità dimostrate in concorsi pubblici e trasparenti. Va biasimato, a nostro parere,  anche il comportamento di Minardo, il quale ha sempre sostenuto di essere entrato in politica per portarvi una ventata di freschezza e di rinnovamento: in antitesi, dunque, al vecchio modo di fare politica, nei confronti del quale, più d’una volta, egli stesso si è scagliato,  accreditandosi, altresì, come portavoce dell’esigenza dei giovani di poter fare politica in modo libero e nuovo. A noi sembra, a giudicare dai fatti, che l’unico giovane per il quale Minardo sta conducendo le sue battaglie sia proprio lui, e che avanzare la sua candidatura alla provincia per poi ritirarla dopo aver ottenuto la poltrona più alta del Consorzio autostrade non abbia affatto il sapore della freschezza e del rinnovamento, quanto, piuttosto, l’odore stantìo del vecchio e deleterio modo d’intendere la politica. Quella politica che, ancora una volta, si fa beffe della democrazia e della giustizia, annientando il sacrosanto diritto dei siciliani ad avere tutti le stesse opportunità. Fa rabbia pensare a quei nostri conterranei – e fra loro quei giovani di cui Minardo si fa paladino – che, potendo vantare un ottimo curriculum che avrebbe potuto spianare loro la strada per accedere alla presidenza dell’Ente autostrade, dovranno invece tollerare che questa sia stata data ad un signore che non ci risulta essere in possesso di un titolo professionale o di specifiche competenze che possano giustificarla. Ci è sembrato, tra l’altro, poco opportuno affidare la presidenza del Consorzio autostrade ad un esponente della famiglia Minardo: possibile che nessuno si sia posto il problema che ciò possa determinare un evidente conflitto di interessi? Non possiamo, infine, non disapprovare l’atteggiamento dei consiglieri  Assenza, Rosa e Militello, facenti parte del gruppo creato da Nino Minardo, i quali hanno espresso viva soddisfazione per la nomina di prestigio conferita al loro leader dalla Giunta regionale. Anche per loro vale quanto già detto: il peggior peccato è l’aver perso il senso del peccato! Essi, infatti, interpretano tutto ciò come un segnale di cambiamento, di freschezza e di innovazione della classe dirigente. Preferiamo credere che la loro dichiarazione sia nata dall’esigenza, comprensibile, di essere solidali con Minardo, perché se quanto detto, invece, è l’espressione delle loro reali convinzioni, non c’è davvero di che stare allegri: la spartizione delle poltrone, infatti, è stata rimossa dalla sua sede naturale – la limacciosa giungla del sottogoverno – per essere elevata a nobile strumento di innovazione e di rinnovamento. Per l’ennesima volta, non possiamo non chiederci se i modicani avranno il coraggio di sbarazzarsi, elettoralmente, di tutti coloro (non importa se di destra, di centro o di sinistra, giacché l’arte assai diffusa del cambiare continuamente casacca ha reso tali categorie obsolete e inutili)  che in questi anni, in maniera gattopardesca, hanno gridato ai quattro venti d’aver cambiato tutto, con l’unico obiettivo di non cambiare nulla: e il caso Minardo ne è la prova inconfutabile.

 

 

 

Giuseppe Ascenzo